La Ballata di Buster Scruggs: la fantasia western dei fratelli Coen

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Dietro La Ballata di Buster Scruggs, ultima fatica di Joel ed Ethan Coen, si nasconde una storia particolare: prima di trasformarsi in un film questo progetto nasceva come serie tv antologica per Netflix, che aveva accettato di produrre sei episodi basati su alcuni racconti scritti dai fratelli nel corso dei venticinque anni precedenti e ambientati nel selvaggio west. Una sorta di Black Mirror col western al posto della distopia: sei storie diverse coordinate (e dirette) dagli stessi autori e con il mito della frontiera come comune denominatore. Non è chiaro cosa sia accaduto nel mezzo ma, durante la post produzione degli episodi, i Coen hanno cambiato clamorosamente idea e la serie si è trasformata in un film: alcuni episodi sono stati accorciati, altri hanno mantenuto (o quasi) la durata pianificata e il tutto è diventato un film diviso in sei capitoli, naturalmente slegati tra loro, che va ad arricchire il portafoglio di film originali Netflix, sempre in cerca di espansione in ambito cinematografico.

Presentato in concorso a Venezia 75, La Ballata di Buster Scruggs è riuscito a portare a casa il premio per la migliore sceneggiatura nella stessa edizione del festival in cui l’amarcord Roma di Alfonso Cuarón ha ottenuto il Leone d’oro, segnando quindi un traguardo importante per il pieno riconoscimento critico di questa nuova fetta del mercato cinematografico, che non passa per le sale e arriva direttamente in streaming sui dispositivi degli abbonati. Ci troviamo quindi di fronte ad un progetto che ha preso una strada molto diversa rispetto a quanto pianificato all’inizio e che quindi è anche più difficile da inquadrare all’interno della filmografia dei Coen.

La Ballata di Buster Scruggs è una sorta di canzoniere, una raccolta di frammenti di un progetto più grande che cerca di cogliere tutte le declinazioni possibili del mito della frontiera. Non è un caso infatti che ogni episodio si apra con l’immagine di un vecchio libro (dal titolo La Ballata di Buster Scruggs e altre storie della frontiera americana), in pieno stile disneyano, che contiene ognuna delle storie che vedremo nel film, la cui lettura procede in parallelo con lo scorrere degli episodi come se qualcuno stesse leggendo le storie allo spettatore.


Gli episodi

Il primo racconto è quello che dà il titolo al film ed è appunto la storia di Buster Scruggs (Tim Blake Nelson), un allegro fuorilegge che passa gran parte del proprio tempo cantando, suonando la chitarra e uccidendo gli avversari a duello: nell’uso delle armi è imbattibile, tanto da essere in grado di sparare dalle angolazioni più improbabili e di non sbagliare mai un colpo, ma la dura legge del west potrebbe non permettergli di rimanere il numero uno a vita.

Il secondo episodio si intitola Near Algodones e vede James Franco nei panni di un rapinatore sprovveduto che tenta di svaligiare senza successo una piccolissima banca in mezzo al deserto, dando il via ad una serie di disavventure tragicomiche che si concludono con un’impiccagione collettiva: dopo i toni marcatamente surreali e cartooneschi del primo racconto questo episodio è più vicino all’umorismo nero tipico dei Coen, con situazioni decisamente estreme ma ancora nei limiti della credibilità.

Il pugno allo stomaco arriva col terzo racconto, Meal Ticket, che abbandona completamente l’umorismo per mettere in scena la storia crudele e quasi priva di dialoghi di un piccolo impresario (Liam Neeson) che si guadagna da vivere grazie ad uno spettacolo itinerante che mette in scena insieme ad Harrison (Harry Melling), un ragazzo completamente privo di arti superiori ed inferiori che recita con discreta bravura lunghi poemi in cambio di pochi spiccioli: quanto può valere la vita di Harrison per il suo impresario, nel caso in cui quest’ultimo trovi un’attrazione migliore? È da questo frammento che il film inizia a prendere seriamente il volo.

