Sherlock Holmes: le differenze tra libri e film e il loro significato

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Come può un personaggio letterario, nato nel 1887 come protagonista di racconti e romanzi di consumo per il grande pubblico di allora, così solidamente ancorato ai valori austeri e ormai lontani della società vittoriana positivista, essere ancora oggi fonte di adattamenti, interesse, divertimento? Elementare, Watson: se il personaggio in questione è Sherlock Holmes, al tempo stesso il più archetipico e il più trans-mediale prodotto narrativo di sempre (tanto da non distinguere più quali sue caratterizzazioni derivino dalla letteratura, quali dai numerosi adattamenti per il cinema, quali dalle riuscite serie televisive), non c’è poi da stupirsi.

Holmes, radicato nel profondo in una cultura che oggi ci appare rigida e regolativa, si è sempre prestato a reinterpretazioni e reframing più disparate: dai film americani anni ’40 di serie B, in cui il nostro partecipa a veri e propri atti di spionaggio internazionale, alla versione Disney di Basil L’investigatopo (1986). Ogni epoca, ogni contesto sociale, ha le proprie paure: che il professor Moriarty sia il capo della rete di malviventi della Londra di fine ‘800 o un geniale hacker con la chewing-gum in bocca (l’indimenticabile Andrew Scott di Sherlock), l’importante è che ci sia sempre un detective, outsider e vagamente sociopatico, a riportare l’ordine delle cose.

Sherlock Holmes (2009) e Sherlock Holmes – Gioco d’ombre (2011) di Guy Ritchie, ai quali andrà ad aggiungersi nel 2020 un terzo capitolo, non sono certo capolavori del cinema d’essai. Eppure il loro valore risiede proprio nel proporre una nuova veste al detective di Baker Street, facendone il protagonista di una gradevole saga commerciale di film d’azione, che al gusto cupo e spettacolare tipico dei fumetti steampunk uniscono una buona dose di umorismo ed ironia che non possono mancare in un prodotto di ispirazione britannica (il principale difetto di serie “vittoriane”, come Penny Dreadful, è proprio non capire che gli inglesi sono troppo seri per prendersi sul serio). La domanda di fondo che guida lo spettatore nella visione dei film è: come è possibile pensare uno Sherlock Holmes, eroe della razionalità umana, nell’epoca in cui di eroi e di razionalità c’è ben poco in circolazione?

Partiamo proprio dal personaggio principale, interpretato da un Robert Downey Junior sciroccato come pochi. A prima vista sembrerebbe la persona meno adatta a vestire i panni dell’originale: se la creatura di Conan Doyle è di statura imponente, austera, impeccabile, l’attore in questione, costantemente adorno della tipica “barbetta dei tre giorni”, supera a malapena il metro e settanta e ispira autorità come il compagno di banco hippy del liceo. Il primo non sbaglia quasi mai una deduzione e programma qualsiasi eventualità, il secondo dà l’impressione di improvvisare. È noto che lo Sherlock Holmes dei romanzi faccia uso di cocaina per riattivare il pensiero nei periodi di noia, ma quello di Downey Junior sembra costantemente fatto. Eppure, ci troviamo davanti a un Holmes riuscitissimo: la simpatia malandrina lo allontana dallo stereotipo dell’eroe per professione e lo avvicina a quello dell’eroe per caso, i suoi travestimenti maldestri (da uomo, da donna o da tappezzeria che siano, e nessuno nei film sembra avvedersene!) e i suoi guizzi di follia strappano di frequente più di una risata e, soprattutto, il suo apparente spaesamento marca ottimamente la distanza filosofica che intercorre fra l’era delle “magnifiche sorti e progressive” e la nostra.

In più Downey Junior, oltre a essere un comico nato, volontario o meno, resta sempre un buon attore d’azione: se lo Sherlock originale si affida anche alle arti marziali, quello dei film di Ritchie pratica soprattutto quelle (è pur sempre un film di scazzottate), applicandovi però lo stesso metodo predittivo riservato prima unicamente alla consequenzialità logica degli eventi da indagare. La sequenza di apertura del primo film, come numerose altre nel corso del dittico, mostra infatti il nostro prevedere le mosse dell’avversario e spiegare le proprie allo spettatore attraverso un flashforward, al termine del quale il combattimento si svolge come preannunciato e porta alla vittoria del detective. Un modo senza dubbio originale per riadattare lo spessore intellettuale del protagonista e rendere allo stesso tempo interessanti le scene di lotta corpo a corpo, notoriamente difficili da riproporre di continuo senza che risultino noiose.

C’è infine il sesso a connotare lo Sherlock downeyiano in completa opposizione a quello doyleiano: Irene Adler (Rachel McAdams) non si limita a essere l’unica donna stimata da Holmes per la sua intelligenza. Che l’elemento sentimentale/erotico sia solo un mero fatto di cassetta, possiamo dubitarne: l’insuperato Sherlock di Benedict Cumberbatch non ne ha bisogno, anzi va a costituire uno dei pochissimi, se non l’unico (insieme a Todd di Bojack Horseman) rappresentante dell’orientamento asessuato al mondo in una serie televisiva di successo. Downey non è il primo Holmes tutt’altro che monacale: già Billy Wilder aveva proposto la sua versione politicamente scorretta, per quanto compita e raffinata, in Vita privata di Sherlock Holmes (1970); Ritchie porta all’estremo il suo Sherlock, donnaiolo e tuttavia sempre scostante e leggermente disadattato, in un gioco di parodie che, se se si limitano a divertire lo spettatore non esperto di giallistica inglese, risultano gustose per chi è in grado di ricondurle ai propri originali. Umberto Eco affermava che la cifra della nuova serialità è consentire delle “passeggiate intertestuali”, e Sherlock Holmes ci riesce con dignità.

Ovviamente, non c’è Holmes senza Watson. A voler insistere nel bilanciamento fra complementarietà e opposizione, l’impacciato e meno sveglio medico reduce dalle guerre coloniali è interpretato da Jude Law. Jude Law, dico, non Danny DeVito. Qualsiasi regista convenzionale e fedele al testo avrebbe invertito i ruoli, affidato a Downey la parte di Watson e allo slanciato, algido, “vittoriano” e affascinante Law quella di Holmes. Ritchie nuovamente ci mostra quanto possa essere divertente il mestiere del casting e ci propone invece il primo Watson superomistico della storia. Al posto della bonaria e perplessa pazienza che l’assistente riserva, nei romanzi di Conan Doyle, alle originalità del collega e coinquilino, troviamo lo spazientito sguardo di gelido biasimo di Law nei confronti dei lampi di follia randomica di Downey.

Abbiamo esordito specificando che gli Sherlock Holmes di Ritchie non sono dei capolavori, ed è vero. La buona dose di originalità dei personaggi è quasi del tutto assente nella caratterizzazione degli antagonisti (Moriarty su tutti, ed è un vero peccato) e alla lunga, fra un inseguimento e un duello, non ci vuole un detective a intravedere debolezze e buchi di trama. La confezione dei film rimane però di buona qualità (musica, costumi, scenografie) e i riferimenti alla saga letteraria di Conan Doyle stornano qualsiasi dubbio che si tratti solo di “film fumettistici”. Non è poco, speriamo sia abbastanza per un terzo capitolo all’altezza dei precedenti: visto che le premesse ci sono, vale la pena fidarsi.

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