Dogman: i simbolismi della trama nel film di Matteo Garrone

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La solitudine è indipendenza, e possiamo anche non scomodare Herman Hesse per affermarlo, ma per un essere sociale come l’uomo non è una cosa così scontata rimanere solo. L’uomo, così come l’animale, necessita del branco per sopravvivere, fino a che non riesce ad acquisire un’autonomia tale da potersene staccare, ma fino a quel momento ne dipende visceralmente. Questo legame lo accompagnerà per tutta la vita, perché sebbene la testa possa sopprimerlo, il sangue e il cuore non possono di certo farlo. Un vincolo intrinseco che nasce con la comparsa dell’uomo sulla Terra, ma che col tempo si estende ad altri esseri viventi rendendo alcuni animali degni di questo legame, in particolar modo il suo fedele compagno che lo ha affiancato nel cammino dell’evoluzione attraverso i millenni, cioè il cane. Al momento della separazione l’uomo, così come il cane, può decidere cosa essere, se leader o gregario, se riportare la pallina al proprio padrone o se sbranare chiunque gli si avvicini. Domare o essere domato? Bisogna scegliere per sopravvivere e farlo con estrema cautela perché ciò influenzerà inesorabilmente il resto della vita. Domestico o randagio, hanno entrambi fame ed entrambi cercano di saziarsi, ma la differenza è il modo in cui si sfamano ed è più semplice nutrire un domestico che un randagio perché se il primo è abituato a ricevere attenzioni e premure, non è lo stesso per il secondo e se si è buoni con i randagi poi imparano la strada di casa e ritornano, non si sa come e con quali intenzioni, ma tornano fino a diventare loro stessi i padroni.

Questo eterno conflitto-confronto tra bestialità e umanità, tra debole e forte, tra randagio e domestico tinteggia la trama di Dogman l’ultima opera di Matteo Garrone, regista romano entrato ormai di fatto nell’Olimpo dei cineasti più illustri del panorama italiano e non solo. Il regista si ispira ad un fatto di cronaca avvenuto a Roma nell’ormai lontano 1988, l’omicidio del pugile e criminale Gianluca Ricci ad opera di Pietro Negri, meglio conosciuto come “Er Canaro”. Un film che Garrone aveva in mente da tanto tempo e che per una serie di motivi non è mai riuscito a sviluppare, ma che è rimasto sempre nei meandri della sua mente come un desiderio nascosto, quasi proibito, ed è affiorato al momento giusto, quando tutti i tasselli del mosaico si sono incastrati alla perfezione.

Un film, come detto poc’anzi, che è orientato da un evento realmente accaduto, ma che si sviluppa autonomamente lasciando da parte la cronaca nera e costruisce intorno a sé un mondo fiabesco, una terra di confine  che non appartiene a nessuno e che non si lascia né identificare né governare (questo scenario è reso possibile grazie al luogo in cui è stata girata la pellicola, cioè Villaggio Coppola, frazione di Castel Volturno, già utilizzata dal regista per L’imbalsamatore e Gomorra). Questo grande teatro in cui si costruisce il racconto è dominato dalla disputa immortale tra forte e debole, in cui i sentimenti sono foschi e fugaci proprio come la nebbia che avvolge questo purgatorio. L’unico volto vivace è quello di Marcello, un uomo minuto e mansueto che gestisce un locale di tolettatura per cani per i quali nutre un amore smisurato. Conduce una vita relativamente serena e modesta, non avendo mai preteso più di quanto non abbia già, e trascorre le giornate dedicandosi al suo lavoro e a sua figlia Alida. Per arrotondare vende cocaina, ma definirlo uno spacciatore è azzardato proprio per la sua natura benevola così lontana dal mondo criminale che lo circonda. Questa sua attività lo porta però ad instaurare una tormentata amicizia con Simone, un criminale di quartiere, assuefatto alla polvere bianca, che vive commettendo reati e sgomentando gli abitanti del posto.

