Forrest Gump: oltre il significato del film

“Mamma diceva sempre: la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”

Chi è che nella sua vita non ha mai sentito pronunciare queste fatidiche parole? Se si potesse pensare agli anni 80’/90’ e racchiuderli in qualche film ed alcuni registi, sarebbero certamente degni di considerazione John Landis e Robert Zemeckis. Quest’ultimo, all’epoca reduce dai mega successi della trilogia di Ritorno al futuro, riesce a costruire un racconto dolceamaro ed allo stesso tempo innocente come il protagonista, che nonostante le diversità ha in sé una tenerezza rara da trovare anche oggi nel cinema senza risultare banali. Un racconto che con il tempo ha realmente raggiunto lo stato di epicità che gli competeva, un’avventura che attraversa amabilmente tutti gli anni Sessanta includendo personaggi reali agli albori, che anche grazie al contributo di Forrest sarebbero diventati – per dirla alla Richard Matheson – leggende.

La narrazione è snodata ed inevitabilmente lunga, questo però non farà di certo annoiare lo spettatore, perché la vita e le aspirazioni di quest’uomo ci trasportano empaticamente su di esso, facendoci assaporare quell’America in pieno fermento dove sembrava potesse scoppiare una rivoluzione. Una pellicola dove il regista della Sweet home Chicago, che ha fatto anche le fortune di Landis, non erige nessun monumento al modo di fare americano, ma ne racconta le luci e le innumerevoli ombre di un Paese giovane che ancora non ha ben capito da che parte stare.

Il protagonista è ovviamente Tom Hanks, appena uscito da quel Philadelphia di Jonathan Demme che lo consacrerà nel firmamento delle star americane. Quelli per Hanks furono anni particolarmente movimentati: in quel periodo, grazie anche all’Industrial Light & Magic di George Lucas, incontrerà Kennedy, Johnson e Nixon (scatenando involontariamente lo scandalo del Watergate), suggerirà Imagine a John Lennon e parlerà ad una folla oceanica di persone della schizofrenica guerra del Vietnam, davanti al Lincoln Memorial di Washington D.C.

La tecnica, pionieristica per l’epoca, ha contribuito con grande appeal al successo sia nazionale che internazionale della pellicola, tratta dagli scritti di Winston Groom, incassando quasi settecento milioni di dollari. Se c’è qualcosa, però, che più di tutto fa emozionare lo spettatore è inevitabilmente la corsa di Forrest attraverso l’America sotto le piacevoli note di Jackson Browne, cammino scaturito dall’immensa sensibilità di una persona che ha appena perso uno dei suoi affetti più cari, che lo ha sempre spronato a fare del proprio meglio ignorando chi gli dava epiteti ingiusti nonostante le sue lievi disabilità.

Il viaggio, che lo porta da un lato all’altro dal Paese, sino all’Oceano e ritorno, scaturisce un segno di speranza nelle persone, portando addirittura alcune a seguirlo, sino a quando finalmente Forrest, così come era partito, si fermerà dando la responsabilità alla normale stanchezza, con la semplicità che lo contraddistingue. Questa “corsa” strizza più di un occhio al mito americano della frontiera, ipotizzato a fine Ottocento da Turner, ma le citazioni potrebbero essere innumerevoli: come Thoreau nel suo Camminare, fonte d’ispirazione anche per un certo Christopher McCandless, oppure in chiave europea In viaggio di Henry James.

Oltre al protagonista, nel cast c’è una apprezzatissima ed incantevole Robin Wright nei panni dell’amore di Forrest, che convince pienamente nel suo ruolo di bella e maledetta, con dietro una storia veramente difficile, ma che in fondo vorrà sempre bene al nostro eroe. Supportata da quel Gary Sinise, attore feticcio in moltissime pellicole di successo della decade 90’/00’, che ci farà assaporare anche molti momenti di riflessione e reale affetto nel ruolo del Tenente Dan Taylor. E non va trascurato il responsabile della svolta miliardaria di Forrest, il caro Mykelti Williamson, nel ruolo di Benjamin Beauford “Bubba” Blue.

La colonna sonora è un’infinita sequela di brani folk/rock che ben rappresentano quegli anni di cambiamenti, spaziando da Elvis (a cui Forrest insegnerà il suo ballo distintivo) al primo Dylan, abbracciando anche i Doors ed Hendrix, supportati dal compositore Alan Silvestri che con la sua The Feather Theme dona il tratto distintivo all’intera opera.

L’attitudine a sperare che l’intera pellicola ci dona rappresenta lo spirito indomito dell’uomo nell’affrontare le difficoltà in modo innocente, così per quanto ai nastri di partenza una persona possa partire svantaggiata, deve cercare di ottenere il meglio con quello che ha a disposizione ed in base alle occasioni che la vita le offre, senza bieche invidie ed attraverso la prevaricazione dell’altro (sport molto in voga in questo nostro Paese e nel Paese d’origine di Forrest). Quegli ambienti hanno ripudiato non solo la famosa “Controcultura”, che tanto ha fatto bene alla evoluzione sociale e strutturale dei Paesi, ma anche la tanto inseguita felicità. Essa dovrebbe essere alla base delle rispettive Costituzioni, invece un articolo che ne faccia riferimento è praticamente assente. L’unico paese a rivendicare questo diritto nella carta costituzionale è il Giappone, anche se (come sempre) il Belpaese aveva fatto scuola con tracce nelle carte costituzionali di Corsica e Toscana nel lontano Settecento.

Prendere spunto da questo film per cercare di rivedere la propria esistenza è naturalmente d’obbligo, perché per quanto possa sembrare assurda la vicenda, lo è altrettanto in molti modi la vita di tutti noi. Quindi perché non provare a renderla migliore?

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