Morto Stalin, se ne fa un altro: un’ironica critica dello stalinismo

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Fare una commedia satirica sui momenti più importanti della nostra storia, non è affatto semplice, soprattutto se protagonisti di questi momenti sono dittatori sulle quali figure durante la propria vita era stato portato avanti un vero e proprio culto della personalità. È difficile essere imparziali, è difficile non sminuire i fatti storici trattati, è difficile raggiungere quel limbo di equilibrio tra risata e seria riflessione che si vuole generare nello spettatore. Il recentissimo Morto Stalin, se ne fa un altro (2017), regia e sceneggiatura del comico inglese Armando Iannucci, tuttavia, riesce sicuramente in un’impresa  davvero ardua: trattare in maniera realistica, grottesca e pungente la figura di quello che forse è stato il maggiore dittatore del ventesimo secolo, Josip Stalin.

Vero è che fare umorismo su una figura come Stalin, dopo lo smantellamento del culto della propria personalità portato a termine dagli anni cinquanta in poi dai massimi organi del partito comunista sovietico, può essere forse più facile rispetto al tentativo di umorismo sulle figure di Hitler o di Mussolini (sui quali abbiamo per ora rispettivamente il buon Lui è tornato e il molto meno buono Sono tornato, remake in salsa nostrana del film su Hitler), che sono molto spesso ancora oggetto di veri e propri tabù che non sembrano totalmente possibili da superare con un semplice velo di ironia. Più difficile è però sicuramente fare una critica satirica della figura di Stalin che non si porti dietro pregiudizi e stereotipi americanocentrici che renderebbero abbastanza sterile la commedia portata in scena. Possiamo anticipare fin da subito che l’opera di Iannucci si spoglia di ogni ottica filo-americana, mettendo in scena una critica sottile e sagace degli anni più delicati del comunismo sovietico, quelli, come suggerisce appunto il titolo del film, della morte del capo supremo Stalin e della conseguente transizione al riformismo di Chruscev.

Protagonisti del film, infatti, più che Stalin, sono i rappresentati dello stato maggiore sovietico che, alla morte del loro leader, si barcamenano rocambolescamente nel tentativo di assumere il potere lasciato vacante. Chruscev (uno Steve Buscemi davvero in splendida forma), Malenkov (un ottimo e grottesco Jeffrey Tambor), il comandante dei servizi segreti Berija, il ministro degli esteri Molotov e il comandate dell’Armata Rossa Zukov (Jason Isaacs), sono i protagonisti dei giorni di follia non troppo controllata che seguono la morte per emorragia celebrale di Stalin. Essi sono, chi più, chi meno, dei completi incompetenti (su tutti Malenkov, che assume ad interim la dirigenza del partito ma che non saprebbe allacciarsi le scarpe da solo e che diventa un burattino nelle mani dello spietato macchinatore Berija), ma questo dettaglio non va visto come una critica stereotipata filoamericana del governo socialista, quanto una critica interna al collasso del sistema stesso dopo l’ascesa di Stalin. Il leader massimo del partito, infatti, dopo aver preso con la forza il comando dell’immensa nazione dopo la morte di Lenin (che, attenzione, non viene mai citato nel film, come se fosse portatore di un messaggio altro rispetto ai grotteschi nuovi protagonisti della rivoluzione), compì un’operazione di eliminazione di tutta l’inteligencja  sovietica (Trotskij su tutti), mettendo come capi dei diversi ministeri personalità deboli e manipolabili (certo, se poi si fossero dimostrate personalità forti ci sarebbero stati sempre i gulag a riparare democraticamente il tutto).

Iannucci dunque con un’ironia feroce e tagliente analizza i grotteschi comportamenti dei protagonisti (che sembrano usciti da una pièce di Gogol e che nelle movenze raffazzonate e nell’espressività esasperata risentono sicuramente del teatro biomeccanico del maestro Mejerchol’d), caricando molto sui loro difetti e giocando con astuzia sulla dicotomia fedeltà a Stalin\fedeltà al popolo. Forse i due personaggi meglio costruiti (se eliminiamo un Chruscev sul quale successo pesa forse soprattutto una formidabile interpretazione del Re Mida Steve Buscemi) sono quelli di Malenkov e Molotov. Il primo viene costruito facendo leva su un’esacerbata ingenuità: egli sarebbe il simbolo degli ideali traditi e vilipendiati  della rivoluzione marxista-leninista, che sono ormai semplice oggetto di scherno da parte delle mire dei potenti. Molotov è invece forse il personaggio più grottesco in assoluto: egli denuncia alla Ceca sua moglie per presunto tradimento degli ideali della rivoluzione solo per obbedire al leader supremo Stalin, e più in generale ha una comica fissazione rispetto al necessario raggiungimento della maggioranza assoluta nel prendere una decisione.

Gli ideali del comunismo sovietico vengono così uno ad uno buttati a terra con una sferzante ironia che riesce splendidamente nello scopo del mostrare quello che la rivoluzione sarebbe dovuta essere e quello che in realtà è stata. Geniale è poi il modo in cui Iannucci traduce il processo ai danni di Stalin portato avanti dopo la sua morte: Chruscev su tutti, infatti, denunciando i crimini più truci operati dal leader supremo, invocò alla necessità di un revisionismo e di un’apertura agli Stati Uniti, demonizzando la figura di Stalin e spostando il culto della personalità sulla figura idealizzata di Lenin. Iannucci ci mostra come le accuse ovviamente giustissime mosse nei confronti di Stalin, abbiano in realtà avuto un più profondo senso di fine ricerca di un capro espiatorio sul quale canalizzare tutti gli errori del comunismo di stampo sovietico, così da liberarsi con la dipartita di un solo uomo di tutte le vittime dei gulag e dei tribunali di Stato dagli anni ’30 agli anni ’50. Incanalando tutta la colpa su Stalin, è come se i vari Chruscev e Berija (e il popolo russo più in generale) si ripuliscano la coscienza delle atrocità commesse, quando in realtà tutti sono colpevoli di quanto fatto, e, come d’altronde suggerisce il titolo del film, dopo la morte di Stalin, tutti sono pronti a prendersi quel potere assoluto e dittatoriale tanto criticato.

L’opera di Iannucci, poi, in senso più ampio, come ogni grande commedia, tramite le sue riflessioni si sposta dal piano della precisa contingenza storica per assurgere a un livello di critica nei confronti della natura dell’uomo in sé. Pian piano che il film va decollando, per l’appunto, sembra di ritrovarsi sempre più in un contesto da homo homini lupus di hobbesiana memoria: tramite il degradamento degli ideali più puri del socialismo, infatti Iannucci porta avanti una riflessione sul degradamento degli ideali più puri dell’uomo in senso lato. La grottesca corsa al potere in nome del bene comune dei massimi rappresentanti dell’inteligencja sovietica diventa quindi l’allegoria della critica dei vizi maggiori dell’uomo: l’avidità, la bramosia di potere, la vanagloria.

Morto Stalin, se ne fa un altro è dunque davvero una grande commedia, che riesce pienamente a portare avanti la sua critica sociale senza però perdere la carica ironica e surreale che tiene lo spettatore incollato allo schermo. D’altronde, come disse il grande Molière, maestro della commedia moderna, solo attraverso la risata si può davvero far riflettere il popolo sui mali dell’umanità.

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