Kaddish, Dio e L’America: un omaggio ad Allen Ginsberg

Subito il Greenwich Village, e la religiosità, e la professione di fede (una qualunque), e l’ansia del confronto dialettico con la Vastità. È il Ginsberg figlio e lottatore che parla di ritmo scandito forte dalla morte. Shelley-Keats, e A. Ginsberg – N. Ginsberg, i poeti del dolore e del canto, si scontrano su quello strano ring americano, e scorrono… Ray Charles, Ray Charles, e il ritmo, e il ritmo del buio. Sì, l’America c’è, nella Cina, nella Russia, nella 7th Avenue, e nel calderone che volete, ed è anche in una Madre e nel suo figlio che parla di quell’old blue place, e nella pazzia che vi si apprende, alla scuola delle macchine e dei televisori. Questa è l’America signore e signori, ed è ovunque, non se ne può fare a meno.

Ma riecco il Poeta, e la misteriosa Chiave, ed ecco ancora l’America nelle grida dei Portoricani. Ma questa Madre dov’è, se non nelle uscite di sicurezza? Una sicurezza-pazzia, certamente, e allora? Ecco, la paura dei radiatori! Oh, sia lode alla certezza dell’interpretazione, alla chiarezza compositiva, se tutto ciò fa comprendere un mondo! Potrebbe finire qui, ma sono le parole che interessano (Words between the lines of age, come disse un poeta).

No more fear of Louis, riecco la tentazione di lasciar perdere questa strana ricerca di un’interpretazione che non deve esistere: è tutto chiaro, no? Quello square del marito che senso ha nella sua dolcezza terribile? E la sorella, e il fratello, e il Socialismo, e l’autostop, e il gioco waist-waste danno la vita al critico e al sociologo dilettante.

Ecco Eugene: un contrasto. Uno che deve perdere tempo a decidere se suicidarsi o meno, ed è tutto.

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Una serie di quesiti enormi, e di affermazioni di debolezza, ed è finita lì col Nulla che disperde le intenzioni buone e quelle cattive, come tutto si disperde nella cartella clinica del ricoverato in un ospedale psichiatrico. Una parola (o LA parola), appunto.

Intanto il povero Max è alla ricerca del denaro e dell’Immortalità (non è vero, Mr. American Dream?) Oh, sì, la corsa… Di nuovo quella professione di fede (una qualunque) a far riflettere sul compito del critico, e poi la Morte, che già sbatteva le ali da qualche parte. L’esigenza della biografia si fa spazio tra le tenebre e capiamo meglio quello che c’è da capire, sì, le long nites as a child, con quel nites sferzante come una locandina rock’n’roll, e anche l’impegno, e la dichiarazione programmatica di un Poeta qualunque (ma è la base del tronco di cono rovesciato che ha per base maggiore l’Universo visibile e non) e del poeta bambino che ha intuito una – seppur limitata – Morte. Persino un formaggio cosmico è in agguato, e prende ordini direttamente da Roosevelt (che non è morto). La quiete s’impone, ma dove? Quella cosa vittoriana è un falso, non prendiamoci in giro. Che senso ha un Ginsberg che invoca la quiete vittoriana? Ma c’è dentro la fuga, e questo basta. Questo Moloch non può contenere più quelle anime che ha sfaldato, e dà l’estrema illusione spingendo le vittime sulla Madness Highway.

La Nonna vola sull’America ed è minacciosa, e non si trova rifugio. E anche Hitler vola, certo. E alla fine si trova rifugio, e il poeta sfugge alle brutture che però ha nella testa. Tutto questo per poco. Louis in agguato. L’omosessualità si rivela, e un piccolo impegno sociale anche, bello, bello ma troppo onesto. Andrai per la tua strada, Allen! Ed ecco che esplode la meravigliosa pazzia democratica, e parallelamente esplodono il tremore e l’indecisione dell’America delle vecchine, e di Eugene, e di Louis in pigiama. Questa è vita, che tramite l’estasi sfalda con colpi mortali le strutture prive di elasticità, e il cinismo s’impone… Il banco della farmacia è una trincea, e perché non dovrebbe esserlo?

E vola anche la Coca Cola, sì la Coca Cola, e si ha una sensazione di soffocamento: c’è troppa America qui, e scoppia nel trionfo Naomi la schifosa, Naomi l’umiliatrice, Naomi. L’ambulanza corre ora come i cavalli della Dickinson, ed è la fine.

