Riflessioni dalla 75° Mostra del Cinema di Venezia

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Qualche settimana fa finiva la 75° edizione del Festival di Venezia, un concorso che negli ultimi anni sta acquisendo un’importanza sempre maggiore in ambito festivaliero, tanto da essere arrivato, da un paio d’anni, ad insidiare proprio il primato detenuto da Cannes come principale Festival cinematografico europeo. Un percorso cominciato nel 2016 ed arrivato oramai a compimento, basato su una nuova filosofia di stampo più moderno e quasi generalista, che non predilige più i cosiddetti ‘film da Festival’ ma abbraccia ed accetta qualsiasi tipo di pellicola, a patto che sia meritevole naturalmente.

Se è vero che il 2016 è stato l’anno del Leone d’Oro a Ang babaeng humayo, dramma vendicativo firmato Lav Diaz dall’impressionante durata (226 min), è anche vero che l’apertura del Festival è stata affidata a quel capolavoro sognante di La La Land, mentre nella selezione ufficiale trovavano posto altri film destinati a fare successo come Animali Notturni di Tom Ford o Arrival di Denis Villeneuve. La tradizionale lontananza del Festival di Venezia da qualsiasi logica di mercato sembrava parzialmente accantonata in favore di un’apertura verso dei film che, affiancandosi a film più tipicamente ‘artistici’, riuscivano non solo a soddisfare qualsiasi tipo di pubblico, ma anche ad elevare il prestigio del Festival agli occhi di chi non aveva mai avuto il coraggio di avvicinarvisi. Il sorprendente aumento di spettatori delle ultime due edizioni parla chiaro: mai il Festival di Venezia aveva avuto un tale successo in anni recenti.

L’edizione del 2017 è stata l’ultimo piolo della scala che il Festival ha gradualmente costruito per alzare il suo livello. Con il Leone d’Oro a La forma dell’acqua, la fiaba di Guillermo del Toro vincitrice anche dell’Oscar al Miglior Film, Venezia ha segnato un momento di svolta nella propria storia. La vittoria di un film fantasy, di stampo commerciale e destinato ad avere una larga distribuzione nella sale, rappresenta un allontanamento netto dalla precedente filosofia del Festival. Senza contare che il concorso di quell’anno comprendeva anche una pellicola degna della prima serata di canale 5 come Downsizing di Alexander Payne, oltre al musical dei Manetti Bros, Ammore e malavita, e un altro futuro catalizzatore degli apprezzamenti del pubblico come Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Tra l’altro è interessante notare la vicinanza tra Venezia e gli Oscar: il Festival italiano è bravo a notare e ad accaparrarsi alcuni dei principali protagonisti dei più importanti premi cinematografici del mondo.

Con determinate premesse, era evidente come anche dall’edizione di quest’anno ci si potesse aspettare una serie di novità. Cerchiamo allora di capire com’è stata l’edizione del 2018 della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.


La sezione Fuori Concorso

La sezione quest’anno ha decisamente alzato l’asticella. Se spesso, con ovvie eccezioni, i Fuori Concorso erano film la cui qualità a volte dubbia non ne permetteva l’inserimento in concorso, questa volta la sezione è stata composta con un’accuratezza incredibile, che rispecchia delle precise scelte selettive e non è sinonimo di demerito. Tra di essi, Venezia ha avuto la geniale intuizione di inserire A Star Is Born, esordio di Bradley Cooper alla regia e prima prova attoriale di rilievo per la diva Lady Gaga, spogliata di tutte le caratteristiche più appariscenti del proprio personaggio per essere trasformata in un malleabile strumento nelle mani dell’arte. Una pellicola destinata ad avere un successo spropositato, diventando immediatamente uno di quei film in grado di attirare il grande pubblico, per finire poi ad essere trasmesso almeno una volta all’anno sulla televisione nazionale. Accanto ad esso, il nuovo film di Pablo Trapero, Leone d’Argento nel 2015 per Il Clan; Dragged Across Concrete, del regista di scuola tarantiniana Craig S. Zahler; Shadow, del fenomenale Zhang Yimou, ma anche i film di Valeria Bruni Tedeschi, di Roberto Andò e di Amos Gitai. Pellicole che non passeranno inosservate, ma soprattutto risultato di un avvicinamento tra il Festival e alcuni dei più interessanti cineasti della vecchia e nuova generazione. Un modo per rimanere in buoni rapporti con essi e non perdere la possibilità di farli tornare al Lido nelle edizioni successive.


I film in concorso

Dopo una breve panoramica sui film Fuori Concorso, passiamo ad analizzare quello che rappresenta, per ovvi motivi, il fulcro del Festival di Venezia: il Concorso vero e proprio. In mezzo ai vari discorsi degli spettatori, fra un giudizio sui film e un ricordo nostalgico dei tempi passati, un pensiero comune e condiviso dalla grande maggioranza degli accreditati era uno solo: la qualità media è stata raramente alta come in questa edizione. Il Festival ha sempre inserito in Concorso dei capolavori, o comunque dei film che potevano aspirare a guadagnarsi il gravoso peso di essere definiti tali, eppure essi erano una cifra esigua, e venivano bilanciati da un numero interminabile di pellicole dimenticabili, due estremi fra cui trovava posto qualche buon film. In questa 75° edizione tuttavia, a fronte di appena 3 pellicole la cui presenza in concorso ha causato più di un dubbio, si è rimpinguato – e di molto – il numero dei film meritevoli. L’apertura è stata affidata a Damien Chazelle e al suo First Man. Sebbene questo sia solo il suo quarto lungometraggio, il giovane Chazelle si è già guadagnato un posto nell’Olimpo dei principali registi statunitensi, e dopo il successo di La La Land era lecito avere aspettative alte che sono state ripagate solo in parte. Rimane la certezza di aver affidato l’apertura per il terzo anno consecutivo ad un film commerciale, da grande pubblico. Il Concorso è poi proseguito toccando le vette più alte nei primi giorni in cui sono stati presentati sia La favorita di Yorgos Lanthimos che Roma di Alfonso Cuarón, due tra i migliori film in competizione. Un’abbondanza di ottimi film tra cui si guadagnano un posto anche The Sisters Brothers, western atipico di stampo europeo diretto da Audiard, ma anche il ritratto modernista di Vox Lux del giovane Brady Corbet e la brillante commedia intellettuale di Olivier Assayas, Non-Fiction. Ottime prove sono arrivate anche da Guadagnino con la sua versione – destinata a far discutere – di Suspiria, e da Killing di Shin’ya Tsukamoto, degna chiusura di un’eccellente edizione.


