Suspiria: spiegazione, trama e analisi del film di Luca Guadagnino

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Per comprendere la reale portata di ciò che ha fatto Luca Guadagnino col suo Suspiria occorrerà probabilmente far passare un po’ di tempo. Da dove possiamo partire? Alla base abbiamo il film dell’orrore made in Italy più importante di sempre. Con Suspiria Dario Argento raggiunse il punto più alto della sua carriera e di tutta l’ormai defunta tradizione horror gotica italiana: un incubo delirante filmato in uno splendido technicolor psichedelico (figlio di Biancaneve e i sette nani e di due decenni di tradizione horror europea, dalla Hammer a Mario Bava), durante il quale ogni briciola di logica narrativa è sacrificata alla costruzione di un’atmosfera unica e irripetibile. Un film unico e magnifico, citato da alcuni dei più grandi maestri del cinema horror e preso come modello ancora oggi dai nuovi autori. Dell’importanza dell’originale di Argento e della lavorazione del remake di Guadagnino ne avevamo già parlato, quindi è inutile ripetersi: il nuovo Suspiria è finalmente arrivato nelle sale italiane ed è pronto per essere analizzato.

La prima domanda che sorge spontanea è “perché rifare Suspiria“? A Guadagnino piace il rischio, ormai dovrebbe essere chiaro. Ogni suo nuovo film è più grande, più internazionale e più rischioso del precedente (il suo prossimo progetto? Blood on the tracks, tratto dall’album omonimo di Bob Dylan) e il suo Suspiria si inserisce perfettamente in questa scia: cosa può esserci di più rischioso che andare a toccare un classico intramontabile di un genere cinematografico mai affrontato prima e molto lontano dalle proprie corde? L’unico modo era tenere (quasi) solo il canovaccio, sezionare e ricostruire la trama, aggiungendo tanti nuovi elementi per riempire i vuoti della sceneggiatura originale (a dire il vero piuttosto esigua) e, sulla base di questa operazione di ricostruzione, creare un film completamente nuovo. Il risultato è chiaramente un remake del film di Argento (assurdo non considerarlo tale), che però risulta estremamente atipico per via di tutto ciò che viene reinventato, che ora andremo a vedere.


La trama

“Sei atti e un epilogo nella Berlino divisa”

Così viene presentato il film prima dei titoli di testa. Oltre alla suddivisione in sette (numero magico) capitoli, Guadagnino pone subito la propria storia in un luogo e in un tempo molto precisi: non siamo più a Friburgo ma a Berlino ovest e siamo nell’autunno/inverno del 1977, in un momento di grande tensione politica e fermento artistico. Il popolo tedesco fatica ancora a curare le ferite del nazismo mentre la vita quotidiana è segnata dalle notizie sul terrorismo e dalle bombe della RAF. Come il film originale, anche questo remake si apre sotto la pioggia e con la fuga di una ragazza di nome Patricia (Chloë Grace Moretz), che però non scappa tra gli alberi della foresta nera, ma trova rifugio a casa del dottor Josef Klemperer (il professor Lutz Ebersdorf, ovvero Tilda Swinton), un anziano psichiatra che pare molto affezionato a lei.

Patricia è una ballerina di talento e ha bisogno di aiuto: è convinta di essere perseguitata da una congrega di streghe capitanata da una certa Madre Markos, sente strane voci, soffre di allucinazioni e riempie il suo diario di pensieri deliranti in cui mescola attivismo politico e storie di stregoneria. Klemperer prova a parlarle con calma, ma la ragazza se ne va in fretta, terrorizzata dal fatto che le streghe possano averla scoperta (“mi squarteranno e mangeranno la mia fica in un piatto”, dice). Entra quindi in scena Susie Bannion (Dakota Johnson, splendida) che, come nel film originale, arriva in Germania dagli Stati Uniti ma questa volta non lo fa per entrare in una scuola di danza classica, ma per sostenere un’audizione presso la più prestigiosa compagnia di Tanztheater del mondo, la compagnia Markos, guidata da una coreografa dal talento eccezionale di nome Blanc (sempre Tilda Swinton, truccata in modo da risultare identica a Pina Bausch).