Due cani randagi così diversi da completarsi a vicenda: Simone ha bisogno di Marcello per la cocaina e per avere qualcuno da dominare senza che questo si ribelli, Marcello non ha bisogno di Simone, anzi dentro di sé maledice il giorno che l’ha incontrato, ma inconsciamente sa che solo con lui può sentirsi davvero invincibile, sebbene ne sia tormentato periodicamente. Marcello è il volto dell’ingenuità, dell’allegria, dell’umiltà e della miseria, Simone quello della rabbia, della brutalità, della violenza sfrenata e sono entrambi due perdenti per natura ma che interpretano questa loro sconfitta in modi differenti indirizzati presumibilmente anche dalla loro fisionomia e dalla loro fisicità essendo il primo minuto e gracile a differenza del secondo che è la personificazione moderna del Ciclope omerico.

Simone sa che Marcello è un debole, un miserabile e lo tiene sotto scacco, può chiedergli qualsiasi cosa e non trovare opposizione, non perché questo sia un servo fedele nel senso cristiano del termine, ma perché ha paura e per natura è portato a subire accontentandosi delle briciole che il tiranno gli lascia, come un cane appunto. Può, perciò,  permettersi di non pagarlo o di ritardare i pagamenti per la cocaina o può presentarsi in tarda serata costringendolo a partecipare al saccheggio di un appartamento, pur affidandogli un ruolo marginale come quello di guidatore. Proprio in quest’occasione vediamo chiaramente la ferocia di Simone contrapposta alla mitezza di Marcello, quando dopo il furto, salito sul furgone il bruto gli dice che insieme al suo complice ha gettato il cane che presidiava l’appartamento nel congelatore per farlo smettere di abbaiare. Marcello, sconvolto da quanto ascoltato, dopo aver ricevuto da Simone un’inezia per il lavoro svolto, decide di ritornare nell’appartamento appena svaligiato e liberare il povero cagnolino da quella prigione di ghiaccio nella quale i due l’avevano rinchiuso solo perché difendeva il suo territorio. Lui che tratta quelle bestiole come suoi simili, addirittura facendo mangiare il suo cane Jack dal suo stesso piatto, e che ha trascorso tutta la vita a prendersene cura, sente sulla sua pelle il freddo e il dolore provato da quella creatura, ma nemmeno questo è sufficiente per ribellarsi a quel Golia che lo tiene serrato tra le proprie mani.

È grazie però alla scarsa ricompensa che il suo aguzzino gli ha donato che può ricavare i soldi per fare un regalo a sua figlia Alida, con la quale condivide la passione per le immersioni, non proprio comune per un omuncolo tale. In realtà è un regalo più per se stesso che per la bambina, un modo per evadere da quella vita scialba e priva di emozioni vivaci. L’immersione per Marcello rappresenta un rifugio sicuro dove per un momento può perdersi nell’indeterminato, lontano da quel far west dove alberga, lontano da tutte le convenzioni sociali, lontano dalla vita reale e può farlo con la persona che più ama al mondo. Quella landa desolata, quel lontano ovest ricco di tutti quegli archetipi che lo compongono (c’è il locandiere-gestore di una sala giochi, il compro oro, il proprietario di una trattoria, il fuorilegge e uno sceriffo apparentemente assente) però lo tiene ben ancorato alla realtà.

Tutti gli abitanti del posto provano ribrezzo per Simone ma nessuno ha il coraggio di affrontarlo, nessuno vuole farsi avanti per affrontare Golia. C’è anche chi propone di assoldare qualcuno per ucciderlo, ma sebbene sia vessato quotidianamente da Simone e subisca il suo temperamento Marcello si oppone animatamente perché, oltre ad essere totalmente lontano da quel modus operandi, ormai è diventato un suo prigioniero ed è impaurito dall’idea di essere altro al di fuori di un cane addomesticato, tirato dal guinzaglio. Marcello non ha mai subito violenza fisica da Simone o comunque non ci è dato saperlo, ma la sua sottomissione deriva da una violenza psicologica che il piccolo uomo non  riesce ad affrontare, non riuscendosi ad immaginare lontanamente in altre vesti che gli permettono di imporsi e di cambiare la sua natura.

