Silence: la parabola di Martin Scorsese su Dio e la fede

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Silence, il film di Martin Scorsese del 2016, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Una realtà paradigmatica, una fede ingombrante, una desolante condizione esistenziale che si annulla, tutte trovano una realizzazione dentro un unico comune denominatore, un’unica entità totalizzante e, allo stesso tempo, inesorabilmente opprimente: il silenzio.

Silence, sugli schermi il 29 novembre 2016, è la manifestazione di uno Scorsese nuovo, che conserva se stesso, solo entro i termini dell’evoluzione spirituale e della consapevolezza di una fede che supera il connubio paradigmatico sociale, svettando verso un assoluto che esiste di per sé, ma oscurato dalla naturale ed ingenua ostentazione umana.

La scelta di un protagonista in abiti ecclesiastici (padre Rodriguez), all’interno di un’ambientazione come il Giappone seicentesco, iniziano il film già dentro un determinato sistema di contrapposizioni.

Padre Rodriguez, interpretato da Andrew Garfield, incaricato di cercare il mentore, Liam Neeson nei panni di Padre Ferreira, ipoteticamente prigioniero dell’inquisitore giapponese, si mette in viaggio verso questa fagocitante realtà culturale che sembra inghiottire qualunque forma di elemento, culturalmente esterno ad essa.

In questa ingombrante, ma allo stesso tempo intangibile ed immobile realtà di fede, Scorsese, mette in luce un nuovo modo di vivere questo spiritualismo, proiettandosi in una dimensione diversa da quella sociale, con la quale i suoi personaggi si sono dovuti confrontare sino ad ora, ed inserendoli dentro una ancora più grande e complessa: quella dell’inazione.

Tra urla assordanti di un manifestarsi convulsivo di una fede desiderata a tal punto da essere quasi ostentata, il silenzio diventa il protagonista del contrapporsi tra il bisogno di una voce e questa stessa voce, che non sembra esistere.

Il dimenarsi insistente di coloro i quali gridano il nome di Dio, così forte da non permettere né a loro, né a nessun altro di poterla realmente sentire. Un uomo di Dio, che di Dio non sente neanche il respiro, perché assuefatto da quel bisogno compulsivo, quasi perverso, di sentirsi martiri gridando al cielo il Suo nome, in un silenzio proibizionista che vela la fonte ma ne amplifica il suono. Un chiedere perenne una voce, coprendo l’udito con la propria, per sentirla poi, nell’unico momento di silenzio reale.

Un martire di se stesso che trova sfogo nel silenzio di Dio, perché coperto dall’inutile grido di sofferenza auto celebrativa che spinge l’uomo a dimenticarsi di essere uomo. Il suono, che nel silenzio, si carica di significazione, attraverso l’imponenza naturale che diviene manifestazione del divino tanto che il silenzio prende una sua forma ed un suo peso.

In Silence, quindi, si evidenziano due macro realtà, una fede troppo occidentale ed un oriente titanico, che collidendo, creano un enorme vuoto, che sembra occupare tutto il primo piano del film. In una diluizione temporale quasi esagerata, dentro panoramiche quasi dispersive, risultano quasi il soggetto essenziale ed ingombrante del film.

Una diversa angolazione spirituale, che spostando la chiave nel pentagramma, impone di tacere ascoltando il ticchettio del metronomo, che dà il tempo al silenzio, quale non puoi, tu musicista, esimerti dal rispettarlo.

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