Da subito capiamo che questa non è più la Susie Bannion di Jessica Harper: i titoli di testa ci mostrano la lenta agonia di sua madre (Malgorzata Bela), matriarca di una numerosa famiglia mennonita dell’Ohio, il cui rantolo (mostruosamente simile a quello di Helena Markos nel film originale) sembra accompagnare Susie anche una volta raggiunta l’Europa. Susie ha qualcosa di speciale, una sorta di dono: non ha mai preso lezioni di ballo in vita sua eppure è dotata di un talento incredibile che fa subito presa su Madame Blanc, Miss Tanner e le altre insegnanti che assistono alla sua audizione: in un attimo entra a far parte della compagnia e riceve subito la stanza che era prima occupata da Patricia, che è misteriosamente scomparsa.

È dopo queste premesse iniziali che il film di Guadagnino imbocca strade molto diverse rispetto al predecessore argentiano, suddividendosi in tre linee narrative anziché seguirne solo una: da una parte seguiamo le vicende di Susie, che prendendo sempre più confidenza col mondo che la circonda lascia intuire chiaramente di non essere giunta lì per caso (seguendo quindi una delle teorie più interessanti legate al vecchio film, che la vorrebbe anch’essa una strega); dall’altra troviamo la figura del dottor Klemperer, un personaggio decisamente complesso, assente nel film di Argento, che da un lato decide di portare avanti le indagini sulla sparizione di Patricia e si troverà a collaborare con Sara (Mia Goth), la migliore amica di Susie all’interno dell’accademia, mentre dall’altro combatte coi fantasmi del proprio passato, incarnati dal ricordo di una moglie sparita nel nulla nel 1943, forse deportata, e mai più ricomparsa; per concludere poi col collettivo di streghe che gestisce la compagnia di danza, un meraviglioso gruppo politico di donne e attrici.

Rispetto alle streghe di argentiana memoria, quelle di questo film sono davvero qualcosa di completamente diverso: socialmente impegnate, a tratti addirittura dolcissime, maggiormente occupate in lunghe votazioni per la leadership del gruppo (lo scontro è tra la fazione Markos e la fazione Blanc), queste streghe sui generis sembrano più occupate a risolvere i loro problemi interni che a fare del male ai mortali (singolare il fatto che nessuna di loro compia omicidi nel corso del film). La loro leader storica, Helena Markos, che le ha riunite una ad una nel corso dei secoli autoproclamandosi Mater Suspiriorum (una delle tre entità primordiali, nate prima di ogni religione, insieme a Mater Tenebrarum e Mater Lachrymarum), sta morendo lentamente e desidera con forza che sia aggiunta una nuova strega alla compagnia: dopo aver fallito col mancato inserimento di Patricia (che desiderava usare i poteri da strega per unirsi alla lotta della RAF) decidono di ripiegare immediatamente su Susie, che fin da subito ha mostrato abilità straordinarie tanto nella danza quanto nella magia.

Si prosegue dunque con Susie che, col procedere degli allenamenti, diventa sempre più la favorita di Madame Blanc: non solo le viene permesso di provare la parte da protagonista nelle prove di Volk, lo spettacolo più celebre e più complesso creato da Blanc, ideato durante il nazismo e che sta per andare in scena un’ultima volta, ma sembra anche che la sua insegnante provi nei suoi confronti un affetto sempre più materno, oltre a conferirle abilità agonistiche che sottrae ad altre ballerine.

Nel frattempo le indagini di Klemperer e Sara sulla sparizione di Patricia proseguono senza sosta: Klemperer si rivolge alla polizia senza ottenere risultati (i due ispettori assegnati al caso sono già caduti vittime di un incantesimo) mentre Sara, all’inizio scettica, comincia a prendere molto seriamente le parole del vecchio psichiatra quando una serie di rumori notturni (dovuti all’improvviso suicidio di una delle streghe, Miss Griffith) la portano a scoprire un’ala segreta del palazzo in cui accadono cose decisamente inquietanti.

