L’Ora Del Lupo: il film di Ingmar Bergman, tra incubo e realtà

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I titoli di testa si aprono con le voci della troupe che sta iniziando a girare: lo spettatore è consapevole che ciò che vedrà non appartiene al mondo reale, ma è frutto di cinema, finzione.

Sullo schermo una giovane donna seduta ad un tavolo si guarda attorno con aria smarrita, come in cerca di risposte. Dietro di lei, l’ingresso di una casa, la dimora in cui ha vissuto per sette anni insieme al marito. Dopo qualche minuto, i suoi occhi si rivolgono alla macchina da presa e con uno sguardo carico di sofferenza inizia il suo racconto.

Sono molti i registi che hanno tentato di descrivere gli incubi e i fantasmi che popolano l’animo umano, i mostri nati dall’inconscio che crescono e vivono dentro di noi. Da David Lynch a Lars Von Trier, la psiche e il suo abisso sono al centro di pellicole dove l’inquietudine e lo spaesamento rivelano quel labile confine tra follia e razionalità, immaginazione e realtà. Ce n’è una, più di tutte, che è stata un chiaro punto di riferimento per questi registi: è L’ora del lupo, film del 1968, forse uno dei meno noti di Ingmar Bergman.

Nato da I Mangiatori di Uomini, un manoscritto a cui il regista svedese lavorava nel 1960, il film è un susseguirsi di simboli e manifestazioni di un passato che riaffiora, in forme diverse e inquietanti.

In questa pellicola i dialoghi e la trama lasciano spazio alla forza delle immagini e alla sublime fotografia in bianco e nero di Sven Nykvist: lo spettatore è trascinato nel mondo allucinatorio di un artista che ha perso i confini con la la dimensione reale, tra terrore, sofferenza e una solitudine disperata.

Un’isola quasi inabitata: è questa l’ambientazione scelta da Bergman per narrare l’esilio del pittore Johan Borg, che decide di trasferirsi qui insieme alla moglie. Al centro di questo viaggio, la ricerca della pace interiore e dell’armonia dell’artista, in un idillio di natura  e paesaggi incontaminati che si rivelerà ben presto pura apparenza. Accanto a lui Alma, una compagna dolce e premurosa che aspetta un figlio ed è capace di isolarsi dal resto del mondo per vivere insieme al compagno: una scelta che rivela, già all’inizio del film, l’amore smodato che nutre nei confronti del marito.

Nonostante inizialmente l’isolamento volontario sembri giovare alla coppia, la comunicazione e il rapporto tra Alma (interpretata da Liv Ulmann) e Johan (rappresentato da Max Von Sydow) inizia a vacillare nel momento in cui l’insonnia che perseguita il pittore prende il sopravvento. Ben presto, infatti, la notte inizia a rivelare il proprio lato oscuro: “l’ora del lupo è quella tra la notte e l’alba, quando molta gente muore e molta gente nasce, quando il sonno è più profondo, gli incubi ci assalgono, e se restiamo svegli abbiamo paura”, sussurra Johan alla moglie Alma.

Così, un fiammifero dopo l’altro acceso nell’oscurità della casa, la pace apparente lascia il posto a un teatro cupo ed espressionista, dove i personaggi grotteschi dei ritratti di Joahn prendono forma per entrare prepotentemente nella vita dei due.

Che cos’è l’inconscio secondo Freud se non quegli istinti e desideri rimossi, che non si manifestano a livello cosciente, ma che ci fanno visita attraverso i sogni, i simboli e gli scherzi della mente?

Un vortice di follia e depressione claustrofobica riscucchia l’artista in una solitudine esistenziale fatta di incomunicabilità, dove i desideri repressi si incarnano in personaggi strambi e deliranti. Così, in un castello decadente, sulle note del Flauto Magico di Mozart, tra nobili mostruosi e ossessioni amorose che sembravano sepolte nel ricordo, i due si perdono in un abisso di allucinazione orrorifica, rappresentato magistralmente dal regista svedese. 

L’ora del lupo contiene numerosi riferimenti autobiografici. Lo stesso Bergman nella sua autobiografia Lanterna magica, ci racconta il periodo della sua vita in cui a causa della malattia della moglie l’insonnia lo teneva sveglio:

“La mia insonnia, o sonno cattivo, divenne conica. […] Spesso vengo strappato al sonno profondo come in una spirale. É una forza irresistibile, mi domando dove si nasconda. Sono vaghi sensi di colpa o è un esauribile bisogno di tenere la realtà sotto controllo? […] Le ore peggiori sono quelle del lupo, fra le tre e le cinque. Allora arrivano i demoni: l’amarezza, la nausea, la paura, il disgusto, la collera. Non serve soffocarli, s’incattiviscono”

Alma, nonostante la premura e l’amore nei confronti di Johan, non è riuscita a salvarlo. I “mangiatori d’uomini” hanno sconvolto anche la sua vita, trascinandola in una dimensione di cui non riesce a trovare il senso, ma che ha messo in discussione tutto, persino l’amore e il legame tra i due, come confessa lei stessa in un monologo al termine della pellicola. “È vero che una donna che vive con un uomo per molto tempo finisce poi per essere simile a quell’uomo? Sì dico, se lei lo ama e cerca di pensare come lui e vedere come lui, dicono che ciò cambi una persona. Perciò i suoi fantasmi li ho veduti anche io o forse erano reali? Supponiamo che l’avessi amato meno e non mi fossi presa pena per tutte le sue stranezze, avrei saputo difenderlo meglio? O forse è stato perché non lo amavo abbastanza che diventai gelosa?”

Su questi interrogativi esistenziali si chiude L’ora del Lupo, un film che ti opprime con il suo ritmo lento e  ti ipnotizza con una suggestiva fotografia espressionista densa di contrasti: luci ed ombre che inquietano, lasciandoti l’amaro in bocca dal primo all’ultimo fotogramma.

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