Quando tentarono di uccidere Bob Marley

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Il 1976 in Giamaica fu un anno di grandi disordini, scontri violenti nelle strade e gang che imperversavano ovunque. Il clima era quello della guerra sociale, ma a scontrarsi tra loro erano poveri contro poveri. E ad alimentare gli scontri era la politica: da un lato c’era il People’s National Party, col primo ministro Michael Manley in carica, dall’altro il Jamaica Labour Party guidato da Edward Seaga, ed entrambi i partiti e i leader politici usavano le tensioni sociali per catalizzare il consenso. Da entrambe le parti esisteva la pratica costante di alimentare le gang locali, fornendo finanziamenti e armi per creare disordini contro la parte avversa. Ottenere consenso politico, nella Giamaica degli anni ’70, significa far girare le paure e le tensioni a proprio favore. La pace non conveniva a nessuno, essere in guerra costante era la precondizione per la sopravvivenza dei partiti politici in essere.

Bob Marley a quei tempi era già una star internazionale. La sua prima hit internazionale, No Woman No Cry, era uscita l’anno prima, e il suo ultimo album Rastaman Vibration stava riscuotendo più successo di quanto pubblicato fino a quel momento. Il suo periodo iniziale fatto di canzoni pop era alle spalle da un po’, e la nuova immagine di Bob Marley mandava messaggi di fratellanza e pace. La filosofia Rastafari predica la pari dignità di ogni uomo sulla Terra e lui l’aveva sposata con convinzione, esprimendola nei suoi testi. Bob Marley era al di sopra di ogni posizione politica: il suo dolore più grande era vedere la gente della propria nazione combattersi uno contro l’altro, spinti da pressioni politiche malate che vanno nella direzione sbagliata, e il vero messaggio che voleva trasmettere era quello di elevarsi da quei meccanismi e far valere il proprio diritto di vivere una vita decente.

You see, most people think great God will come from the sky
Take away everything, make everybody feel high
But if you know what life is worth, you would look for yours on earth
And now you see the light, stand up for your right

Vedete, molti pensano che Dio scenderà dal cielo
Porterà via tutto e farà sentire tutti meglio
Ma se capiste quanto vale la vita, stareste attenti alla vostra sulla Terra
E ora che vedete la luce, fate valere i vostri diritti

da Get Up Stand Up, 1975

Ovviamente, entrambi gli avversari politici avrebbero avuto enorme piacere se Bob Marley si fosse in qualche modo schierato a loro favore: era l’anno delle elezioni e Bob era considerato una guida per gran parte del popolo giamaicano. Un segno che avrebbe fatto pendere Bob da una o dall’altra parte poteva essere decisivo. Per questo motivo, lui stava estremamente attento a tenersi fuori da qualsiasi gioco politico, a non esprimere alcuna posizione che potesse far pensare a uno schieramento. La sua arte era rivolta alla gente e il messaggio era di unione, non di divisione. Con questo spirito, e con l’esplicita intenzione di combattere le violenze nelle strade della Giamaica, Bob Marley accettò di suonare gratuitamente per lo Smile Jamaica Peace Concert che si sarebbe tenuto il 5 Dicembre 1976. E lo fece solo dopo aver reso chiare le sue condizioni: non doveva esserci alcun contenuto politico in quel concerto.

Chi c’era in quei luoghi, in quegli anni, non ha problemi ad ammettere che tutto era politico. Anche prendere posizione contro le violenze sulle strade era politica, perché le violenze erano parte della vita politica della nazione. L’intenzione vera di Bob Marley era evitare di essere associato a uno specifico partito. Ma anche quello non funzionò, nonostante i suoi sforzi: pochi giorni dopo l’annuncio della partecipazione di Bob Marley al concerto, il primo ministro spostò la data delle elezioni al 15 Dicembre, esattamente dieci giorni dopo il concerto. Lasciando trasparire il messaggio che quel concerto fosse una tappa di preparazione per le elezioni secondo il People’s National Party, e che dunque gli artisti si stessero esibendo in supporto a tale posizione. Cosa che non era vera, ma riuscì lo stesso a passare tra la gente.

