Respirai forte e colsi l’attimo: Pearl Jam, Roma, 26 giugno 2018, il racconto di chi c’era

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Se avessi uno specchietto retrovisore per guardare il me quindicenne, pronto con il suo zainetto in spalla ad affrontare il suo primo concerto e lo confrontassi con il me ventinovenne pronto all’ennesimo, vedrei che tutto sommato, a parte l’età anagrafica, non è cambiato nulla. Specchietto retrovisore, in inglese Rearviewmirror, come la canzone dei Pearl jam, il mio “ultimo” concerto in ordine cronologico.

Prendere il biglietto in anticipo era d’obbligo per evitare ogni minima possibilità di rimanere fuori dall’evento. Non volevo permetterlo, anche perchè i “nostri” mancavano nella capitale dal 1996, quando vennero in occasione del No Code Tour. Parafrasando la loro Unthought Known, “respirai forte e colsi l’occasione”. E dire che l’imprevisto era lì e si è manifestato puntuale una settimana prima della data: ad Eddie Vedder mancava la voce, di conseguenza i Pearl Jam non avrebbero potuto esibirsi nella seconda data di Londra. Il concerto di Roma era in discussione, ma il giorno dopo la band diramò un comunicato ufficiale, dichiarando che gli show italiani si sarebbero tenuti al 100%. Tirai un sospiro di sollievo e continuai ad attendere l’arrivo del gran giorno.

Curiosità del momento: per eludere l’attesa non li avevo ascoltati per niente, ma quando presi la macchina il giorno del concerto, per dispetto partì un loro pezzo. La giornata era soleggiata, e le nuvole si stavano risparmiando: nei giorni precedenti avevano fatto degli straordinari fuori stagione e almeno il 26 giugno avevano deciso di dileguarsi. Io mi stavo dirigendo a Roma ad andare a vedere la rockband di Seattle. Arriviamo sul posto in tempo: per trovare parcheggio, per farci una birra, per delle foto, goderci l’attesa e guardarci attorno. Una volta preso posto in curva, osservo le tante persone, ascolto i diversi dialetti provenienti da molte parti d’italia e mi gusto il sole che lentamente se ne sta andando e con esso l’attesa che separa l’inizio del concerto, come al solito lenta e inesorabile, al contrario dello spettacolo che una volta iniziato sembra durare meno di un battito di ciglia.

Cala il sipario e il gruppo di Seattle, che mancava nella capitale dal 1996, apre le danze con Release, intensa e bellissima. Riesco ad entrare subito nell’evento e a capire come questa sarà una serata speciale, aperta con l’ultima traccia del loro album d’esordio. Fico, no? La band ha proseguito il suo viaggio pescando in lungo e in largo dal loro vasto repertorio, soprattutto da Ten e da Yield, di cui ricorre quest’anno il ventennale. Con Given to fly e Wishlist sono rimasto completamente atterrito (o forse, a dirla tutta, atterrato); sono partito per la tangente e cantare in inglese le meravigliose parole di Eddie Vedder accompagnate dall’altrettanta meravigliosa musica mi ha fatto volare.

La cosa più bella è stata vedere che i Pearl Jam stavano facendo tutte le canzone che normalmente il loro ubblico vuole, e lo facevano con un’intensità ed un divertimento di una band la cui età mentale, a dispetto di quella anagrafica, si è fermata a venti anni. Rimpiango da subito di non aver preso il biglietto del prato, anche se mi sto divertendo lo stesso. Il gruppo sta macinando i classici, li stanno facendo tutti, ma è dopo 2 ore che arrivano anche le sorprese che non ti aspetti: le cover di Comfortably Numb e soprattutto di Imagine, quella che poi scatenerà le polemiche perché vista come un attacco esplicito alle politiche italiane contro i migranti.

Ma chi è lì ci sta per aspetti esclusivamente musicali e non si lascia distrarre. Intanto le lancette continuano a scorrere così come i pezzi, fino ad arrivare a lei, Alive. Diciamocela tutta: è il pezzo che si aspetta sempre con trepidante attesa, al pari del riff incendiario di Mike Mccready. Bellissima, intensa.

La band dopo tre ore ancora dà il meglio di sé. Eddie è affaticato, di voce ma non di cuore. Quanta generosità. Sul finale della canzone si accendono le luci dell’Olimpico, ma per i Pearl Jam non è giunto ancora il momento di andarsene: parte Rockin in the Free World di Neil Young. Un urlo rock rabbioso di pace e di speranza che ci manda tutti a casa dopo tre ore e dieci meravigliose. Immensi.

Il concerto è finito, come al solito il tempo è passato troppo in fretta. Anche dal mio primo concerto mi è sembrato che il tempo sia passato troppo velocemente, ma se potessi guardare da uno specchietto retrovisore il me quindicenne, pronto ad assistere al suo primo concerto e lo confrontassi con il me ventinovenne pronto all’ennesimo, vedrei che tutto sommato non è cambiato nulla. C’è la stessa voglia di divertirmi, soprendermi e di farmi coinvolgere dalla musica. Meravigliosa, come sempre.

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