Le direttive di un medium in evoluzione

La lunga panoramica sulle pellicole presenti a Venezia ha reso evidente una cosa: se il livello si è alzato a tal punto che quelli che sono destinati ad essere i migliori film della stagione cinematografica vengono presentati al Lido, è a partire dal Festival che è possibile una riflessione sulla direzione intrapresa dal cinema. Se l’apertura verso il cinema popolare è ormai un dato di fatto, l’assoluta novità di quest’anno è l’introduzione del genere all’interno dell’ambito più strettamente artistico. L’abbattimento del confine tra cinema di genere e cinema d’arte non è certo cosa nuova, ma piuttosto un traguardo per cui molti teorici e tecnici del medium si battono da tempo. A far notizia è l’introduzione del genere in un contesto tradizionalmente riservato all’Arte con la A maiuscola.

E ancora, il completo ribaltamento e rinnovamento di ogni possibile preconcetto stilistico e tematico del genere. La vittoria di La forma dell’acqua ha sicuramente contribuito ad un processo culminato con l’inserimento in concorso di un horror (Suspiria), due western (The Sisters Brothers e The Ballad of Buster Scruggs), un film in costume (La favorita), un action (Freres Enemies) e un samurai movie (Killing). Elemento comune a molti di essi è la volontà di distruggere ogni presunto dogma. Suspiria è lontanissimo dall’horror tradizionale per il suo costrutto basato su una narrativa complessa e storicamente definita prima che su semplici jumpscare e scenari orrorifici. La figura dell’uomo sicuro di sé e aproblematico scompare in Killing e in The Sisters Brothers, che usano l’immaginario virile del samurai e del cowboy per riflettere sulla sua caducità. Infine, l’utilizzo di un tono ironico e sbeffeggiativo, nonché la scelta di riprendere gli scenari ottocenteschi in maniera distorta e moderna rendono La favorita un esperimento coraggioso e ben riuscito. Mai come quest’anno il Festival è stato così eterogeneo, comprendendo anche alcuni sottogeneri di matrice più tradizionale come il crime di Acusada, il biopic di First Man o lo storico di Peterloo.


La rivoluzione dello streaming

Tra le più importanti riflessioni nate intorno alla Mostra, quella che riguarda i siti di streaming online, ormai trasformati in case di produzione, rischia di diventare il tormentone dell’anno. La vittoria di Roma, distribuito da Netflix e destinato ad una limitata circolazione nelle sale, ha scatenato l’isteria di chi vede nell’avvento dello streaming la morte del cinema tradizionalmente inteso. Ovviamente una prospettiva del genere è estremamente catastrofica – e non tiene conto di un insieme di variabili tra cui la superiorità indiscutibile dell’esperienza in sala – ma è figlia di un cambiamento netto ed improvviso su cui vale la pena riflettere. Lì dove Cannes ha infatti posto un veto indiscutibile alla partecipazione dei film prodotti da Netflix o Amazon (tra cui Roma di Cuarón), Venezia ha invece accolto tutte le pellicole indipendentemente dal produttore. E così la sezione dei film in concorso vede la presenza di ben 2 film interamente prodotti da Netflix e uno di cui la piattaforma streaming è solo distributrice.

La domanda che tutti si sono posti è: questi film passeranno in sala o sono destinati all’uso esclusivo dello streaming? La soluzione più plausibile sembra quella di un’esigua presenza nelle sale, come è già successo per Sulla mia pelle, prodotto da Netflix. Eppure è innegabile come a volte Netflix abbia salvato delle opere che avremmo rischiato di non vedere. Due prospettive necessarie e complementari, tra cui si situa il punto di vista del direttore Alberto Barbera (ma anche quello della giuria): in un contesto artistico le opere vanno selezionate – e premiate – nella maniera più oggettiva, imparziale e meritocratica possibile.


Il futuro

Dopo aver toccato l’apice, ripetersi rappresenta sempre una sfida al limite dell’impossibile. Questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia ha posto un limite difficile da superare in futuro. Sicuramente è lecito aspettarsi che i criteri meritocratici e liberi su cui Venezia ha basato la sua fortuna negli ultimi anni continuino ad essere rispettati, nonostante le immancabili polemiche e le difficoltà organizzative dovute ad un impressionante aumento degli spettatori. L’importante è scindere le polemiche esterne dal contesto puramente cinematografico, per non rischiare di trasformare una delle manifestazioni più importanti dell’anno in un triste luogo di sterile discussione, ma continuare sulla strada del confronto civile nel rispetto dell’arte.

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