Addio: il significato del testo di Francesco Guccini

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Io, Francesco Guccini, eterno studente perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente, io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite. Addio è uno di quei brani che pur essendo “molto” personale, fa rispecchiare attraverso un’affascinante alchimia ogni tipo di ascoltatore attento.

L’elemento che all’interno del testo è soggetto a forte critica da parte del cantautore è il villaggio globale: si parla dell’evoluzione che è avvenuta nel mondo della comunicazione, dalla televisione – dai media – alla comunicazione stessa, e quanto quest’ultima sia sfruttata per creare una massa di alienati attraverso programmi con un livello qualitativo più basso. Insomma, un tema più che attuale, un discorso iniziato nel 2000 e che potrebbe prolungarsi per altri cento anni – e forse ancor di più – e noi, attualmente, siamo nel pieno di questa evo/involuzione. Una sorta di progresso del regresso? I rimedi? Sicuramente un’educazione maggiore relativa al campo aiuterebbe.

Il tema del brano è stato trattato spesso di recente, sia per la sua attualità, sia per la forte intelligenza di Guccini che potrebbe far aprire gli occhi a chi sta dall’altra parte dello schermo. Fa sempre bene ascoltare critiche ben costruite da chi è ancora capace di costruire frasi di senso compiuto senza cadere nel complottismo e in altri argomenti “mainstream”. Per Guccini il cosiddetto “villaggio globale” è come ogni cosa un fenomeno teoricamente recuperabile. Come ha dichiarato lui stesso in una recente intervista “in teoria si può recuperare tutto, in pratica niente”, ed è molto difficile da gestire in termini pratici da parte di chi sta dall’altra parte: noi. Utilizzando un altro termine gucciniano: siamo continuamente “televisionati”.

Parole che fanno riflettere, che ai tempi di Stagioni (2000) si mostravano al mondo come una sorta di presagio e che proprio oggi, sono più che attuali. La comunicazione ha i suoi pro e contro, è chiaro. Qui per esempio ne abbiamo un corretto utilizzo, il brano analizzato ha una perfetta forma comunicativa, però…però. Guccini stesso ammette nell’intervista di poco fa che la sua non è una critica al mondo dal giornalismo, non esiste nella sua mente nessuna avversione contro la stampa o contro i giornalisti in particolare. Lui stesso si definisce un ex-collega, sa come funziona il campo, capisce che spesso la “superficialità” è un fatto presente e ammette che non si può fare di tutta l’erba un fascio, però esistono anche dei cattivi/mediocri giornalisti e sono quelli che posso arrecare più danno. Specialmente nel periodo in cui ci troviamo.

Una soluzione viene trovata da Guccini, attraverso una sorta di punto in comune tra ciò che fa e ciò che “era”: essere un buon uomo di spettacolo anche quando si fa il giornalista.

Nell’anno ’99 di nostra vita
io, Francesco Guccini, eterno studente
perché la materia di studio sarebbe infinita
e soprattutto perché so di non sapere niente,
io, chierico vagante, bandito di strada,
io, non artista, solo piccolo baccelliere,
perché, per colpa d’altri, vada come vada,
a volte mi vergogno di fare il mio mestiere,

io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,
Riflettori e paillettes delle televisioni,
alle urla scomposte di politicanti professionisti,
a quelle vostre glorie vuote da coglioni…

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