Roma: da Alfonso Cuarón un film di un’intensità disarmante

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Il ricordo è complicato. Qualunque esso sia. Appartiene al passato, e il passato è stato un presente vissuto con una fervida quanto indisciplinata pretesa di poterlo cristallizzare. Si cerca di essere abili ad afferrare con coscienza e tenere stretto ogni frammento del nostro presente, ma in un lampo ci ritroviamo a dover far i conti con la sfuggevolezza; con la sua astrattezza ormai non più illusoriamente concreta. Si tratta del prodotto derivato allo scorrere disinteressato del tempo, nemico centrale della testardaggine umana proiettata alla vana salvaguardia della volontà di poter esistere in ogni tempo e in ogni luogo. Ci aggrappiamo, infine, alla magia dell’evocazione e alla riformulazione dei ricordi… Siamo un contenitore di immagini e sensazioni, di parole; di fitte laceranti e di risate grosse; di camere d’ospedale e di letti più o meno confortevoli, ma nostri. Siamo le case che ci hanno visto crescere, i giardini dove trascorrevamo i pomeriggi a giocare fino al calar del sole, la lavagna nera e il gessetto bianco tenuto nella mano di una maestra con il quale incideva lettere dell’alfabeto nella nostra memoria per sempre. Siamo chi ci ha donato la vita ma soprattutto chi ci ha svelato i suoi segreti.

Esaminare con la lente d’ingrandimento il nostro passato, per riuscire a comprendere qualcosa di più del presente e di ciò che siamo diventati, comporta l’adozione di un corredo di atteggiamenti simili a quelli imposti dalla religione nella sua più ampia accezione: raccoglimento privato, devozione al ricordo, ricerca intimista di qualcosa o di qualcuno, scontro e accettazione deliberata del bene e del male, raggiungimento idealistico della salvezza. Alfonso Cuarón pone la sua personalissima lente d’ingrandimento sullo sfondo della sua infanzia scandagliandola per riuscire a reperire una consapevolezza tale da innalzarlo a un livello superiore: essere in grado di girare un’opera cinematografica di un’intensità disarmante.

Roma, prima di essere il titolo dell’ultima fatica del regista, è il nome del quartiere che l’ha visto crescere. Si tratta di un’opera strettamente autobiografica, una full immersion in un breve spaccato di quella che era la vita del regista da piccolo. Siamo in Messico, più precisamente nella capitale, Città del Messico. Cuarón nasce in una famiglia dell’alta borghesia. Una madre, un padre, due fratelli e una sorella, una nonna e due domestiche di origine mixteca; un autista e un cane. Una famiglia numerosa dove i bambini scorrazzano per la casa, litigano fino a farsi male, giocano avvolti in mantelline sotto la grandine, mangiano uova a colazione e ogni mattina si alzano dal letto per andare a scuola.

Città del Messico è un caos eccentrico di urla e schiamazzi dei venditori ambulanti appostati all’uscita dei cinema, di scoppi di petardi, di abbai e latrati incessanti dei cani randagi. Ma è anche teatro di terremoti sismici e di scontri armati, di sangue e colpi di pistola che feriscono e uccidono in nome dell’accesa rivendicazione dei diritti negli anni ‘70. È un’urbanità selvaggia e totalmente fascinosa, mostrataci dal regista attraverso il filtro sontuoso del bianco e nero digitale. Non molto lontano dalle città, invece, si distendono piccoli villaggi prettamente rurali dove regna la povertà e la mancanza di infrastrutture. Da uno di questi paesi proviene Cleo, una delle due domestiche della famiglia di Cuarón.

Cleo è una figura dominante (passiva) all’interno della famiglia, nonostante appartenga a una classe sociale inferiore e all’interno della casa svolga la mansione di domestica. È dotata della naturale predisposizione a contenere i drammi e a riassestare gli equilibri. Ha una capacità di resilienza tale da sopportare le contraddizioni altrui oltre alle proprie. Una gravidanza inaspettata con Fermín, un giovanotto dedito alle arti marziali che non esiterà ad abbandonarla non appena gli comunicherà di essere incinta, la farà vacillare, la metterà in ginocchio infine, ma non le impedirà di essere per il Cuarón bambino e il resto della famiglia un perno inamovibile. Quando Antonio, il padre dei bambini e marito di Sofía, se ne andrà di casa per celebrare la sua nuova vita con l’amante, Cleo è presente; Cleo assiste e partecipa al dolore e alla risalita di Sofía e dei suoi figli; Cleo diventa una seconda madre per i bambini, e una spalla necessaria per Sofía.

Ogni cosa, nella pellicola, sembra coperta da una patina antica, brilla di una luce lontana, un bagliore ancestrale come quello proveniente da un fuoco. Un incendio di immagini in bianco e nero divampa agli occhi, i ricordi di Cuarón sono incandescenti, si consumano lenti tra un’inquadratura e l’altra, uomini stretti in divise, disposti in file ordinate, imbracciano ciascuno il proprio strumento e suonano marciando per la strada, trombe piatti tamburi scoppiano all’unisono; laguna sudamericana, rincorse euforiche sulla sabbia, la schiuma marina brilla scolpita dai raggi distesi del sole; cenoni natalizi in saloni arredati con gusto, uomini e donne indossano begli abiti e pronunciano belle parole, bambini scorrazzano gioiosi, atmosfere apparentemente calde e rassicuranti; un guru della meditazione calza un completo da wrestler di fronte a un esercito di giovani fissati con le arti marziali e l’estrema destra. “… Si rimane sole” dice Sofía a Cleo, in un momento di acceso sconforto. Entrambe le donne sperimentano il senso dell’abbandono, ma entrambe sanno rialzarsi animate da una potenza commovente, una forza tutta al femminile straborda e illumina dove prima c’era il buio. E ancora, un abbraccio infinito in cui tutti i bambini sono stretti a Cleo. Visceralità. Un istante dopo li raggiunge anche Sofía: non c’era bisogno di nient’altro. Non per Alfonso Cuarón. Chiude il cerchio e firma un capolavoro cinematografico.

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