Claudio Caligari, il maestro del cinema di strada

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Correva l’anno 1983 quando il primo lungometraggio del regista piemontese Claudio Caligari, Amore Tossico, usciva nelle sale dividendo critica e pubblico, ma condizionando pesantemente l’estetica del genere degli ultimi trent’anni.

Vi sono delle pellicole importanti più di altre, poiché hanno un messaggio e un contenuto più complessi, e quando vengono raccontate da un Maestro assumono un valore che le rende uniche e per questo difficilmente ripetibili.

Il fenomeno della dipendenza dall’eroina arriva in Italia intorno alla metà degli anni settanta ma è negli ottanta che diviene un vero e proprio allarme sociale. Con la scrittura di Guido Blumir, sceneggiatore e sociologo di fama nazionale, e la regia di Claudio Caligari, da sempre interessato all’approfondimento del disagio sociale nelle periferie, Amore Tossico diventa un vero e proprio manifesto generazionale, opera prima di un regista che eredita la pesante cinematografia neorealista dei precedenti pilastri italiani.

Il film, girato interamente ad Ostia, vede al centro della storia la vita e le dinamiche di alcuni ragazzi e il loro rapporto con l’eroina. La struttura quasi documentaristica, il comparto attoriale di strada nel rispetto dei dettami neorealisti e una pregiatissima e naturale caratterizzazione dei personaggi ha reso e rende tuttora il film un caposaldo. Cesare, “Enzetto”, Michela, Mariuccio ed il transessuale “Er Donna”, fenomeni sociali, vere e proprie icone fuse nei modi di dire ed esprimersi, anche nelle generazioni successive di amanti del grande cinema.

Per diversi anni nessun nuovo film da parte di Caligari, che per vari motivi abbandona i progetti iniziati in quel lasso di tempo. Fino al 1998, quando esce L’odore della Notte. I quindici anni di attesa non hanno tradito le aspettative, in un film dove i tributi all’altro Maestro Scorsese, le autocitazioni e la presenza di un cast e di una trama probabilmente più robusti, consacrano Caligari come realtà del nostro cinema. Al centro della pellicola la doppia vita di Remo Guerra, un Valerio Mastrandrea estremamente intenso e credibile, di giorno poliziotto di borgata, di notte capo di un gruppo di criminali locali dediti alle rapine nelle case della roma altolocata post-boom economico. La disperazione e l’emarginazione espressi in un cinema “reale” con l’ombra della violenza degli anni di piombo. Ormai iconica la sequenza nella Quale Maurizio (Marco Giallini), propro durante un’irruzione per una rapina, costringe Little Tony ad una performance live di Cuore Matto.

È il  2015, con Caligari ormai fortemente debilitato dalla malattia, l’anno della chiusura dell’ipotetica “trilogia della notte” con l’uscita nella sale di Non Essere Cattivo. La storia si svolge nel 1995, anno domini del passaggio dall’eroina alle sostanze sintetiche. Sempre nella disperazione edilizia e sociale di Ostia, il regista mette in atto uno spettacolo dalla gradevolezza estrema per molteplici motivazioni. Sotto il profilo stilistico non ripete se stesso ma “autocelebra” il suo cinema in maniera pulita e mai eccessiva. Gli esercizi estetici sono sempre moderati e funzionali alla resa massima della storia.

La sequenza iniziale è un regalo visivo per tutti gli amanti del cinema. La famosa corsa di Enzo (“Enzetto”, n.d.r.) che raggiunge Ciopper in piazzetta, aprendo ad uno dei contraddittori più grotteschi ed iconici del genere, viene riproposta con i nuovi protagonisti, la coppia degli anni ’90. Cesare che raggiunge Vittorio. Quel nome pasoliniano che richiama un universo con il suo sottoproletariato, l’immenso Franco Citti (Vittorio) e Sergio Citti alla sceneggiatura, e poi Ostia, spettatrice privilegiata che diviene un personaggio a sua volta (anche in Amore Tossico il tributo a Pasolini si esplicita nella scena dell’overdose di Michela, sotto la statua dove fu rinvenuto il regista).