Eugene e il suo dramma diverso, di altro tipo ma non molto strano: una semplice sconfitta di bravo studente, un fallimento con Naomi alla porta, tutto qui. No, dimenticavamo la zuppa di pollo, e una casa senza amore, Eugene.

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Il ritorno a casa! E tutto come prima (o no?); beh, manca solo qualcosa inghiottita da qualcuno, ma Allen è lì al suo posto, sdraiato vicino alla Grande Madre, con una parete a separarlo da Louis, e un’altra (questa piuttosto strana) a separarlo da lei. Troppi mondi che si incrociano, forse. Uno strano disagio, certamente, fatto di persecuzioni politiche reali dimoranti in una mente troppo porosa. Un attacco, due attacchi, e la tranquillità, e la lucida pianificazione della fuga. E poi la vita continua, con un negativo amante invece del positivo contorcimento nella pazzia. Ma è un attimo di questo tragico (ma perché?) circolo, giungono i pensieri rivolti al corpo, e al pensiero stesso, a un pensiero di bello che non ha un senso perché non può averlo e basta. Uno stravolgimento, ecco cosa, e siamo nella normalità della pazzia, con tutto quello che comporta: Dio, la terra, la guerra & solite cose. La pazzia militante per ora è lontana, c’è qui in agguato l’incesto che il poeta annulla con tinte crude per sfociare nell’inno ebraico in cui s’inzuppa il poema.

L’arte è anche qui (o solo qui?), nei contrasti più o meno forti, nella stridente dialettica del sogno creativo, nel BISOGNO di tingere e stingere. In pochi versi tutta la famiglia: la fine quasi pietosa di Louis, e la serietà assassina di Eugene, e poi Elanor, poveretta, presa a calci in un pazzo Watergate formato famiglia. Tutto finisce in una tomba, anche questa di famiglia, col poeta a contemplare questa eterna linfa vitale della letteratura, la Morte, che non sfuggirà mai ai contorcimenti mentali, o anche alla linearità e così via.

Il Manicomio si staglia all’orizzonte netto e ben definito. E’ questo il luogo in cui si applicano cerotti sulla ferita americana (del PAESE America), e non su quelle umane, perché è chiaro quello che conta di più. E non si fa a tempo a giudicare che ci piomba addosso la vecchiaia, che prima o poi del resto doveva arrivare, con la sua magrezza di malattia invincibile ma non sempre vittoriosa, e poi l’epitaffio, così denso e politico, e denso di confronti vitali, da spezzettare la meditazione. Veramente tutto l’Orrore, e basta, con quella strana chiave già vista.

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Un inno prolungato ci dichiara il passaggio dalla biografia ricca di divinità alla divinità ricca di se stessa, e la tensione drammatica si ricarica nella tensione di quel Dio qualunque perso in una vastità di cui tuttavia Egli sa la strada, la via d’uscita. Un treno che avanza, eccolo l’inno ginsberghiano, al di fuori della facile retorica che scaturisce dalla facile interpretazione. E questo Dio è anche nella città, una città svuotata della sua negatività, e che non viene offuscata dalla divinità nella sua pienezza, stiamo bene attenti. Un inno, dunque, e mai forse titolo fu più appropriato, se non altro per un discorso di struttura, freddamente tecnico. Un titolo appropriato anche nella derivazione del testo dall’avvenuto (forse parzialmente) allargamento dell’area della coscienza. Solo da una coscienza vasta può derivare un inno vero, e sappiamo quanti ne esistono di falsi. Dunque dalla Morte è derivata una vita che non è solo poetica, ma è anche ricca di quella intensità che spesso non si può esprimere, quindi completa.

Di nuovo la Chiave, la finestra, il sole, la luce. Una tomba che giustamente è misura sia dell’universo sia di quel tempo ospedaliero che schiaccia e che dalla sua negatività fa scaturire un confronto violento che può giungere al trionfo della positività. E salvo errori l’essenza è proprio qui, in un confronto che può assumere diverse forme e/o aspetti, ma che è pur sempre un confronto, con tutto quel che segue.

Si chiude con visioni di Dio in mezzo al dolorante calderone americano. E tutto ciò è degno, con grande rispetto per le intenzioni iniziali.

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