Suo malgrado, dunque, nonostante tutti gli sforzi di Bob Marley nel precisare che la politica non c’entra nulla con la sua arte, la sua partecipazione allo Smile Jamaica Peace Concert ebbe un effetto a supporto del partito in carica al governo. E questo lo trasformò in un ostacolo agli occhi del partito avversario.

La sera del 3 Dicembre 1976, due soli giorni prima del concerto, una gang di sette uomini penetrò nella casa di Bob Marley al 56 Hope Road, armi alle mani. Spararono molti colpi, ferirono alla testa la moglie di Bob Marley e a gambe e torso il suo manager Don Taylor. Quando irruppero nella sua stanza, Bob Marley per istinto si mise di profilo, offrendo una minore visibilità a chi sparava. Per questo fu colpito a un braccio e, di striscio, sul petto. Fu presto chiaro (col normale ventaglio di dubbi e incertezze che aleggia in questi casi) che la gang appartenesse alle file finanziate dal Jamaica Labour Party.

Dopo molta paura, Bob Marley fu dimesso dall’ospedale abbastanza presto, e da lì venne fuori la domanda successiva: è ancora il caso di partecipare a quel concerto, nonostante il chiaro rischio per la sua vita? Lui non voleva, per ragioni ovvie, e anche gli altri membri della sua famiglia premevano per cancellarne la partecipazione. Alla fine si convinse ragionando sul fatto che tirarsi indietro a quel punto avrebbe significato darla vinta alla violenza. La frase con cui spiegò la sua partecipazione a quel concerto passerà poi alla storia:

“Gli individui che stanno facendo di tutto per portare questo mondo verso il peggio non si prendono alcun giorno libero. Come posso prendermelo io?”

Cantò ben più di una canzone, in un clima di grande tensione e con la sensazione palpabile che tutti in realtà stessero cercando un po’ di pace. Chi era presente dice che in quel concerto, i membri delle due fazioni opposte erano riusciti a mischiarsi gli uni con gli altri, in onore della musica. E che solo Bob Marley poteva riuscire a compiere un’impresa simile.

Ciononostante, le violenze non terminarono. Dopo quel concerto Bob Marley si decise una volta per tutte ad allontanarsi dalla Giamaica, in una sorta di esilio autoimposto per ragioni di sicurezza. Lasciò il paese pochi giorni dopo e si stabilì a Londra, dove incise Exodus, l’album in cui raccontò l’esodo forzato dalla sua terra natìa e il tentato omicidio ai suoi danni. Il Time lo dichiarò l’album più bello del ventesimo secolo.

Bob Marley rivedrà la Giamaica coi suoi occhi solo nel 1978, partecipando a un altro concerto in onore della pace, il One Love Peace Concert. In quell’occasione, sotto gli occhi stupefatti di oltre 32mila spettatori, Bob Marley riuscì a far salire sul palco i leader politici dei due partiti, gli stessi di allora Michael Manley e Edward Seaga, e gli fece stringere le mani di fronte a lui, lanciando poi una benedizione rasta in quella storica immagine che lo vide figurare come un Cristo accanto ai ladroni.

Bob-Marley-joins-the-hands-of-Michael-Manley-Edward-Seaga

Nemmeno quello servì a fermare le violenze. La Giamaica continuò a vivere nella paura e nelle sparatorie, e Bob Marley morirà di cancro nel 1981, senza aver visto la pace nella sua terra. Le sue canzoni, tuttavia, restano la bandiera più chiara e forte contro ogni tipo di diseguaglianza e scontro in cui a pagare è la gente comune. E il suo messaggio è più attuale che mai.

Il documentario Who Shot The Sheriff? in streaming su Netflix racconta la storia di quegli anni, con testimonianze di chi li ha vissuti sulla propria pelle ed emozionanti immagini di repertorio dai concerti giamaicani.

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