Ormai convinti che i racconti di Patricia fossero almeno in parte veri (nessuno dei due crede ancora alla stregoneria, ma piuttosto ad una sorta di setta satanica), Klemperer e Sara decidono di smascherare la reale natura della compagnia: Sara è convinta che Patricia sia ancora nascosta nell’edificio e decide di cercarla, mentre Klemperer acquista un biglietto per assistere all’ultima rappresentazione di Volk, ormai imminente.

Il giorno dello spettacolo è giunto: Susie è la protagonista, Sara non si presenta dietro le quinte poiché ancora alla ricerca di Patricia e Klemperer è tra il pubblico: dopo che le streghe hanno spezzato una gamba a Sara, che viene riportata a danzare tra le colleghe grazie all’ipnosi, la performance viene brutalmente interrotta dalle improvvisazioni di Susie che spezzano l’incantesimo su Sara, la quale si accascia al suolo urlando. Ormai Susie e Madame Blanc riescono a comunicare grazie alla telepatia e questo sembra non sconvolgere minimamente la giovane.

Helena Markos, intanto, decide unilateralmente che Susie è pronta, nonostante le resistenze di Blanc, e dà l’ordine di organizzare il rito di passaggio, ovvero un violento sabba iniziatico durante il quale la giovane deve giurare eterna fedeltà alla Mater Suspiriorum per ricevere i poteri da strega. Per aggiungere un testimone umano al rito, le streghe scelgono di rapire Klemperer con un metodo particolarmente crudele: gli fanno prima credere di aver ritrovato la moglie scomparsa tanti anni prima (Jessica Harper, in un cammeo eccezionale) per poi condurlo con l’inganno davanti all’edificio della compagnia, dove lo rapiscono.

Il rito finale è il momento della verità: vediamo finalmente Helena Markos (ancora una volta Tilda Swinton) e scopriamo che il suo corpo è devastato da tumori, escrescenze e bubboni purulenti (ultracentenaria ma comunque troppo malata per essere una creatura immortale) e, tra le urla disperate di Klemperer che teme di essere stato scambiato per un ex-nazista e non si rende bene conto di cosa stia accadendo, assistiamo all’arrivo di Susie. Dopo un ultimo scontro tra Blanc e Markos (con quest’ultima che prova a decapitare, senza riuscirci del tutto, l’ex migliore allieva) assistiamo a una grande rivelazione: Susie ha portato con sé l’angelo della morte (sempre Malgorzata Bela, che interpretava la madre nei flashback) e rivela di essere lei stessa la vera Mater Suspiriorum, tornata sulla terra per la prima volta dopo tempo immemore e pronta a punire la millantatrice. Dopo aver sterminato Markos e le streghe a lei fedeli, Susie raggiunge Sara, Patricia e Olga (che si trovano in uno stato a metà tra la vita e la morte) e chiede loro se preferiscono vivere da streghe o morire: le ragazze scelgono la morte e vengono accontentate dolcemente.

Dopo essere stato riaccompagnato alla porta da Miss Vendegast (Ingrid Caven) che gli canta una ninna nanna per farlo calmare, il dottor Klemperer, in evidente stato di shock per ciò cui ha assistito, raggiunge il proprio appartamento e lì trova Susie ad aspettarlo: dopo essersi scusata per ciò cui ha dovuto assistere, Susie racconta al vecchio dottore cos’è realmente accaduto a sua moglie Anke (è morta di freddo in un campo di sterminio) e dopo il racconto decide di rimuovere dalla sua mente dell’uomo ogni ricordo di Anke, Patricia, Sara e se stessa, in un atto che può essere letto sia come gesto di estrema bontà che come beffa finale (quando il dottore si risveglia infatti non riconosce più nemmeno la governante, come se fosse vittima di una lobotomia). Il film si chiude con un salto avanti ai giorni nostri, nella casa di campagna di Klemperer ora in mano a una nuova famiglia: sul muro resta ancora inciso un cuore con le iniziali A + J (Anke e Josef). Forse resta sempre un segno del nostro passaggio sulla terra, che nemmeno il più potente degli incantesimi può cancellare.


