Stati di Allucinazione: un trip-movie tra scienza, religione e filosofia

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Stati di allucinazione (Altered States) è probabilmente il più grande Trip drug movie di sempre. Lo è per il talento registico di Ken Russell, per la sceneggiatura visionaria di Paddy Chayefsky ispirata alle altrettanto strabilianti esperienze di John C. Lilly, oltre che per un budget di produzione di tutto rispetto: elementi che collocano questa pellicola datata 1980 in quell’area a cavallo tra il b-movie di lusso, la fantascienza colta e l’horror religioso, facendole meritare fin da subito lo status di cult.

Lo script del film poggia sull’omonimo romanzo a firma dello sceneggiatore premio Oscar Paddy Chayefsky, che abbandonerà la produzione per divergenze con il regista – o meglio, con i registi. La direzione fu inizialmente affidata ad Arthur Penn, che ben presto si dimetterà in seguito alle sfiancanti dispute con l’autore: verrà sostituito da Russell che non avrà sorte migliore con il turbolento Chayefsky.

La storia si ispira liberamente alla vita del neuroscienziato statunitense John C. Lilly, attivo fin dal secondo dopoguerra nella ricerca legata agli stati alterati della coscienza, al linguaggio dei delfini e alla comunicazione inter-specie. Personaggio stravagante e controverso, sperimentatore di LSD, amico di Timothy Leary e Allen Ginsberg, Lilly incarna magnificamente quel filone di pensiero scientifico eterodosso attratto dal soprannaturale, con un percorso biografico che lo pone in stretta contiguità con il movimento hippie prima e new-age dopo.

La vicenda raccontata ha inizio nel 1967, dove un irrequieto professore di medicina, il dr. Eddie Jessup – William Hurt al suo esordio – è impegnato in una ricerca scientifica di frontiera: sta sperimentando stati alterati di coscienza con l’ausilio di una vasca di deprivazione sensoriale – uno dei più importanti lasciti scientifici di John Lilly, ripresa di recente nella serie Netflix Stranger Things.

Jessup si rivela essere uno scienziato determinato e a suo modo spericolato, con un trascorso giovanile di fervida fede religiosa bruscamente ripudiata a causa della morte del padre, evento che non ha mai superato e che ne tormenta l’esistenza. Lo vediamo fare l’amore con trasporto mistico, suscitando inquietudine nella partner; lo sentiamo sentenziare che “da quando abbiamo eliminato Dio non abbiamo che noi stessi per spiegare questo orrore privo di senso che è la vita”: una proposizione esistenzialista che sarà il leitmotiv della storia.

Nel frattempo, il suo matrimonio naufraga quando capisce che l’american dream da affermato docente ad Harvard non fa per lui, meglio continuare a inseguire l’antico sogno nascosto tra scienza, filosofia e religione: la ricerca del vero Sé e delle potenzialità nascoste nella mente dell’uomo.

È una sete di verità che lo porterà in Messico, presso una tribù primitiva con cui partecipa a un rituale tolteco a base di un potentissimo fungo psichedelico, grazie al quale sperimenta percezioni legate alla memoria collettiva ancestrale dell’umanità: entrerà in contatto con la propria “anima increata” in una surreale fantasmagoria di simboli primordiali e religiosi.

Jessup ripeterà l’esperienza della droga sciamanica assumendola durante le sedute di deprivazione sensoriale, attivando un processo di trasformazione psichico e fisico: l’allucinazione si materializza e produce una mutazione nel corpo dello scienziato, che regredisce a uno stato di coscienza primitivo trasformandosi in un ominide preistorico.

La regressione di William Hurt / Eddie Jessup – anglosassone e biondo, tipicamente WASP – a scimmia protoumana intenta a sbranare una capra, rimane fra le scene più memorabili del film e rappresenta uno dei momenti di satira sociale e politica con cui Chayefsky ha disseminato il proprio romanzo, ma che non troveranno spazio adeguato nella sceneggiatura cinematografica.

La metamorfosi di cui è vittima coinvolge anche l’aspetto molecolare, procedendo a ritroso nell’evoluzione dell’universo, al punto che Jessup assisterà alla liquefazione del proprio corpo nel brodo primordiale da cui ha originato la vita. Siamo ormai nei pressi di Cronenberg e della sua mistica della carne, oltre l’Esorcista e il dr. Jekyll.

Arriviamo così alla parte finale, ricca di spunti filosofici, in cui lo scienziato rischia di precipitare nel nulla assoluto che avrebbe preceduto il momento della creazione: insieme alla fantasmagoria messicana resta uno dei passaggi tecnicamente più riusciti del film, con soluzioni che citano 2001 Odissea nello spazio e ci mostrano superbe esplosioni di amebe fluorescenti e geometrie psichedeliche.

