Il Metodo Kominsky: umorismo amaro nella nuova serie di Chuck Lorre

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La Storia, deve aver pensato il produttore e sceneggiatore televisivo statunitense Chuck Lorre, l’avrebbe ricordato come ideatore della celeberrima sit-com The Big Bang Theory, con tutto quanto di buono o meno ciò possa comportare. Da un lato, aver creato una delle serie umoristiche più longeve, note e apprezzate dal pubblico degli anni 2000. Dall’altro, aver contribuito in maniera tragica all’appiattimento degli standard di qualità della sit-com stessa: lungi dall’avere la geniale coerenza narrativa e il sapiente alternarsi di registri di How I met Your Mother, la creatura più nota di Lorre si basa su schemi ripetuti, su una sceneggiatura sostanzialmente cucita attorno ai personaggi, sulle insopportabili risate registrate che scoppiano a qualsiasi delle numerose battute basate unicamente su stereotipi. Gli interpreti, per quanto eccellenti, incarnano ora il nerd irrecuperabile, ora la macchietta diversamente etnico, ora l’asessuato che si rivela man mano eterosessuale perché non gli si può negare l’happy ending. L’abbiamo amata tutti da ragazzi, The Big Bang Theory, ma prima o poi arriva il momento di crescere. Chuck Lorre ha deciso non solo di crescere, ma di mostrare una raggiunta maturità, con Il metodo Kominsky, la cui prima stagione è disponibile su Netflix Italia dal 16 novembre 2018.

Che si tratti di un’abiura consapevole dalla creatura che più gli ha dato notorietà, Lorre lo dimostra fin dalla prima puntata: “Insegno a recitare per davvero, non a fare come quei dementi di The Big Bang Theory”, afferma senza peli sulla lingua il protagonista Sandy Kominsky. Interpretato da uno scanzonato e marpione Michael Douglas, attore dalla modesta carriera ma stimato maestro di recitazione, il nostro dichiara che il proprio motto è: “Un attore evita”. Tuttavia, nel corso di appena otto puntate, non si fa mancare nulla e gli capita di tutto. E il pubblico ne ride, stavolta fortunatamente senza claque preregistrata, ma ne ride amaramente. Perché Il metodo Kominsky non è una sit-com: semmai, è una cinica riflessione sulla vecchiaia, la morte, il fallimento e la difficoltà nei rapporti umani. La vicenda, insomma, non più di quattro genietti imbranati, ma di un uomo che si affaccia sull’ultima fase della propria vita consapevole che “Il metodo Kominsky è il metodo di chi ha fallito tutto nella vita”. Una vicenda condita con quell’umorismo yiddish che ben si adatta, tramite una raffica di massime geniali inserite in dialoghi serratissimi, ad affrontare le grandi perplessità dell’esistenza.

Proprio l’umorismo dialogico, spesso tendente al macabro, è il primo punto di forza del racconto. Come da lezione del maestro Woody Allen, la prima vittima delle battute fulminanti è proprio l’intellettualismo sofistico della comunità hollywoodiana ebraica: “Che tipo di ebreo sono? Di quello atei!” e “Se non voleva essere insultato, non doveva fare il rabbino!” siano d’esempio. Si scherza senza remore anche sulla morte, in particolare sulla difficoltà di accettarla. “Io vivo nelle mie opere e inganno la morte”, afferma Sandy, eppure vi pensa costantemente e per sfuggirle rincorre una disperata vitalità che trova nel sesso l’appagamento maggiore. Per uno scherzo del destino, i primi due appuntamenti con l’avvenente allieva di mezza età Lisa (Nancy Travis) hanno luogo prima in un ospedale e poi a un funerale. È però soprattutto Hollywood, con il suo sistema di produzione commerciale, il principale oggetto di critica della serie.

“I valori morali sono per i vincitori di Oscar, gli altri si devono piegare”

È curioso notare come Kominsky sia stata concepita nel periodo di apice di un altro grandioso prodotto targato Netflix che, come la prima, sfiora il meta-cinematografico e col pretesto di ironizzare sull’industria dello spettacolo tocca temi di fondamentale sensibilità filosofica: Bojack Horseman di Raphael Bob-Waksberg. I parallelismi fra i due protagonisti sono molteplici: entrambi sono due attori insoddisfatti e irrealizzati, inclini all’autodistruzione e al whiskey, portati a farsi detestare da tutti e costretti a convivere coi propri sensi di colpa. Per tutti e due c’è il miglior amico fidato, la figura femminile che cerca di portarli sulla retta via, la giovane parente (figlia in un caso, sorellina nell’altro) sempre intenta a dare consigli e cavarli d’impiccio e lo spettro della distruzione imminente a perseguitarli.

Ancor più significativamente, lo scenario di entrambi è una Hollywood spietata fatta di arrivisti, attori mediocri, giovani alto-borghesi tossicodipendenti e vecchie glorie in cerca di rivalsa. È una vera chicca per cinefili, a tal proposito, il breve e autoironico cammeo, nella quinta puntata, di Elliott Gould, irripetibile Marlowe de Il lungo addio di Robert Altman (1973), che interpreta se stesso ridottosi a recitare in una pubblicità di offerte assicurative per anziani. Una riflessione su Hollywood a cui, nuovamente, Woody Allen ci aveva già abituato dai tempi di Stardust memories (1980). È però altrove che si ritrova l’omaggio più esplicito all’ebreo occhialuto più psicanalizzato della storia del cinema.

Ad affiancare Sandy nelle sue vicissitudini da vecchio avventuriero, infatti, vi è l’amico più anziano Norman Nwelander (Alan Arkin, il nonno di Little Miss Sunshine, 2006), agente per attori di dubbie capacità e neo-vedovo. Di Woody Allen, e specialmente del più cinico e scorbutico Woody Allen degli ultimi anni, egli ha i caratteri principali: oltre agli occhiali, il pessimismo cosmico, la consapevolezza della propria intelligenza e cultura, la supponenza, la parlantina fin troppo schietta e politicamente scorretta (“Non andrebbe fatto quel muro, i messicani fanno ottimi dolci”), lo spaesamento davanti alle nuove tecnologie, il proprio orgoglio yiddish imbevuto di razionalità e cultura occidentale. In breve, più vicino a Basta che funzioni (2009) che a Io e Annie (1977). Inoltre, come il protagonista di Harry a pezzi (1997) intrattiene discussioni coi propri personaggi fittizi, così Norman parla costantemente con il fantasma della moglie, la cui morte dà il via alla catena di eventi che percorrono la stagione. Personaggio importante quanto quello di Douglas, intrattiene con lui il tipico rapporto di “detestabile amicizia”: lo disprezza, lo investe di battute sempre più cattive, gli rimprovera ognuna delle sue numerose irresponsabilità e velleità (“Essere uomini ed essere feriti è la stessa cosa, la recitazione non salva nessuno”), ma è l’unico suo confidente e in lui trova altrettanto.

Perché Il metodo Kominsky è questo: un dialogo agrodolce fra due opposti che, scontrandosi e accompagnandosi, intraprendono assieme l’ultima parte, tragica e assieme elegiaca, del proprio cammino esistenziale. Siamo lontani anni luce da The Big Bang Theory ma decisamente più vicini alla commedia alta americana. Che, ora grazie a Chuck Lorre, è sempre un piacere ritrovare, quand’anche in una serie televisiva, per l’umore, per la risata amara e profonda e per lo spirito.

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