La spiegazione del film

Di cosa parla questo Suspiria? È un film stratificato, complesso, ricco di particolari e di chiavi di lettura: può essere visto contemporaneamente come un film sui sensi di colpa (se ci si concentra sulla storyline di Klemperer), sul fallimento (se ci si concentra su quella del gruppo di streghe) o come un horror/storico sulla scia del lavoro di Guillermo Del Toro (se si guarda la vicenda di Susie). Quello che è certo è che si tratta di una rilettura a trecentosessanta gradi dell’opera di Argento, che a tratti prende completamente le distanze dalla matrice originale per rifarsi ad altri classici del passato, del genere e non: ci sono echi di Shining tra i corridoi dell’edificio della compagnia (gli interni sono stati filmati a Varese, presso il Grand Hotel Campo dei Fiori), specialmente nel momento in cui Sara (Mia Goth è estremamente simile a Shelley Duvall) trova Patricia in stato di non morte, mentre l’idea dei corpi nel sotterraneo rimanda alla soffitta di Miriam si sveglia a mezzanotte (così come il trucco di Swinton nei panni di Klemperer è ispirato a quello di David Bowie invecchiato nel film di Tony Scott).

Quello che colpisce maggiormente però è il lavoro fatto sul gruppo di streghe, che leggono i giornali, si preoccupano di ciò che accade fuori dal loro circolo e dai loro riti e, più di ogni altra cosa, ci lasciano col sospetto che, in fondo, ciò che sta accadendo al di fuori sia di gran lunga molto più brutto e pericoloso di quanto loro abbiano mai fatto. La fotografia a cura di Sayombhu Mukdeeprom si distanzia tantissimo da quella di Luciano Tovoli per il film originale, tutta impregnata di colori primari, per scegliere invece una palette di colori molto più vasta (seppur meno psichedelica) e cambiando registro più volte nel corso del film.


I pregi di Suspiria

I momenti da ricordare sono numerosi, uno su tutti quello del massacro di Olga (Elena Fokina), la ballerina amica di Patricia che ha intuito la reale natura delle insegnanti: la costruzione dell’intera scena è da manuale del cinema della tensione, con un eccezionale lavoro di Walter Fasano al montaggio alternato che da un lato ci mostra i movimenti di Susie che prova Volk per la prima volta e dall’altro le conseguenze che essi hanno a distanza sul corpo di Olga, che viene sbattuta violentemente contro le pareti in un tripudio di ossa frantumate e liquidi organici, il tutto realizzato senza quasi ricorrere alla computer grafica grazie all’incredibile lavoro di Elena Fokina (una vera ballerina, come parte del cast).

Il centro del film è la danza (c’è sempre una forma d’arte al centro dei film di Guadagnino); non più il balletto classico ma la danza contemporanea, novecentesca, pesante e brutale: i corpi non si alzano in aria ma cadono al suolo e si contorcono (come in un rito magico) e non è infatti un caso che sia proprio la danza il motore della magia. Il momento della rappresentazione di Volk è infatti anche il momento più esteticamente bello di tutto il film, coi corpi e i respiri delle ragazze che si mescolano alla musica in maniera perfetta.

Tra i vari elementi di grande interesse che caratterizzano questo rifacimento c’è poi l’esordio come compositore di Thom Yorke (di cui vi abbiamo già parlato) con un lavoro musicale talmente bello da poter vivere di vita propria anche separato dal film, ma che abbinato a quelle immagini raggiunge picchi di vera poesia.

Se il modello di Guadagnino per Chiamami col tuo nome era Bernardo Bertolucci, in Suspiria è decisamente Paul Thomas Anderson (che non a caso è il primo dei ringraziamenti nei titoli di coda): una scelta spiazzante per molti, ma estremamente efficace a conti fatti. Insomma, i fan di Dario Argento rimarranno perplessi, così come gli spettatori in cerca di un horror secondo i canoni odierni del jump scare, ma questo Suspiria ha invece tutte le carte in regola per essere amato profondamente da chi ama il cinema più trasversale ai generi, il cinema che non segue regole precise e schemi consolidati, ma che si fa guidare dalla maestria del proprio autore, che ci regala un’opera che ha bisogno di tante visioni per essere compresa del tutto. Cinema vero, cinema che incanta.

Questa storia fa parte del libro Auralcrave “Non Ho Capito! Spiegazioni, storie e significati dei film più criptici che tu abbia mai visto.
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