Jessup scoperchia dolorosamente il Vaso di Pandora cosmico, scoprendo che il momento in cui si origina la vita è semplicemente orrorifico: il Principio è identico alla Fine ed è un semplice e orrendo Nulla, un abisso nel quale risulta pericoloso specchiarsi. Il vortice in cui si genera la vita è simile a un buco nero o al Big Bang, una singolarità che rappresenta il punto di massimo isolamento dell’individuo: è la condizione di estrema solitudine dell’esistenza umana. Solo dopo averla sperimentata Jessup potrà riconoscerla con orrore e comprendere l’importanza dei rapporti umani e dell’amore.

Da qui procede la conclusione del film, rassicurante rispetto alle premesse che suggeriscono invece l’esistenza di una grande fonte di potere nella mente umana. L’epilogo moraleggiante vorrebbe indicarci come il potere dell’amore vinca su tutto, regressioni genetiche e paure esistenziali allo stesso modo.

Non è banalmente così: scopriamo che è la Volontà la sola forza che ci permette di non essere risucchiati nell’abisso; è lo sforzo prometeico che ci tiene ancorati alla dimensione umana.

“La verità assoluta di tutte le cose è che non esiste verità assoluta; la sola verità possibile è transitoria ed è la vita umana, la nostra realtà”: le parole di Jessup richiamano l’hic et nunc fenomenologico di Heidegger, l’individuo nella Storia con i suoi limiti e fragilità; l’esserci (il Dasein) nelle categorie di tempo e spazio che ci sono date.

Ogni ricerca di Assoluto, spingendoci oltre i nostri limiti umani, può trasformarsi in un inferno poiché il nostro posto è qui e ora. L’Eden è su questo mondo e si compie per mezzo della Volontà: di amarci e prendere cura reciproca di noi stessi, come ci viene mostrato nella scena conclusiva in cui i coniugi, scampati all’abisso, appaiono nudi.

La vicenda faustiana dello scienziato e apprendista stregone Jessup ci racconta fin dall’inizio di un distacco dal contesto umano e sociale, a partire dalla giovanile fede religiosa vissuta con smisurato fervore e visioni mistiche. Nel personaggio si percepisce una tensione all’annullamento difficilmente distinguibile dal suo desiderio di Verità assoluta. Il fardello dell’esistenza, con il suo dolore senza scopo, cerca sollievo nella perdita di sé: innalzandosi al cielo o precipitando nell’abisso più oscuro, due stati dell’(in)coscienza meravigliosamente allegorizzati dalla vasca di isolamento e dalla sua trance indotta, che lascia l’individuo libero e fluttuante in un cielo liquido.

Nella ricerca di Jessup l’alto e il basso si sovrappongono, il Principio Superiore è identico all’Atomo; l’ascesi mistica e la ferocia animalesca producono lo stesso effetto liberatorio. Ma ogni tentativo di guardare troppo in alto o troppo in basso è destinato a trasformarsi in un Inferno.

Il film è nel suo insieme una riuscita parabola biblica e dantesca: la tentazione della conoscenza fa perdere all’uomo il paradiso terrestre, precipitandolo in un abisso del tutto simile al vortice che risucchiò Ulisse dopo il suo “folle volo”.

Cinematograficamente Altered States è molte cose insieme: chiaramente ispirato ai film di fantascienza del filone mad scientist movies, si trasforma in un adattamento di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, con punte di body horror alla Cronenberg. Ma rimane principalmente un ambizioso trip drug movie.

I vecchi LSD Exploitation movies come The Trip – Il serpente di fuoco (1967), The Weird World of LSD (1967) e The Acid Eaters (1968) furono poco più che tentativi, tanto ingenui quanto precocemente invecchiati, di cavalcare una tendenza diffusa nella società attraverso l’utilizzo di effetti speciali caleidoscopici e colori fluo, sparati su sceneggiature deboli o inesistenti.

Russell è riuscito a spingersi ben oltre, mettendo in scena sofisticate allucinazioni all’interno di una solida storia sviluppata con realismo, consegnando allo spettatore una congerie di dottrine pseudoscientifiche ben strutturate.

La grande forza di Altered States sta proprio nella sua resistenza al tempo e nei molteplici livelli di lettura, nel continuare ad appassionare nuove generazioni di spettatori mostrando il lato meno glamour ma più profondo – o inquietante – di ciò che definiamo cultura psichedelica.

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