Perché Calcutta è il nuovo riferimento della scena musicale italiana

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Da qualunque parte si voglia guardare la questione, siamo di fronte a una nuda e cruda realtà: dopo quindici anni di calma piatta, la musica italiana sta avendo nuova linfa vitale. E uno dei tanti motivi per cui sta nascendo questa nuova scena definita “It-Pop” è proprio questo ragazzo dell’89 di Latina. Da quando è uscito Calcutta, tutti i cantautori e tutti i gruppi cercano quel suono lì, abbastanza minimale, a metà tra l’acustico e l’elettronica.

Ma perché questo ragazzo ha avuto successo? Innanzitutto dopo un primo album che in pochi hanno ascoltato nel momento dell’uscita, ha cominciato a suonare al Pigneto a Roma, conoscendo i nomi che si stavano affacciando sulla scena musicale italiana, da Tommaso Paradiso a Niccolò Contessa de I cani.

Ed è proprio Contessa che gli produce Mainstream, un titolo così egocentrico che in realtà gli ha attirato l’interesse del pubblico e anche di Radio Deejay, che nella scoperta di nuovi talenti è sempre stata avanti anni luce.

E Calcutta da parte sua si è ritrovato, suo malgrado, al centro di un successo che lentamente è aumentato anche tramite il passaparola.

Perché, in fondo, la risposta è sotto gli occhi di tutti.

L’Italia ha sempre avuto una bellissima tradizione di cantautori, ma in realtà gli ultimi che portavano avanti il discorso era stato il trio romano Fabi, Gazzè e Silvestri. Anche nei piccoli centri di provincia, nelle feste di paese, nei festival si cercava sempre quella figura di cantante che con voce e chitarra avrebbe potuto riempire i cuori della gente, ma guardando sempre al passato. Vecchioni, De André, Guccini sono sempre stati visti come degli dèi musicali – giustamente – ma, in fondo, come loro non ne sono mai più usciti. E forse è per questo che nei Duemila c’è stato tutto un movimento di folk revival capitanato dai Modena City Ramblers, Bandabardò, i Ratti della Sabina e la Casa del Vento che ha cercato di mantenere viva quella tradizione.

Edoardo D’Erme (vero nome di Calcutta), invece, se ne è fregato. Esattamente come Godard e i registi della Nouvelle Vague studiavano i film del cinema classico, dei padri, per poi distruggerlo, lui ha studiato la musica dei padri per poi andare controcorrente.

Sì, ha delle influenze che derivano da Battisti, Carboni, Dalla, ma con dei testi che raccontano la quotidianità, senza mai prendersi troppo sul serio, come invece facevano i cantautori che salivano sul palco prima di lui, con quel vezzo da radical chic.

Calcutta è un menefreghista, non gli frega di essere vestito bene, né se a te piace la sua musica. Ed è un personaggio proprio per questo.

Inoltre, conosce i propri limiti e porta comunque avanti il suo discorso. Al contrario di Tommaso Paradiso dei TheGiornalisti che, come molti suoi colleghi, dal vivo utilizza cori pre-registrati, sequenze vocali o auto-tune, Calcutta gioca con la sua voce nuda, al massimo riverberata, sputandoti in faccia che quella è la sua capacità.

Lasciandoti interdetto, confuso, tra dover inserirlo tra i geni della musica italiana o uno dei migliori troll usciti negli ultimi anni. Esattamente, come quando qualche sera fa ha cantato ad una trasmissione sportiva con Pierluigi Pardo, scherzando e facendo a gara a chi stonava di più.

O, come quando all’interno della splendida trasmissione Brunori sa, ha cantato Orgasmo con Brunori Sas.

E tu, quando lo ascolti, prima rifuggi da quell’accozzaglia di immagini che ti ritrovi cantate, poi dopo un ascolto ti ritrovi a cantare “lo sai che la tachipirina se ne prendi due/ diventa mille…”. E nella sua ironia ci ritrovi la tua quotidianità.

E la tradizione delle melodie che ti si appiccicano in testa di Battisti, dei testi con le rime semplici di Mogol, della lucida follia di Rino Gaetano e così via.

Forse la risposta è in quel verso di De Gregori dove dice che “non c’è niente da capire”, è solo musica. Anche se a Calcutta il tipo di gente che ascolta De Gregori proprio non piace.

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