Marcello non è l’unico che si oppone a questa scelta azzardata, anche Franco, l’orafo, è contrario a questa decisione, non perché non lo voglia profondamente ma semplicemente non vuole prendersi la responsabilità di un omicidio, affermando atarassicamente “io aspetto, prima o poi qualcuno lo ammazza”. Ma chi sarà costui che tenterà l’impresa? Effettivamente due sconosciuti a bordo di uno scooter ci provano, scaricandogli una manciata di colpi addosso (forse solo per intimidirlo) che lo feriscono soltanto, per vendicare l’onta subita dal pusher dal quale solitamente Marcello va a rifornirsi, al quale Simone, pur avendo un debito sostanzioso, si presenta insieme al suo fidato servitore e non accettando gli insulti da questo rifilati lo massacra di botte, lasciandolo esanime. I due, poi, come se niente fosse, si rifugiano in un locale a luci rosse nel quale Marcello può perdersi completamente, come durante le immersioni, ma in modo totalmente differente. Qui infatti Marcello, perdendo la sua identità, si avvicina quanto più a Simone che per una sera fa sentire il suo cagnolino un leone. Insieme sniffano, bevono e ballano circondati da ballerine non proprio inibite e anche Marcello per qualche ora può sentirsi un figlio della notte. Lo spettatore stesso viene catapultato dentro la festa grazie ai piani sequenza che compongono la scena e ai movimenti di macchina che lentamente avvolgono i due soggetti. La telecamera sembra quasi pedinare i protagonisti in modo invasivo accarezzandoli da vicino, cercando di catturare gesti irripetibili in cui gli attori si dimenticano di loro stessi, un vezzo  del regista che già in altre opere ha utilizzato in modo spasmodico (vedi “Estate Romana” e “Primo amore”), inseguendo l’attore alla maniera di Rossellini.

Simone però come un segugio ha fiutato un bottino ancora più ricco, ma per poter realizzare il colpaccio ha bisogno che il suo fedele compagno gli dia carta bianca su tutto e quindi lasciargli le chiavi del negozio appena terminata la giornata di lavoro per poter rompere il muro che collega il suo negozio a quello di Franco, l’orafo, e spogliarlo di tutte le sue fortune. Marcello prova a resistere alle ostinazioni del suo tiranno, cercando di farlo desistere, facendo breccia sul suo lato umano: “A me me vogliono tutti bene, qui… io perdo tutto, c’ho una figlia… lo sai quanto ho impiegato a fare tutto questo?” dice Marcello, ma invano, perché Simone è inamovibile, niente conta per lui, se non la sua fame da randagio, che cresce sempre di più. Scagliando al muro e schiaffeggiando Marcello in viso gli chiede se è suo amico, una domanda strana e incomprensibile perché i tiranni non hanno amici, ma solo nemici e servitori e Simone lo sa e sa che Marcello non può dirgli di no perché un servo non può mai dire di no. Questo momento interrompe quella quiete apparente che aleggia nel quartiere e rompe definitivamente l’equilibrio tra i due personaggi, il velo di Maya è stato squarciato e ora Marcello è costretto a vedere e lo spettatore insieme a lui.

Per la prima volta in questo far west entra in scena un presunto sceriffo, il commissario di polizia che per chi ha amato Reality, una delle opere più significative del regista romano, non può non lasciare piacevolmente colpiti nel vederlo interpretato da Aniello Arena, che solo con la sua presenza scenica accende la pellicola. Sebbene gli venga offerta la possibilità di incolpare Simone, semplicemente firmando dei fogli, il piccolo uomo ha paura e neanche le parole dure del commissario riescono a fargli cambiare idea. Non rivedrà più sua figlia, non potrà più occuparsi dei suoi cani, dei suoi “amori”, come lui stesso li definisce, e soprattutto non avrà più il rispetto e l’amicizia degli abitanti del quartiere e per un uomo come lui, mite e solidale, vuol dire rimanere solo, fuori dal branco e da randagio qual è gli viene data un’altra possibilità su cosa essere.

