One Dimensional Man: anatomia di una band libera

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Pierpaolo Capovilla, mente creativa e animale da palcoscenico, è conosciuto al pubblico per essere il frontman della band italiana Il Teatro degli Orrori. Tuttavia, prima di giungere al successo con gli altri membri di questo progetto grazie all’album A Sangue Freddo, il carismatico leader è stato ed è tuttora il vocalist e il bassista del gruppo One Dimensional Man, attivo dal 1996.

L’eclettico artista è sempre stato a suo agio con la folla, è evidente che il palcoscenico è la sua casa ed è ancora più logico che con i plurimi percorsi musicali (One Dimensional Man, Teatro degli Orrori e il più recente Buñuel) ha potuto raccogliere nel tempo tante soddisfazioni. Nonostante la lunga carriera costellata da molti riconoscimenti, Pierpaolo Capovilla non si è mai fermato.

Il 23 febbraio 2018, dopo 5 album, numerosi cambi di formazione e sette anni di attesa, gli One Dimensional Man sono tornati più forti che mai con il nuovo disco dal titolo You Don’t Exist a cura dell’etichetta discografica La Tempesta Dischi (un progetto indipendente gestito da un collettivo di artisti a cui il cantante è stato sempre molto vicino, presenziando più di una volta alle iniziative correlate). Da novembre a gennaio la band è stata in tour nei principali club di tutta Italia per la promozione dell’album e, per questa occasione, il trio è ritornato alla formazione quasi storica composta da Pierpaolo Capovilla (voce e basso), Francesco “Franz” Valente (batteria) e Carlo Veneziano (chitarra).

Se torniamo indietro agli anni ’90, gli One Dimensional Man erano considerati tra i migliori esponenti dell’hardcore-noise italiano – come dimenticare alcune canzoni storiche quali You Kill Me (2001), Tell Me Marie (2004) e A Better Man (2011). Non era difficile intuire che quel grido rabbioso sarebbe tornato prima o poi.

You Don’t Exist vibra di un rock selvaggio, violento e privo di compromessi; gli undici componimenti si susseguono uno dopo l’altro trafiggendo l’ascoltatore con sonorità molto diverse, luci e ombre sono presenti in alcuni dei passaggi più interessanti del disco; anche teletrasportato nella dimensione live, l’album rivela suoni distorti e pungenti ed è scandito da quell’attitudine post-hardcore senza veli. È un lavoro a suo modo “cattivo” che al suo interno raccoglie anche tracce dei primissimi lavori del gruppo.

Nel cuore pulsante di questo long-playing emerge una canzone dal titolo Free Speech. il testo recita così:

Free speech is a good matter to talk about
I don’t want to hurt your feelings, but your free speech is not like mine
You make a desert, you call it peace
You send your drones on the middle east
But you won’t close my eyes, won’t shut my mouth
Won’t get me on my knees

La libertà di parola è una buona cosa di cui parlare
Io non voglio ferire i tuoi sentimenti, ma la tua libertà di parola non è come la mia
Tu fai un deserto, tu lo chiami pace
Mandi i tuoi droni sul Medio Oriente
Ma non chiuderai i miei occhi, non chiuderai la mia bocca
Non mi metterai in ginocchio

Il contenuto complessivo di questi versi trasmette un forte messaggio di lotta. Nelle parole dell’interprete emerge un invito a reagire, alzarci dal letto, scendere in strada ed essere presenti nella vita di tutti i giorni ma prima di tutto essere liberi.

You Don’t Exist è uno spaccato di vita quotidiana nell’oscura contemporaneità in cui l’uomo è il protagonista indiscusso. In questo racconto il riscatto e l’emancipazione sono pensieri costanti; d’altronde la guerra, l’individualismo, l’opulenza, l’indifferenza, la disgregazione sociale, le ansie e le angosce del mondo di oggi sono da sempre alcuni dei concept più ricorrenti nei lavori dell’artista.

Questo sesto album in studio dimostra che la furia di Capovilla si è sprigionata di nuovo. Così quando assisti ad un concerto dei One Dimensional Man non puoi non osservare lo sguardo di sfida di Pierpaolo Capovilla che ti coinvolge in ogni suo gesto, non puoi non rimanere attonito nell’ammirare Franz Valente colpire con una forza inaudita ogni singola parte della batteria e non puoi non renderti conto quanto la chitarra di Carlo Veneziano sia in un certo senso l’elemento strumentale perfetto, insostituibile che completa ogni performace.

You Don’t Exist è l’ennesima dimostrazione che questa nicchia di artisti che vogliono suonare, suonare e ancora suonare sia legata da sempre ad un concetto di musica libera piuttosto che “indipendente”, un viaggio che vuole raccontare attraverso un rock d’altri tempi storie intense oltrepassando le logiche commerciali attuali per far valere una verità e raccontare con sentimento ciò che conta davvero.

Cover image: foto di Daniele L. Bianchi

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2 comments

  1. Sono onorato e inorgoglito da questo articolo. Non credo di meritare tanto, ma sono intimamente e, mi si passi l’espressione, politicamente felice.

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