Calcutta e la filosofia del disagio

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Ad ascoltar conversazioni su un certo corso musicale italiano (s’amava chiamarlo indie), non è raro imbattersi in un termine tanto pervasivo quanto fumoso: disagio. È capitato (e capita), naturalmente, che esso sia accostato anche al caro Edoardo D’Erme, cantautore di Latina noto come Calcutta.

Il D’Erme, per i più, non richiede presentazioni. Assurto ormai al ruolo di (anti-)eroe di un gruppo umano, il nostro, privo di eroi pop (nel senso più virtuoso del termine), reca comunque il retaggio del punto da cui s’è mosso: l’etichetta del disagio, appunto.

Calcutta ha creato, certamente (o definitivamente affermato), un codice nuovo e cioè un linguaggio atto a esprimere una complessità sostanziale, un certo senso di inadattabilità al grumo di aspettative e ansie e dubbî che s’impongono a chi non si risolva a varcar quell’aspro (e forse inesistente) limite che separa un’ormai lunga adolescenza dall’adultità. Ma ecco: nell’elaborare una sì vasta, comune natura (dai tratti, forse, generazionali) egli traccia la propria attualità; interpreta maturamente il proprio disagio, lo oltrepassa e a chi ascolta offre, in qualche modo, un momento di catartica identificazione.

L’uso medio del vocabolo disagio non presuppone, di solito, quanto detto sopra. Forse, però, può in taluni casi presupporne il sentimento. E allora perché, similmente, non provocar Calcutta con una lettura filosofica della sua opera? Perché, in altre parole, non immaginare un sentimento filosofico alla base della sua scrittura? In bilico tra serio e faceto, e provocando pure noi stessi per tanta audacia, considereremo Pesto. Il bel brano ha concluso due concerti di cui, recentemente, si sarà sentito parlare.

Esco o non esco? Il dilemma che apre la canzone – oltre che richiamare (ai più intrepidi) una certa eco shakespeariana – mette in gioco, di fatto, il significato complessivo di una poetica. Uscir da dove? Verso quali lidi, quale buio muoversi? C’è un moto interno alle parole?

Fuori è caldo, ma è normale ad agosto.
Non ci penso, ma poi sudo lo stesso.

Sì: non solo il brano ondeggia tra atmosfere serotonine (più avanti: “Mangio il buio col pesto”…) e afa estiva. È bensì il fuori o, meglio, l’oscillazione tra interno ed esterno a costituirne il vero asse tematico. Si è un po’ fuori e un po’ dentro a una stanza: ma le mura fisiche sono simulacri di cornici mentali. Anche se si tenta di non pensare a ciò che è al di là del pensiero stesso, tutto ciò che è normale (ad agosto o in qualunque stagione) continua a sussistere. La vita è irriducibile al controllo.

A voler ritrovare un Calcutta filosofante, lo si scorgerà qui in un’attitudine che, con un po’ di ardimento, si vorrà definire anti-idealistica. Non è tanto la mente a generare il mondo, non è l’idea a contenere (e dunque a controllare) la serie delle esperienze, a porre gli oggetti. Viceversa, se pur non è pensato, ciò che si estende fuori dell’Io incontra, incontrollato, il corpo: il D’Erme, e noi con lui, esce dalle proprie gabbie e lascia che l’attenzione si apra all’esterno, mediante l’evidenza somatica della realtà.

Un’ombra sul soffitto.
Mi hai lasciato nei sospiri nel letto.
Un filo di voce,
Un filo di ferro dentro l’orecchio.

Nonostante il disagio d’aprirsi, il rifiuto alla chiusura resiste (si ascolterà che “non mi piace [= fa paura], ma lo ingoio lo stesso”). Esso si compie, forse, proprio perché una particella di mondo, quella che senso all’Io donava, continua a parlar dalla propria assenza: lasciando, lungo il soffitto della mente, dei sospiri che disegnano un’ombra, l’illusione più o meno tradita che tra memoria e presenza si muove. Come il fiato d’un sospiro, dunque, che si spande verso l’alto e non dilegua, tale ombra memoriale resta appesa agli intonachi del pensiero, rimanendo viva testimonianza di una possibilità. Il fil di voce di quella figura, così, non può che assumere una pregnante, metallica consistenza, dimostrando quanto anche ora, nel momento dell’abbandono, sia inevadibile: e reale.

Mi sono innamorato, mi ero addormentato di te.

È effettivamente il Tu a concedere la possibilità dell’apertura: è nell’altro (e, in ultimo, nell’amore) che si perfeziona il rapporto col fuori e con se stessi. In quel Tu il passato e il presente sono rimescolati nella tensione (innamoramento) e nella quiete finale (addormentamento); a un’azione puramente solitaria, in altre parole, che aveva fine in sé (e nel proprio “idealismo”), ne segue una tesa verso l’altro, che in questi la propria linfa trova, e il proprio adulto appagamento.

La botte che perde, allora, è simbolo di un’anima rotta ma spalancata, dell’attesa d’uno smalto che da fuori lenisca, e il getto delle lacrime richiuda. È emblema della speranza che tale smalto, infine, abbia gli occhi di un ritorno: Ma se la corrente ti riporta qui…

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