Passa un anno e non ci è concesso sapere cosa ha subito Marcello in carcere. Tornare alla vita normale è impossibile dato che l’attività non va per il meglio e, dopo quanto accaduto, gli abitanti del posto lo allontanano. Ritrova il suo negozio, impolverato, buio, vuoto e malinconico come il proprietario d’altronde, dove può riabbracciare però i suoi due più grandi amori, il cane Jack e la figlia Alida, gli unici che non lo hanno abbandonato e che lo giudicano per quello che davvero è e non per quello che ha fatto.

Ormai è emarginato, è un traditore, anzi peggio, una carogna (così lo definisce chi ha subito il torto), proprio lui che si è sempre fatto ben volere da tutti ora è più debole che mai, un perenne sconfitto già morto, come lo si  può odiare? È un forestiero in quella landa desolata che per anni è stata casa sua, non potrà mai riottenere il rispetto e l’amicizia perduti, ma quantomeno vorrebbe ciò che gli spetta da Simone, cioè una parte della refurtiva che gli aveva promesso e quando gli si presenta davanti non ha più quel sorriso inebetito e bonario che aveva prima. Marcello vuole a tutti i costi i soldi per il sacrificio che ha compiuto; per coprire Simone ha dovuto abbandonare un pezzo di sé,  ha dovuto cambiare pelle, ma questo è irrilevante per il criminale che deride questo suo nuovo temperamento da presunto “spaccone”, ma sebbene la voce sia rimasta quella gracchiante di un tempo, gli occhi di Marcello sono cambiati e chiedono giustizia a qualsiasi costo.

Colto dall’ira, Marcello, dopo aver raccolto una spranga da terra, colpisce svariate volte la moto di Simone in una scena in cui il campo medio fa da padrone e dove grazie ad un gioco di luci e di ombre l’occhio dello spettatore è portato a rivolgersi esclusivamente verso Marcello e verso il suo gesto folle. Sa già che la sua azione porterà ad una reazione del gigante, ma non gli interessa, ora Davide è pronto per affrontare Golia, il popolo ora ha il suo eroe, misero ed emarginato, ma pur sempre un eroe. Simone infatti non aspetta di trovarsi solo con Marcello, ma in pieno giorno, davanti a tutti, davanti ai suoi clienti lo pesta fino a farlo diventare una maschera di sangue, lo trascina fuori e appoggia il volto sanguinante dell’ometto sulla sua moto. Se la scena fosse un quadro sarebbe La decollazione di San Giovanni Battista di Caravaggio in cui tutta la violenza del boia è disdegnata dai presenti, ma inermi non possono fare nulla perché la condanna non può essere ritrattata. Marcello perciò è umiliato davanti a tutti, davanti al suo popolo che lo vede soffrire e non interviene, quindi da randagio qual è si richiude nel suo negozio ormai diventato il cantuccio dove rifugiarsi.

Caravaggio - La Decollazione di San Giovanni Battista
Caravaggio – Decollazione di San Giovani Battista

Nemmeno le immersioni con la figlia riescono a farlo emigrare dalla realtà, perché la realtà ce l’ha scritta in faccia e le percosse ricevute non gli permettono la giusta respirazione, quindi riemerge da quelle acque indefinite senza respiro. Simone gli ha portato via anche l’unico momento in cui poteva sentirsi davvero libero. È consapevole di aver perso tutto ormai, compreso il rispetto per sé stesso e questo fa crescere in lui un sentimento di vendetta, vuole essere lui la Nemesi a riportare giustizia nel suo sobborgo.

Attira così Simone in una trappola e lo fa attraverso l’espediente che può garantirgli un esito positivo, la cocaina, proponendogli di rapinare alcuni spacciatori. Il piano prevede che Simone si nasconda in una delle gabbie per cani presenti nel negozio di Marcello e al momento opportuno esca fuori per rubare a questi presunti spacciatori droga e incassi. Non appena Simone entra nella gabbia però diventa prigioniero del Canaro e per la prima volta anche un randagio come lui è al guinzaglio come tutti gli altri cani.

