La Forma Dell’Acqua: semplicemente il miglior film di Guillermo Del Toro

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Guillermo Del Toro è uno dei più grandi registi dei nostri tempi.

Apertura banale, vero? Sì, vero. Ma si dà il caso che sia anche la verità. Cerchiamo di capire il perché.

Forse perché i suoi film migliori sono ricchi di metafore riuscitissime sulla crudeltà del mondo reale? No, tanti altri film lo sono.

Forse perché nei suoi film siamo noi umani i peggiori mostri? Nemmeno, è un concetto vecchio come il cinema se ci pensiamo bene.

Forse perché ha un talento visivo, dalla creazione dei concept alla composizione delle inquadrature, molto al di sopra della media? Nemmeno per questo motivo, sebbene sia valido.

Anzi, tutti i motivi elencati sono validi, ma quello che rende davvero grandioso il cinema di Del Toro è il fatto che i suoi film sono veri. E con “veri” non si intende certo dire che siano realistici: sono veri in quanto sono reali e potentissime le emozioni che riescono a trasmettere, sono veri perché creano l’empatia perfetta tra spettatore e personaggio, sono veri perché quando arriva un colpo di pistola che distrugge la faccia di un uomo col quale abbiamo simpatizzato, oltre a farci senso la scena (e lo fa davvero: è terribile) proviamo anche un dispiacere sincero.

Il cinema di Del Toro non è un cinema “di plastica”, è Cinema vero in cui le ferite sanguinano e ci fanno impressione, nel quale sembra davvero di percepire l’odore nauseabondo di due dita in cancrena, nel quale non solo riusciamo ad accettare il mostro buono e l’umano cattivo (e fascista), entrando in perfetta sintonia con “l’alieno”, ma non ci fa nessuna impressione nemmeno il fatto che possa nascere una storia d’amore tra due diverse forme di vita, anzi, lo troviamo perfettamente naturale.

È un cinema che riscrive la Storia e la rende un po’ più giusta (come del resto fa anche Tarantino da Bastardi Senza Gloria in avanti), orgoglioso di essere finto e irrealistico, e proprio per questo molto più vivo di tanto altro cinema d’autore.

C’è un altro motivo che rende Del Toro un regista fondamentale e imperdibile: la sua è una cinefilia totale (ha una conoscenza vastissima, che incredibilmente passa anche per il neorealismo italiano) che lo porta sempre non solo a capire quale sia l’atmosfera perfetta per ogni suo progetto, ma anche ad amare profondamente ogni suo singolo film, e questa sua passione si sente sempre.

Si sentiva in Crimson Peak (gioiellino snobbato troppo in fretta da critica e pubblico) un revival del cinema gotico d’altri tempi, talmente curato in atmosfere e dettagli da rifiutare ogni logica commerciale nel ritmo, preferendo la fedeltà alle atmosfere e ai tempi di un romanzo ottocentesco. Si sentiva in Pacific Rim, anch’esso distrutto da un box office impietoso, che ad oggi rimane il miglior omaggio di sempre fatto da Hollywood alla cultura pop degli anime giapponesi. Si sentiva in Hellboy II: The Golden Army, che usciva dal genere supereroistico per diventare una lettera d’amore a tutti i “mostri” di questo mondo.

Con La Forma dell’Acqua il regista messicano gioca in casa: il film completa una trilogia ideale insieme a La Spina del Diavolo e Il Labirinto del Fauno (gli altri due film più personali del regista) ed è anche il migliore dei tre, quello più maturo tanto nello stile quanto nei temi e nel coraggio di portare alle estreme conseguenze i messaggi lanciati in tutta la filmografia dell’autore.

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La locandina del film

Un film che è l’essenza del suo autore: chi lo guarda conoscendo le altre pellicole del regista riconoscerà infatti il ripetersi di numerose situazioni già viste in precedenza e questo non è un punto debole ma, proprio al contrario, il suo principale pregio. È il film che infatti segna il raggiungimento della maturità definitiva per il regista e che ne cristallizza la poetica: una scelta sicuramente saggia, dal momento che il trionfo al Festival del Cinema di Venezia (prima volta in assoluto per un film di genere fantastico, segno di un importante passo avanti del nostro principale festival, sempre più gettonato dalle produzioni più importanti dell’anno) e le 13 nonination ai premi Oscar assicurano già da ora una maggiore solidità (soprattutto finanziaria) al futuro del regista.

Un film cupo e luminoso allo stesso tempo, che si muove in bilico tra citazioni continue al cinema degli anni passati e una spinta innovativa nella narrazione del suo tema principale (mai come stavolta nel grande cinema ci si era spinti così oltre nella storia d’amore tra “diversi”), e che vive di una regia come sempre impeccabile e di grandissime interpretazioni di un cast in splendida forma.

Un film che parla a noi, al nostro lato più umano e sensibile, che si assume il rischio di mostrarci contemporaneamente sia il nostro lato migliore che quello peggiore, che non ha paura di prendere posizioni sul piano morale e su quello politico, e che non ha la benché minima intenzione di piacere a tutti.

E poi sì, è anche un gran bel film fantasy/fiabesco.

Non necessita nemmeno di tante parole, di recensioni interminabili o di particolari analisi: basta un semplice invito a correre al cinema il prima possibile

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