Into the Wild: il mondo selvaggio di Sean Penn

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Dieci anni fa, nel gennaio 2008, usciva nel nostro paese Into the Wild, quarto lavoro dietro la cinepresa di Sean Penn, diventato sin dalla sua uscita un cult-movie, un inno all’evasione in chiave cinematografica.

Il film nasce dall’omonimo libro di Jon Krakauer, che a sua volta narra la vera storia di Christopher McCandless, autoribattezzatosi Alexander Supertramp e magistralmente interpretato nel film da Emile Hirsch, un giovane statunitense protagonista, nei primi anni ’90, di una peculiare “fuga” dalla società, che si concluse con un epilogo purtroppo tragico. Sean Penn impiegò anni a convincere la famiglia del ragazzo ad autorizzare la realizzazione del film, e chissà che questo tempo non abbia contribuito alla nascita di un’opera migliore e più matura.

Il film in questione infatti è notevole da svariati punti di vista, a cominciare dalla prima cosa che colpisce, soprattutto se si ha la fortuna di vederlo al cinema: la fotografia. Le location delle riprese ritraggono il meglio dei “great outdoors” americani, e la regia riesce a valorizzarli nel migliore dei modi, accompagnando alla grande l’idea di libertà e fuga che è il tema portante del film. A contorno di ciò, e che contorno, vi è la colonna sonora, scritta appositamente per il film da Eddie Vedder, mai così ispirato dai tempi dei primi Pearl Jam. Musiche e testi calzano a pennello e anzi, raramente come in questo caso sono parte integrante e fondamentale del film, ma allo stesso tempo riescono a comporre un album, omonimo, ascoltato e apprezzato anche al di fuori della logica di esso.

Ma il motivo principale del successo, che poi è anche il bersaglio dei suoi (pochi per la verità) detrattori, è sicuramente l’incredibile storia di Alex, una sceneggiatura che potrebbe sembrare addirittura poco credibile, se non fosse tratta da un reale fatto di cronaca del tempo. Il senso di oppressione, il freddo rapporto con i genitori e le grandi aspettative di questi ultimi spingono infatti il ragazzo, neolaureato, a scappare di casa, privandosi di tutti i suoi averi, e dando inizio ad un avventura “on the road” durata due anni. Viaggerà gli USA in lungo e in largo, vivendo alla giornata, facendo lavori saltuari e incontrando i personaggi più disparati lungo la strada, affrontando il tutto a testa alta, con grande ottimismo e un filo (o forse anche più) di incoscienza. Il tutto fino alla tappa finale, l’Alaska più remota, dove arriverà nella primavera del 1992, trovando un bus abbandonato dove passerà, nel totale isolamento della foresta, gli ultimi 4 mesi di vita, prima della drammatica fine.

Una storia, un viaggio, fin troppo estremi in alcuni frangenti, dove emerge in maniera evidente la filosofia senza compromessi del ragazzo e dove a volte le scelte e i comportamenti discutibili di quest’ultimo possono far storcere il naso a chi non sia così predisposto ai salti nel vuoto e alle scelte forti. E invece Alex si trasforma in un incredibile metafora di ribellione personale, dove solo una storia così straordinaria, e così ben riprodotta, riesce ad emozionare e a suscitare quegli istinti di evasione e libertà che tutti noi, chi più chi meno, ci portiamo dentro.

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Christopher McCandless

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