Ora è Marcello ad umiliarlo, strappandogli davanti agli occhi le buste di cocaina e gettandogliele nella gabbia: la bianca neve che li teneva saldamente legati ora non ha più alcun significato, le catene sono state spezzate e ora i due eroi possono solo scontrarsi. Marcello vorrebbe solo che Simone si scusasse con lui, perché merita rispetto, ma non è un’opzione lontanamente contemplata da quest’ultimo che dimenandosi come una bestia cerca ancora attraverso la brutalità e la furia, gli unici strumenti da lui considerati, di evadere da quella cella in miniatura. Subito dopo essere riuscito a fracassare la gabbia, sporgendo la testa verso l’esterno, Marcello lo colpisce con un paletto lasciandolo tramortito. Per la prima volta Davide risponde a Golia con la violenza e ora è il gigante a trovarsi con la catena al collo, in una maschera di sangue.

Mentre è privo di sensi Marcello comincia a medicarlo, ma Simone rianimandosi improvvisamente tenta di strangolarlo. È l’immagine più cruenta di tutta la pellicola, i due lottano per la sopravvivenza e lo spettatore è chiamato a vivere lo scontro insieme ai due personaggi, grazie anche ai primi piani sui volti dei combattenti, pieni di sangue e miseria. Le urla di Marcello sono un’introduzione alla fine, tutto sta per terminare e chiunque vincerà ne uscirà sconfitto. La telecamera fa avvicinare il pubblico quanto più può ai due soggetti, in questo momento di estrema intimità, come quando Marcello e Simone si trovano nel locale a luci rosse, ma qui non sono accompagnati da ballerine e luci psichedeliche, ora sono nel negozio di Marcello, freddo, spoglio e pallido e stanno combattendo per la vita.

Nelle fiabe però i buoni vincono sempre e il nostro Davide ha ucciso Golia, non usando alcun tipo di brutalità ma premendo il pedale che, azionando la pedana dove il gigante era disposto, fa sì che questo rimanga strangolato dalle catene che gli serrano il collo. Simone è morto e Marcello non riesce a gioire, prova ribrezzo nel vedere il gigante privo di vita, sconcertato per il gesto che ha compiuto, così come lo sono i suoi cani che non riconoscono più il loro fedele compagno trasformato oramai in assassino.

In questa scena, che sembra più una sequenza di dipinti piuttosto che di frame, è raccordata tutta la violenza caravaggesca. Ne Il Davide con la testa di Golia di Caravaggio Davide, come Marcello, è disgustato dal suo atto e tiene la testa del gigante con fare ripugnante. È rappresentato come un fanciullo, simbolo di purezza, virtù, ma anche volubilità, non propriamente dalla sembianze eroiche come quello scolpito invece da Michelangelo Buonarroti. Sulla spada del fanciullo si possono leggere chiaramente le lettere “H-AS-OS” ,una sigla che riassume il motto agostiniano “Humilitas occidit superbiam” tradotto “l’umiltà uccise la superbia”.

Caravaggio_-_David_con_la_testa_di_Golia
Caravaggio – Davide con la Testa di Golia

Se il quadro di Caravaggio rappresenta la ricerca di redenzione da parte dell’artista e un modo per ricevere la grazia papale, in cui egli stesso si raffigura sia nel Davide che nel Golia, come il Caravaggio purificato uccide il Caravaggio peccatore, così Marcello che uccide Simone rappresenta il trionfo del coraggio e dell’umanità sulla violenza e sulla bestialità.

