Il Davide con la Testa di Golia: l’ultima richiesta di clemenza di Caravaggio

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Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, è sempre stato fondamentalmente un provocatore. Lo era nella sua turbolenta vita privata, che lo portava spesso in mezzo a risse, giochi di strada e sale da gioco piene di bari, e che gli causò decine di querele e arresti per i suoi comportamenti irrequieti. Ma lo era anche nella sua maestria artistica: la sua rivoluzione messa in atto a cavallo tra il ‘500 e il ‘600 introdusse il nuovo realismo nella storia dell’arte, e per la prima volta i soggetti rappresentati nella pittura avevano tutti i contorni, i dettagli e la dignità degli oggetti reali, rifiutando qualsiasi tipo di idealizzazione. Qualcosa che andava più che bene finché dipingeva ritratti e nature morte, ma che creò non pochi problemi quando erano i Cardinali di Roma a commissionargli dipinti su personaggi e situazioni della tradizione cristiana. Caravaggio fu il primo a rappresentare Cristo, la Madonna e gli Apostoli nella loro carne umana, rifiutandone la connotazione sacra, anche quando esse dovevano essere esposte nelle chiese e nelle cappelle di Roma. La chiesa cattolica gli commissionava una tela per celebrare la gloria di Maria Vergine, e lui usava le prostitute come modelle per mostrarne la sua realtà corporea. Sì, il Caravaggio era uno sfacciato provocatore.

Quando arrivò a Roma, intorno al 1594, il Caravaggio si portò con sé la fama di grande innovatore, ma anche certe voci circa un omicidio commesso a Milano, dal quale stava fuggendo. Tra i numerosi detrattori del suo stile che si moltiplicavano in quell’ambiente, dipinse alcuni dei suoi capolavori, tra cui La Vocazione di San Matteo, la Crocifissione di San Pietro e il Riposo durante la Fuga in Egitto, ma ricevette anche alcuni netti rifiuti per l’inammissibilità della rappresentazione di personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento per la chiesa cattolica. Il caso più clamoroso fu quello della Morte della Vergine.

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Caravaggio, Morte della Vergine, 1604, Museo del Louvre (Parigi)

A parte la timida aureola, la Vergine del Caravaggio appare nelle forme più umane e corporali possibili. La sua è una morte molto fisica e poco gloriosa. Qualcuno dirà che nel dipingerla abbia preso come modello il corpo di una prostituta annegata nel Tevere, e che è quello a dare il gonfiore al corpo. Qualcun altro invece interpreterà quel gonfiore come il segno di una gravidanza, che poteva anche essere simbolica (la materializzazione della grazia divina), ma che era comunque inaccettabile per i Carmelitani Scalzi che l’avevano commissionata: l’idea di una Maria Vergine incinta al momento della morte era inammissibile. Il dipinto fu rifiutato, e segnò l’ennesimo colpo all’orgoglio del Caravaggio, che ne fu destabilizzato. A posteriori, si concluderà che tale instabilità aumentò l’irruenza che mostrava nella vita privata: poco tempo dopo, in una rissa scoppiata per strada, il Caravaggio uccide Ranuccio Tomassoni. La sentenza fu inevitabile: condanna alla decapitazione.

Da lì la fuga immerso nel disonore, ma anche la protezione ricevuta nei luoghi in cui si fermerà: Napoli, Malta, la Sicilia, poi di nuovo Napoli. Ancora capolavori (la Flagellazione di Cristo, le Sette Opere di Misericordia, la Decollazione di San Giovanni Battista), sempre incredibilmente realistici, sempre rivoluzionari in ottica iconografica. E ancora problemi con la legge, con l’imprigionamento a La Valletta e la fuga verso Siracusa. Quanto torna a Napoli, nel 1609, il Caravaggio ha trentotto anni, è stanco di fuggire e sconfortato dalla condanna alla decapitazione che ancora pendeva sulla sua testa da Roma, costringendolo lontano dalla vera e propria capitale dell’arte di quel periodo. Fu in quell’anno che dipinse il suo celebre David con la Testa di Golia, oggi esposto alla Galleria Borghese.

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Caravaggio, David con la Testa di Golia, 1609, Galleria Borghese (Roma)

Le interpretazioni in chiave psicanalitica di questo dipinto di sprecano. Le fattezze della testa mozzata di Golia sono ovviamente quelle riconoscibili di Caravaggio, e hanno un’origine ovvia: da quella condanna di Roma, la decapitazione sarà una costante nella sua produzione artistica, quasi ad esorcizzare la paura di morire per quella sorte. A differenza delle precedenti rappresentazioni di quel soggetto, però, Golia appare come vecchio, sofferente, l’immagine dell’abbandono. David invece ha per la prima volta un’espressione di compassione e pietà, la violenza è completamente assente dal suo volto, il suo è lo sguardo di chi non prova odio per i peccati di Golia. Quasi un occhio misericordioso. Non sono poche le interpretazioni che vogliono anche il David come un autoritratto, stavolta rappresentante il Caravaggio giovane e ancora pulito, fuori dalla vita di perdizione che gli seguirà. Sulla spada si leggono le lettere “H-AS OS”, dal motto agostiniano “Humilitas Occidit Superbiam“, l’umiltà uccide la superbia. Il dipinto si configura così come il Caravaggio giovane e puro che pone fine al Caravaggio vecchio e corrotto dal peccato, attraverso quella decapitazione che lo insegue da anni. Un’ammissione di colpa e allo stesso tempo una richiesta di pietà per gli errori commessi. La pietà che si legge nel volto di David.

Caravaggio allegherà il David con la Testa di Golia all’ultima domanda di grazia, inviata al Cardinale Scipione Borghese con la richiesta di intermediazione su papa Paolo V. Il volto sofferente del Golia decapitato a quanto pare funzionò: l’anno dopo a Caravaggio arrivò voce che il papa stava preparando la revoca della condanna a morte, e si imbarca all’istante su una feluca diretta a Porto Ercole, che avrebbe fatto scalo a Ladispoli. Secondo la leggenda, Caravaggio aveva con sé una serie di suoi dipinti, che avrebbero rappresentato il prezzo da pagare al cardinale Scipione Borghese in cambio della definitiva libertà. La feluca fece sbarcare Caravaggio nel Lazio ma ripartì subito verso nord per evitare controlli, portandosi dietro quelle tele di importanza vitale. Al Caravaggio noleggiarono una seconda imbarcazione per raggiungere Porto Ercole, ma probabilmente la feluca era già ripartita per il viaggio di ritorno. Caravaggio morirà in un sanatorio di Porto Ercole, per un’infezione intestinale, senza aver ottenuto la tanto agognata libertà. La grazia papale sarà spedita qualche giorno dopo, verso Napoli, quando Caravaggio era già stato seppellito.

Non ci fu mai alcuna decapitazione, ma quel volto segnato da una vita da peccatore non ebbe il tempo per ottenere la misericordia che aveva spesso dipinto.

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