La Favorita: un film da Oscar su potere e impotenza

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Esci dal cinema ed esclami: Dio benedica Yorgos Lanthimos! Perché di registi come lui, così irriducibili a qualsiasi schema eppure così significativi, la storia del Cinema ne ricorda pochi. Se la grandezza di Stanley Kubrick fu di attraversare ogni genere narrativo, marchiandolo con la propria originalità visiva ed entro una concezione filosofica della realtà tutta personale, Lanthimos oggi è l’unico suo erede. Dovremmo rincuorarci di vivere in un’epoca di cui diremo: “Abbiamo visto e subìto film di supereroi, cinepanettoni, commedie da due soldi. Abbiamo vissuto la crisi del formato-film, sperimentato Netflix e la morte della sala, Checco Zalone e Frank Matano (Italiani, popolo di santi, eroi e di youtuber). Abbiamo cacciato Lars von Trier dalle sale e magnificato Christopher Nolan, inglese che si crede un incrocio fra Borges e Cecil B. DeMille e in realtà è solo un buon film-maker, che svolge il proprio compitino, elaborato o meno che sia, e finisce lì. Tutto vero, nostra maxima culpa, ma almeno abbiamo avuto Lanthimos”.

Chiedendo perdono ai lettori per l’incipit celebrativo ed esaltato, giungiamo al punto: raccontare de La favorita e del perché sia un film da vedere, rifletterci, farvi il tifo per gli Oscar e, soprattutto, ricordare come una pietra miliare.

Lanthimos ci ha abituati a film cupi, surreali e sempre attraversati da riferimenti al mito classico, dal senso tragico tipico dei Greci. In The Lobster (2015) il tema della cecità di Edipo e di Tiresia ci accompagna in una storia d’amore e resistenza che ha l’incedere solenne dei grandi classici, ne Il sacrificio del cervo sacro (2017) l’orrore dei malefici di Tebe e il senso di colpa da espiare sono al centro di un rifacimento in chiave familiare e contemporanea della leggenda di Ifigenia in Aulide. La Favorita, invece, apparentemente non ha nulla di tutto ciò: l’ambientazione britannica regale e settecentesca sembrerebbe farne il film più europeo del regista. Ma lo schema rise and fall, le conseguenze della ybris e la follia di Medea restano punti fermi nella costruzione della trama. A differenziare veramente l’ultimo lavoro di Lanthimos dai precedenti è semmai il ricorso frequente alla comicità. Ovviamente, una comicità come può concepirla Lanthimos: sadica, orrorifica, basata, più che su battute fulminanti (e pure ce ne sono), sulla resa visiva e dinamica dei personaggi nei loro vestiti, nei loro trucchi, nel loro corpo denudato.

Il primo modello cinematografico che viene in mente, vedendo il film, è proprio Kubrick. Lanthimos ha realizzato il proprio Barry Lyndon: le luci fioche di candela e gli abbondanti, quasi eccessivi, grandangoli ci accompagnano fra le stanze private e pubbliche della malata e inferma regina Anna Stuart (Olivia Colman), manovrata dalla strenua e autoritaria duchessa Sarah Churchill (Rachel Weisz), vice e amante segreta di Sua Maestà. L’Inghilterra è in guerra con la Francia, i proprietari terrieri protestano per l’aumento delle imposte e i nobili giocano a scommettere sulle corse di oche. Sarah vuole la guerra, e può volerla perché il destino del regno, le decisioni della Regina, stanno nelle sue mani. A sconvolgere i piani, l’arrivo a corte della nobile decaduta Abigail Masham (Emma Stone, che dire di più?), che da dolce servetta di terz’ordine si trasforma in un mostro di manipolazione e doppiogiochismo pronto a tutto, scalza Sarah dal suo posto, sia al governo che nel letto di Anna, e crede di aver raggiunto quello che desiderava: il potere.

Il recente, ed eccellente, Vice di Adam McKay racconta del vicepresidente americano Dick Cheney (Christian Bale), che da fallito nullafacente diventa uomo ombra di tutti i governi conservatori da Nixon a Bush Jr.: questo è un film sul Potere. Quello di Lanthimos va oltre: tratta della connessione fra Potere e impotenza.

L’impotenza è quella di Anna, rinchiusa nelle proprie stanze, impossibilitata a muoversi e prendere decisioni, ma anche la sua subalternità rispetto alle due amanti. Una donna in apparenza senza carattere, complessata, poco sveglia, eccessivamente emotiva, comica nel suo essere per niente regale. L’impotenza è anche quella iniziale di Abigail, creatura oppressa per eccellenza che viene ripetutamente spinta nel fango (uno dei leitmotiv del film), e proprio quella la induce alla rivalsa.

Impotente lo diventa Sarah, sfregiata e costretta a letto per un incidente causato dalla rivale che può così agire liberamente. Impotente ritorna Abigail, quando si rende conto che la propria ascesa al Potere (politico, biopolitico) non la libera dall’essere subalterna ha chi, in realtà, il Potere l’ha sempre detenuto: la regina Anna, che si alza dalla sedia a rotelle (elemento ricorrente in Barry Lyndon, Arancia Meccanica e Il dottor Stranamore di Kubrick a simboleggiare proprio il Potente impotente) e si impone finalmente sulla “favorita”.

Non si può parlare di impotenza senza parlare di sesso, e il sesso è l’asse portante del film: direbbe Pasolini, è il “simbolo nudo” delle relazioni di potere. A determinare le sorti del Regno è un triangolo sessuale. E femminile, per giunta. Gli unici personaggi di carattere nel film sono donne: sono loro a tenere in mano lo scettro. Gli uomini presenti portano lo stigma di un’impotenza ancora maggiore: non accidentale come per la Regina, o legata all’ambizione di Sarah e Abigail, ma proprio connaturata all’essere maschile. Gli uomini di corte sono effemminati, castrati, maldestri, meschini: si sollazzano nel gozzovigliare e hanno in mente soltanto lo stupro come massima soddisfazione.

– Vuole stuprarmi o sedurmi?
– Sono un gentiluomo.
– Allora vuole stuprarmi.

Così il personaggio di Emma Stone risponde al proprio futuro marito, che vuole utilizzarla in quanto spia per conto del partito d’opposizione e finisce per essere utilizzato come ascensore sociale. L’unica scena di sesso fra i due, la loro prima notte di nozze, si risolve in un atto di masturbazione svogliata: lui muore per l’eccitazione, lei senza nemmeno guardarlo tiene in mano il suo membro come uno scettro e intanto pensa alle prossime mosse politiche che le spettano.

Tragedia e commedia, dunque. Tre spettacolari attrici femminili, su cui spicca Emma Stone che nemmeno in abito da nobildonna perde la sua espressione da ragazza punk insofferente. Assieme, una geniale parodia dello stile di vita nobiliare, opulento e squallido: debitore di Bunuel, Fellini e delle caricature regali di Goya, Lanthimos ci mostra un palazzo dove, fra poche luci e molte ombre, vanno e vengono caroselli di vecchi generali in mutande, conigli e anatre, cortigiani e arrivisti. La favorita meriterebbe più di un Oscar, ma a prescindere da ciò è sicuramente un film che resterà per molto tempo. Come il suo regista.

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