Garrone ha più volte specificato quanto la passione per la pittura, da lui praticata, sia presente nei suoi film e nell’opera sua ultima si nota come Hopper e lo stesso Caravaggio colorano (nel caso del Merisi) e decolorano (nel caso del pittore statunitense) la pellicola. Una landa desolata contraddistinta dallo scontro-incontro tra violenza e umanità, in cui due solitudini opposte ma complementari si urtano; è questo il grande teatro in cui il racconto si sviluppa, dove più arti si abbracciano senza scottarsi. Non avrebbe avuto lo stesso effetto scenico se non ci fosse stata una cura della fotografia minuziosa che sfrutta al meglio le ambientazioni che il paesaggio gli offre. Le luci che avvolgono i personaggi riescono a creare un’atmosfera unica che lo spettatore può sentire senza deviazioni pur avendo uno schermo divisorio tra lui e questo far west nebbioso. Il confine tra il buio e il chiarore è sottile e in questo confine si inseriscono i due personaggi che si differenziano anche nel modo in cui occupano lo spazio contrapponendo le loro caratteristiche fisiche e spirituali. Personaggi che avrebbero fatto totalmente impazzire Pierpaolo Pasolini per la loro miseria e la loro estrema autenticità, in particolar modo Marcello (interpretato da Marcello Fonte alla sua prima esperienza come protagonista in una pellicola e vincitore del “Prix d’interpretatiòn masculine” al Festival di Cannes) con un volto talmente espressivo che vale più di mille battute dette. Con la sua voce gracchiante, la sua gobba, il suo fisico esile, il suo volto scavato riesce ad avere un impatto scenico che pochi attori hanno. È il volto del reale e dell’umano che è perfetto proprio perché colmo di difetti. Così come Simone (interpretato da un irriconoscibile Edoardo Pesce) che riesce ad esprimere una bestialità e una crudeltà solo con uno sguardo.

La nostra fiaba è quasi giunta al termine, Marcello a fatica ripone il cadavere di Simone nel furgone per trasportarlo lontano, dove l’erba è alta per poter bruciare il corpo esanime del titano. Non appena le fiamme cominciano a ardere le carni del gigante sconfitto, Marcello decide di richiamare i suoi vecchi amici dei quali sente le voci in lontananza. Vuole informare tutti gli abitanti del posto della sua impresa titanica, il mostro è stato sconfitto, ora tutti sono liberi e possono gioire ed è solo grazie a lui, il piccolo uomo, trasformato in semidio. Nessuno però sembra far caso alla sua presenza, anzi lo ignorano completamente, allora decide di tornare indietro e trasportare il trofeo di guerra davanti ai loro occhi, ma al suo ritorno sono tutti spariti. Con uno sforzo immenso, l’ultimo, si carica sulle spalle la croce, e come Cristo percorre la sua via crucis fino al centro della piazza, dove la colloca.

Come nelle fiabe lo spettatore fin dall’inizio sa con chi schierarsi, essendo il buono e il cattivo ben identificabili, ma questa non è una fiaba come tutte le altre, vuole farci entrare dentro fino a farci toccare con mano la miseria e dopo averla letta non riusciamo ad uscirne più sereni e non siamo in grado di gioire per la caduta del gigante portato in spalla dal nostro eroe. Ci sentiamo smarriti, le nostre lacrime non sono di gioia ma di sofferenza e pesano come macigni, possiamo sentire sulle nostre spalle il trofeo trasportato con estrema fatica da quel valoroso guerriero che ha ora ottenuto sì la sua vendetta, ma che è rimasto solo, non c’è anima alcuna ad apprezzare il suo gesto titanico.

Il nostro eroe è visibilmente stanco, si guarda intorno e non c’è nessuno se non il suo fedele compagno Jack, come sempre. È un randagio che ha scelto per una volta di sbranare chi gli si avvicina piuttosto che riportare la pallina e questo non lo ha fatto stare meglio, ha portato comunque ad una sofferenza. Guarda il cadavere, poi rivolge nuovamente lo sguardo verso quel luogo desolato, poi verso il nulla. I suoi occhi sono spenti, vorrebbe piangere e noi con lui, ma i cani non piangono per un dolore, al massimo ululano. Ormai non conta più nulla, tutto è vuoto e plumbeo come il cielo che sovrasta Marcello. La nostra favola si è conclusa, il buono ha sconfitto il cattivo e non ci è concesso sapere cosa succederà dopo, proprio come nelle favole, ma qui nessuno vivrà felice e contento.

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