Non Essere Cattivo, però, rispetto all’opera prima di Caligari offre una speranza, una via d’uscita: Cesare e Vittorio, amici da sempre, vivono la strada e tutto ciò che comporta, spaccio e sballo annessi. Le sequenze descrittive della loro vita di  borgata vengono rappresentate con una sapienza massima e senza mai eccedere. Anzi, basta la vita, quella vita quei suoni e quei rumori, per compiere la quadratura. L’entrata in discoteca, la sniffata di gruppo nella Fiat Uno e il trip onirico di Vittorio tra tutte le scene, probabilmente costituiscono la summa di un cinema che fa scuola e che forse almeno ad oggi non vede un parallelo in termini di qualità e abilità alla macchina da presa.

Uno dei due amici, Vittorio, percepisce però che la via della strada non è quella da intraprendere e tenta il percorso più duro, quello del lavoro, coinvolgendo successivamente anche Cesare.

Il passaggio dalla dimensione degli espedienti a quella del lavoro vero del cantiere è tutt’altro che indolore, soprattutto per un “puro” come Cesare che soffre moltissimo questo passaggio. Il concetto di caduta, le problematiche relative al cambiamento di status, attraversano Luca Marinelli e Alessandro Borghi, che si esprimono in una performance attoriale superlativa amministrata magistralmente da Caligari. Non Essere Cattivo è un film importante, dagli spunti praticamente infiniti, che chiude un percorso di significati e simboli iniziato da Pasolini con Accattone (i protagonisti infatti sarebbero da contemplare come eredi cinematografici di Franco Citti). Al centro sempre l’indigenza e il nulla delle periferie dal dopo guerra fino agli anni ’90. Non Essere Cattivo rappresenta una vivida risposta al panorama cinematografico internazionale, nel quale attraverso questa pellicola l’Italia non solo si conferma (dopo le consacrazioni di Sorrentino) ma riesce quasi a ripetersi, sfiorando la candidatura dell’Academy nel 2016. Il film costituisce un importante anello di congiunzione tra tanti Maestri del passato: Visconti, Germi, De Sica, Rossellini, più i loro attori, che hanno contribuito a fare del cinema italiano un riferimento.

Sui commenti si potrebbe dunque aprire un archivio, forse però una considerazione fra tutte. Ormai da qualche anno la televisione e il cinema cercano di proporre un linguaggio simile attraverso serie televisive tratte da film, a loro volta ispirati da realtà italiane soprattutto di matrice criminale. Queste serie o film e i loro relativi protagonisti hanno raggiunto un altissimo indice di gradimento, non solo in Italia. Le annose e radicate problematiche italiane putroppo si conoscono. Potevano essere la povertà post-bellica, diventare l’isolamento industriale dei palazzoni municipali, oppure i gruppi di banditi che a turno durante gli anni di piombo tenevano in ostaggio la stabilità sociale, o ancora la progressiva strutturazione e potenziamento delle mafie locali.

Gli anni passano, le generazioni si susseguono e vi possono essere variegati spunti di realismo. Il casus forse sta proprio qui. Vi sono ancora registi o attori in grado di poter competere con i giganti del passato? Quanto l’iper velocità di “connessione di informazioni”, il condizionamento delle visualizzazioni web, una cultura sociale generale votata all’impatto estetico, possono davvero influenzare la realizzazione di nuovo capolavoro oggi? Non Essere Cattivo, anche sotto questo profilo, è stata un’opera fondamentale, poiché connessa con intelligenza ai grandi del passato e alle tematiche universali. E il compianto Claudio Caligari un artigiano raro in grado di emozionare, non cedendo mai a nessun compromesso o artefizio commerciale.

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