Angus & Julia Stone: vogliamo tutti tornare a casa

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Ritornare a casa è un’esigenza umana.

Tale bisogno nasce probabilmente con la fine del nomadismo degli uomini preistorici. La grotta diventa la casa, che a voler scendere di più nei meandri della parola altro non è che quella sensazione avvolgente di sicurezza.

In Angus & Julia Stone è quasi un must. Il leitmotiv della casa pervade i loro testi e le canzoni. I due artisti folk raggiungono l’occidente attraversando mezzo globo. I due fratelli Stone nascono sulle spiagge a nord di Sidney ed ascoltando la loro musica a tratti viene da credere che vivano davvero tra Manly Beach e Gordon’s Bay. I loro primi album, dal 2005 al 2010 circa, sono crudi e aspri: folk allo stato brado con pettine su rullante e accordi ritmati.

Il boom avviene quattro anni più tardi con l’uscita dell’album eponimo. I brani sono più corposi, alla sola chitarra e voce sono stati aggiunti i giri di basso, la batteria con tutto il suo arsenale di suoni, chitarre elettriche perfino. I testi ne risentono e si spogliano dei topoi di cui erano infarciti prima, almeno ad un livello superficiale. La natura, la tranquillità d’animo, che il folk cita con una certa insistenza adesso sono condensati nel volo di un aeroplano, ad esempio.

Can I take you home? Can I take you home?
We can go anywhere you wanna go
Can I take you high to the mountain sky?
We can go as far as you wanna go

Questi versi fanno parte del ritornello di Grizzly Bear, brano contenuto nell’album Angus & Julia Stone del 2014. Il brano ha sonorità complesse, più intricate rispetto ad un brano come Heart Full of Wine. Tanto che è quasi sorprendente ritrovare nel bridge anche una pianola elettronica dalle note distorte. Il ritmo batte un quattro quarti semplice e la proiezione del testo mescolato alle nuove sonorità è potente.

Il tema della casa qui è centrale: la bellezza del tu allocutivo protegge le mura e la delicatezza della domanda apre uno scorcio di possibilità. L’autore chiede il permesso di riportare qualcuno a casa, quasi volesse accompagnarlo nella propria comfort zone, al sicuro, insomma.

Il secondo verso invece fa slittare la proposta, l’indicazione topografica si condensa in un posto qualunque, qualunque in cui tu voglia andare. La casa allora si trasforma in tempo speso al di fuori della solitudine. La richiesta del terzo rigo si veste quindi di un nuovo significato. Posso portarti a casa non è altro che la richiesta di spendere del tempo insieme e tale richiesta è totalmente scevra dalle pretese geografiche. Infatti il terzo verso echeggia al primo, tramite la stessa struttura logico-semantica, ma le parole sono nuove: adesso, in questo fazzoletto di poche sillabe, il rifugio domestico è in alto, oltre le montagne, asserragliato tra le loro vette. La casa adesso è azzurra.

La richiesta si scioglie, quindi, e sembra lasciar andare il tema della casa e anche del tempo. Così si fa pressante la distanza. La sicurezza si trova lontana, lontanissima dal punto di conversazione.

La casa in Angus e Julia segue un fil rouge fino all’album successivo, ovvero Snow del 2017.

L’ultimo lavoro del duo australiano insegue le sonorità del precedente e a tratti sembra esasperante il ricorso ossessivo a certe figure sonore, a certe trovate melodiche. I testi sono più asciutti e i brani si abbarbicano su colline di versi costruiti con sfinite iterazioni.

My House your House ne è il chiaro esempio.

Il testo è divisibile in tre parti, in cui le parole e le espressioni si susseguono. Per l’intera strofa, come un mantra folk, si presenta la prima ripetizione ossessiva del verso just a friend of mine a voci incrociate. Seconda strofa: my house your house. Finché il testo non si sblocca nel ritornello: maybe this is where we belong; ma ancora una volta iterato, con la voce di Julia che si alterna a quella di Angus. La linea melodica la rende una nenia piacevole, i tocchi di piano la impreziosiscono.

Il testo si ripete così fino alla fine, crescendo attraverso un climax musicale di percussioni e cori che si inoltrano nell’impalcatura melodica del brano. Ma c’è solo un verso che rimane unico, da solo, isolato dal resto vorticante del pezzo.

It’s funny how
When you come around
It’s funny how
When you come around
It’s funny how
You’re not here

Dai versi sopra si vede chiaramente la tecnica della ripetizione attuata dagli autori. Tuttavia you’re not here è l’unico verso che conserva una certa singolarità all’interno del testo. Tu non sei qui. Eppure l’io narrante non la smette di ripetere che quello è il posto a cui appartengono lui e il suo tu allocutivo. La casa è un punto di congiunzione tra due insiemi: la mia casa è la tua casa, la tua è la mia. Eppure in questo marasma di appartenenze condivise c’è una macchia. Quel tu non è presente.

Si potrebbe riassumere l’intero testo in tre nuclei: a) just a friend of mine, b) maybe this is where we belong, c) my house your house. In mezzo a quest’atomi vorticanti, si solidifica la singolarità dell’unico verso scevro dall’iterazione degli altri, negativo in relazione alle loro striature semantiche.

You’re not here.

La casa in Angus e Julia cambia, segue un segmento preciso che salta il centro. Nel punto A di Grizzly Bear il topos è allungato verso un altrove, è tutto stirato verso un posto lontano e quanto più la sua lontananza è distesa, più, in modo proporzionale, cresce l’attesa e la posta in gioco di sicurezza. Nel punto B del segmento, sulla riva dell’altra estremità, concisa con My House Your House, la casa è un punto vuoto, un carapace svuotato di presenza: è ancora, allora, casa?

Nel rincorrersi convulso delle melodie degli australiani, sarebbe bello ritrovare il centro di questo linea. Vorrei ascoltare nel prossimo lavoro la condensazione di una sicurezza e il brivido di una presenza, per accontentarci e farci ritornare, almeno per un po’, tutti a casa.

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