Bojack Horseman, la crisi dell’uomo moderno tra black humor e satira sociale

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Negli ultimi due anni abbiamo assistito alla scoperta e alla consacrazione di una nuova icona della televisione, capace di conquistare critica e pubblico, lasciando molto spazio al dibattito e alla riflessione su temi importanti: la serie televisiva di Netflix, Bojack Horseman. Seppure non sia un fan della prima ora, ho scoperto questa serie poco più di un paio di anni fa, prima che raggiungesse l’attuale incredibile successo, e questo mi ha dato modo di vedere e analizzare Bojack personalmente, senza influenze dettate dalla moda del momento o dalle opinioni altrui, e vedere la serie radicarsi nell’immaginario collettivo, perlomeno dei fan delle serie TV.

Raramente abbiamo visto serie animate imporsi come cult in così poco tempo ma Bojack Horseman rappresenta un’eccezione alla regola su ogni fronte, a partire dai temi trattati e dallo stile ai dialoghi e alla colonna sonora. La serie vede protagonista un cavallo antropomorfo, Bojack Horseman, ex stella della sitcom degli anni ‘90 Horsin’ Around, il quale tenta di rilanciare la sua scarsa ma proficua carriera da attore, cercando di destreggiarsi tra i fantasmi del passato e l’instabilità psicologica, emotiva, familiare e sociale che lo affligge perennemente. Un protagonista in conflitto costante con il mondo e con sé stesso, incapace di uscire dalla depressione in cui è precipitato se non in brevi parentesi legate soprattutto all’abuso di alcool e droghe, in un’eterna fuga dalle proprie responsabilità e dai propri problemi.

Vediamo in questo modo un paradigma antico ma sempre attuale, come quello dell’uomo (in questo caso cavallo, ma ovviamente parliamo del genere umano) in conflitto, anche se nel corso delle quattro stagioni non si vede mai un vero percorso di maturazione e di redenzione, salvo deboli tentativi che affondano inevitabilmente. Intorno a Bojack è stato creato un mondo più che mai vivo e attuale, dichiaratamente ispirato a Hollywood ma che si allarga poi alla società contemporanea nel suo complesso, nel quale umani e animali vivono alla pari (o quasi) senza distinzioni, pur mantenendo certe caratteristiche proprie, permettendo agli sceneggiatori di creare situazioni paradossali e esilaranti sfruttando queste ambiguità: Mr. Peanutbutter, in quanto cane, insegue i postini, odia il tennis perché vorrebbe rincorrere la palla, non può mangiare cioccolato tuttavia vive una vita “normale”, nella quale lavora, fa sesso, ha sogni e ambizioni decisamente umane.

Nonostante l’aspetto da cartone animato, Bojack Horseman è (al pari dei Simpson, di South Park e simili) è scritto e pensato per un pubblico adulto e maturo, staccandosi rispetto alle altre serie animate per la “pesantezza“ dei temi trattati, che non sfociano in umorismo demenziale e volutamente esagerato e volgare ma al contrario scava in profondità, lasciando più piani di visione e interpretazione allo spettatore, che in base alla propria sensibilità può afferrare la satira sociale e politica, l’analisi delicata e profonda della psicologia del personaggio e delle sue contraddizioni, ma anche ridere e perdersi nelle strambe avventure dei vari personaggi, uniti in generale dal bisogno comune di approvazione e di auto-realizzazione.

Analizzando Bojack e le sue vicissitudini rivediamo in parte anche noi stessi e siamo necessariamente spinti a riflettere sulla depressione e la solitudine, sull’amicizia e sull’amore, su cosa sia la felicità e perché, un uomo ricco e di successo (per quanto sbiadito) come Bojack non riesca a coglierla pur avendo tutti i mezzi per raggiungerla.

La ricerca della felicità del protagonista si identifica dunque in quella dello spettatore, la pesantezza della solitudine e la mancanza di legami affettivi coglie di sorpresa il pubblico che rivede in Bojack la propria incapacità relazionale fino a identificarsi in lui. Non è casuale infatti la storia di Secretariat, mito e ispirazione del protagonista Bojack, che lavora duramente (almeno da giovane) sognando di poter essere come il suo eroe fino a interpretarlo nel suo biopic, caratterizzato dallo slogan “Tu sei Secretariat” scritto su uno specchio: Bojack è Secretariat non solo perché lo interpreta ma anche perché come lui è un prodotto di finzione, ha gli stessi difetti e problemi e rivede nella sua immagine riflessa la stessa tendenza autodistruttiva di Secretariat (chi ha visto la serie sa bene a cosa mi riferisco). Bojack quindi si vede allo specchio come Secretariat così come il pubblico si rivede in lui, un gioco di maschere in pieno stile pirandelliano, volto a dialogare con lo spettatore che è sempre al centro dell’attenzione della scrittura degli sceneggiatori.

I meccanismi che permettono l’identificazione del pubblico, per quanto variegato e ampio, si snodano ovviamente anche nelle dinamiche complementari legate agli altri personaggi principali: difficile resistere a Princess Carolyn, gatta rosa e agente di Bojack, brillante donna in carriera che si concentra sul lavoro per nascondere la paura di rimanere sola; così come per Diane Nguyen, giovane scrittrice che nonostante tutte le fortune del mondo non riesce a sentirsi felice e soddisfatta; con il tempo ci si affeziona anche a Mr. Peanutbutter, rivale/amico di Bojack in amore e sul lavoro nonché nemesi caratteriale, così come a Todd Chavez, un ragazzo che vive sul divano del protagonista tra apatia generale e idee bislacche ma geniali a modo loro, il personaggio che più di tutti rappresenta il male di vivere dei giovani contemporanei.

Bojack Horseman è al tempo stesso incredibilmente divertente e profondamente malinconico, è il racconto cinico, diretto e senza filtri della vita di una star anaffettiva ma è anche una commedia con uno humour irresistibile che con la sua satira ci fa prima ridere e poi piangere dei mali della società. Bojack, con le sue paure, le sue maschere e le sue contraddizioni, è ognuno di noi, perché lui è Secretariat e, come da locandina, “Anche tu sei Secretariat”.

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