Il quarto racconto è l’ottimo All Gold Canyon: Tom Waits è un vecchio cercatore d’oro che trova un canyon in cui non vi è la minima traccia della presenza dell’uomo (tanto che il suo arrivo spaventa gran parte della fauna della zona) ed inizia a sistemare un piccolo accampamento poiché è convinto di trovare proprio lì un intero filone di pepite d’oro: la ricerca durerà tanti giorni, durante i quali il vecchio potrebbe scoprire di non essere completamente solo come credeva. Dopo la cupezza del terzo episodio, in questa quarta storia i Coen adottano uno stile più solare e avventuroso, aiutati da un grandissimo Tom Waits che regala una performance molto credibile, degna delle sue migliori prove da attore.

Con The Gal Who Got Rattled invece torna lo spirito di film come Il Grinta e Non è un paese per vecchi: è la storia di Alice Longabaugh, una giovane donna che sta attraversando una prateria insieme al fratello, al cane e ad un gruppo di altri viaggiatori, tutti guidati da due esperti cowboy, con l’Oregon come meta. Come accade sempre nei migliori film dei Coen, la trama si sviluppa senza particolari colpi di scena, fino ad un finale a sorpresa che, naturalmente, cambia le carte in tavola. Non è difficile pensare che questo quinto frammento sia anche quello che i fratelli Coen hanno amato maggiormente, dato che è anche quello di durata maggiore del lotto.

La chiusura è affidata al racconto meno western di tutti, The Mortal Remains, che sembra quasi una risposta coeniana ai primi capitoli di The Hateful Eight: quattro uomini e una signora sono in viaggio a bordo di una diligenza, diretti a Fort Morgan, e tutto l’episodio gira intorno ai loro dialoghi sulla natura umana finché due dei passeggeri, un irlandese (Brendan Gleeson) e un inglese (Jonjo O’Neill), svelano ai compagni di viaggio il loro vero mestiere di cacciatori di taglie (o meglio, mietitori) e i loro inquietanti metodi di lavoro. Un frammento dal tono gotico e surreale, che riesce ad essere allo stesso cupo ed estremamente divertente e che chiude nel migliore dei modi questa particolare antologia di racconti.


Il senso dell’operazione

Con questi sei cortometraggi i Coen raccontano il mito del west da sei angolazioni differenti e sembrano quasi giocare e divertirsi parecchio: passano con disinvoltura dall’iperrealismo al surrealismo più totale (a volte addirittura nell’arco dello stesso episodio) e il risultato finale raggiunge dei livelli davvero inaspettati: non siamo di fronte ai livelli dei migliori Coen, naturalmente, ma nemmeno a quelli dei meno interessanti. Dopo aver giocato per tutta la carriera con l’immaginario western, seppur affrontandolo direttamente una volta sola, i fratelli sono finalmente liberi di raccontare le loro storie di celebrazione e distruzione del mito della frontiera e la sensazione è che questo progetto fosse una tappa necessaria per loro e per la loro poetica.

Un film non per tutti i palati, che magari lascerà deluso chi ha una concezione leoniana del western (mentre i Coen, nonostante l’amore dichiarato per Sergio Leone, si rifanno principalmente al cinema di John Ford), ma che sotto una superficie che ad alcuni può risultare indigesta nasconde tanta sostanza. Uno spettacolo d’altri tempi, che fa piacere trovare sull’ipermoderna Netflix, in grado di regalare agli spettatori più ricettivi 133 minuti di intrattenimento d’autore, cosa che spesso manca e di cui c’è sempre maggior bisogno. Per concludere, questo film è anche un’interessante lezione pratica per molti aspiranti cineasti: da un fallimento iniziale o da un cambio di programma in corso d’opera può nascere qualcosa di diverso, che potrebbe essere addirittura migliore.

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