La storia di Stefano Cucchi: chi era e cosa si sa della sua vita

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Il film Sulla Mia Pelle, distribuito su Netflix e divenuto un caso cinematografico fin dalla presentazione alla Mostra di Venezia del 2018 (qui il trailer), ha recentemente riaperto le curiosità sulle vicende di Stefano Cucchi, il giovane morto nel 2009 a seguito di un arresto per spaccio e detenzione di droga. Il focus del film e della stragrande maggioranza degli articoli che sono stati scritti su Cucchi negli ultimi anni, verte ovviamente su quei sette giorni di detenzione in strutture carcerarie e mediche, conclusisi con il decesso all’ospedale Sandro Pertini, il 22 Ottobre 2009. Da allora molti sono stati gli approfondimenti su cosa accaduto in quei sette giorni, mentre in parallelo circolavano, in dosi estremamente limitate, dettagli sulla sua biografia, sulla vita che Stefano Cucchi aveva condotto fino a quel giorno, che meglio possono far capire il personaggio.

Nella larga trama di smentite, false verità, illazioni e sentenze processuali che spesso si sono contraddette a vicenda, esistono alcuni (pochi) elementi oggettivi che aiutano a farsi un’idea di chi fosse Stefano Cucchi. Si sa che Stefano nasce a Roma il 1 Ottobre 1978 e che suo padre è geometra, con uno studio in zona Torpignattara. Stefano cresce in quel quartiere e prende presto una strada sbagliata: i problemi con l’alcol e la droga si manifestano in età molto giovane, e la famiglia non tarderà a rendersene conto. Stefano Cucchi verrà seguito da un centro di riabilitazione e recupero, e negli anni cerca più volte di disintossicarsi e perdere la dipendenza. Non aiutano le amicizie che Stefano si fa nel quartiere, vivendo spesso in maniera sbandata e senza punti fermi.

Essere genitori, familiari di un tossicodipendente è qualcosa che può capire solo chi è stato in quei panni. Le sensazioni sono articolate e contrastanti tra loro. Da un lato, sicuramente essere genitori implica sempre e comunque il senso di responsabilità verso la sorte del figlio e l’istinto di aiutarlo nei modi a loro possibili. È quello che il padre e la madre di Stefano Cucchi dimostrano di fare durante gli anni, sostenendolo nel periodo della riabilitazione, spingendolo a prendere il tesserino di geometra che gli permetterà di lavorare nello studio del padre (il lavoro può essere una spinta a ricostruire la propria vita, quindi è raccomandato come possibilità terapeutica) e dandogli fiducia, fino alla decisione di comprargli una casa in cui può vivere e responsabilizzarsi.

Dall’altra, è anche comprensibile l’enorme delusione che un figlio con problemi di droga può dare. La tossicodipendenza riduce la lucidità di una persona e la inserisce in un vortice di scelte sbagliate dettate dallo scarso senso di valutazione. Se uscire dal tunnel della droga è difficile, è ancora più difficile uscirne capaci di vivere una vita sana. Sono queste le meccaniche che vive anche la famiglia di Stefano Cucchi e quel tipo di amara rassegnazione sul fatto che i problemi non finiranno mai. Così è facile spiegare il rapporto claudicante che Stefano ha con la famiglia, la sorella che preferisce stargli lontano e i genitori costantemente preoccupati per ciò che può succedere. Stefano accumula precedenti penali (non per droga) e finisce spesso in ospedale per risse e percosse (era stato ricoverato 17 volte prima dell’arresto finale).

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La foto scattata in carcere il giorno dopo l’arresto

Lo Stefano Cucchi che arriva in centrale il 15 Ottobre 2009 è dunque un ragazzo di strada, ancora a contatto con le droghe e pronto a spacciarle (nel suo appartamento verranno trovati quasi un chilo di hashish e 130 grammi di cocaina, dosi evidentemente predisposte allo spaccio). È affetto da epilessia da molti anni. È un ragazzo a stretto contatto con la strada, e lo provano le molte visite al pronto soccorso per percosse. È anche estremamente debole e denutrito (al momento dell’arresto pesava 43 chili, che per un ragazzo di 1 metro e 62 significa malnutrizione grave). Nella magrezza, nella tossicodipendenza e nel tipo di vita sregolata che conduceva si possono facilmente identificare tutti i sintomi dell’autolesionismo: Stefano Cucchi era incapace di prendersi cura di sé in modo appropriato, e molti dei suoi comportamenti erano tipici di chi, involontariamente o meno, si stava facendo del male.

Questo tipo di consapevolezze aiuta a capire meglio cosa è successo durante i sette giorni di detenzione: Stefano Cucchi è un giovane che ha commesso dei reati, consapevole di rischiare molti anni di galera per le sostanze che possiede in casa. Viene picchiato dai carabinieri la notte dell’arresto (fatto, questo, accertato dalle indagini) e ne esce fuori con gravi lesioni. Non accuserà mai ufficialmente i carabinieri delle percosse subite, scelta indotta dalla paura e dalle limitate capacità di prendere le giuste decisioni in quei giorni. Allo stesso modo si può spiegare il rifiuto di bere, nutrirsi e farsi curare, che lo ha condotto alla morte dopo sette giorni, in condizioni fisiche terribili.

Il film Sulla Mia Pelle e le indagini giudiziarie hanno cercato di fare luce sulle responsabilità che ruotano intorno alla figura di Stefano Cucchi (Wikipedia ne offre un buon riepilogo), responsabilità che rientrano nella sfera giuridica e medica e che lasciano ancora spazio per credere in una tesi o nella sua opposta. Ma conoscere meglio la figura di Stefano, per come è raccontata dalla sua famiglia e dagli eventi della sua stessa vita, facilita la comprensione di come possa essere arrivato alle condizioni in cui era al momento della morte.

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