Il significato dell’Inno di Mameli e perché ben rappresenta il patriottismo italiano

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Sentirsi italiani, si sa, non è facile. Come paese unito siamo una delle più giovani repubbliche del mondo occidentale, le differenze locali sono ancora sotto i nostri occhi ad ogni livello, e non è insolito chiedersi se davvero esiste un’identità nazionale in cui rispecchiarsi, in cui credere. Le spinte separatiste infatti sono sempre presenti, e con esse anche la voglia di identificare inni nazionali alternativi (come il Nabucco di Verdi, da sempre indicato dalla Lega Nord come la prima scelta in caso di scissione).

L’Inno di Mameli resta però il simbolo più forte di come si sviluppa il senso di identità e patriottismo dell’essere italiano. E il motivo risiede proprio nel suo significato, nel modo in cui è stato composto: Goffredo Mameli lo scrisse nel 1847, a vent’anni, proprio all’alba della prima guerra d’indipendenza dell’Italia contro gli austriaci. In quel periodo l’Italia era disgregata tra varie realtà politiche, col Regno delle due Sicilie che copriva l’intero Sud, il Regno Pontificio al centro e il nord diviso tra vari ducati, il controllo di casa Savoia e la dominazione austriaca. Un concetto di unità nazionale in cui identificarsi non esisteva ancora, ma era qualcosa che andava formandosi tra il popolo, come senso si ribellione (da qui il Risorgimento) contro l’invasore straniero. Allora, come in parte adesso, il patriottismo era qualcosa che aveva bisogno del suo tempo. Bisognava avere pazienza e lasciare che il popolo si convincesse. Ed era esattamente questo lo spirito con cui Mameli scrisse Fratelli d’Italia.

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa

“Fratelli” è la prima parola del testo, a far subito presente che è il momento di essere tutti uniti. La nazione si è svegliata, e inizia a riscoprire in sé quel senso di identità latente che risale all’Impero Romano: “Scipio” è Scipione l’Africano, il console romano che batté i Cartaginesi in Africa per la seconda guerra punica, e rappresenta qui il senso di rivalsa e respinta dell’invasore straniero. In questo senso, gli italiani indossano figurativamente il suo elmo, ribadendo il proprio orgoglio.

Dov’è la Vittoria?!
Le porga la chioma
Ché schiava di Roma
Iddio la creò

Per alimentare l’entusiasmo, Mameli ricorre a una figura immaginata in cui la Dea Vittoria offre la propria chioma a Roma: tagliarsi i capelli era infatti simbolo di sottomissione, giacché gli schiavi erano soliti avere i capelli molto corti, mentre le donne libere li mantenevano lunghi per ribadire il proprio status. Le voci circa una prossima insurrezione contro l’invasore austriaco erano a quel tempo sempre più frequenti, e questo era il modo per rassicurare il popolo del risultato di una possibile guerra: l’Italia ne sarebbe uscita vincitrice.

Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Sì!

La coorte era un’unità militare dell’esercito romano. “Stringiamci a coorte” rappresenta quindi un invito a contribuire tutti insieme alla battaglia, arruolandosi nell’esercito. Perché è l’Italia che chiama il popolo, e gli chiede di essere pronti a tutto in nome dell’ideale del Risorgimento.

Difficile riconoscersi in quel tipo di ideale, quando la realtà era comunque quella di divisione e differenze sostanziali tra le varie parti del territorio, cosa vera ancora oggi. È per questo che l’Inno di Mameli presenta una caratteristica ben precisa, che incuriosisce fin da subito chi inizia a studiarlo in maniera approfondita: perché ogni strofa è ripetuta due volte? Le prime due sono cantate a gran voce, scandendo bene ogni parola, per poi essere ripetute in maniera più rapida e con voce più bassa. L’ultima strofa parte con un tono ancora più basso, per poi andare in crescendo fino al “Sì!” che pone fine alla versione breve dell’Inno, quella che normalmente ascoltiamo nelle cerimonie ufficiali.

Non è un caso. Questa struttura rappresenta esattamente il processo con cui la gente inizia a convincersi del messaggio nazionalista. Il canto forte e sicuro dell’inizio è il messaggio che arriva dall’alto, rivolto al popolo, mentre la ripetizione rappresenta il popolo che inizia a cantare quel messaggio tra sé e sé, come a verificare intimamente se riesce ad identificarcisi, a convincersi. Quando si arriva al messaggio più forte, “Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte”, la voce è sommessa, flebile, e il tono quasi interrogativo: il popolo si sta davvero chiedendo se è pronto a morire per un Italia che, a quel tempo, ancora non esisteva.

Il crescendo della seconda strofa significa che il popolo è finalmente convinto. Per questo il “Sì!” finale deve essere urlato: è la risposta finale alla necessità di identità nazionale da parte dell’Italia. Allora, come oggi, ci si arriva gradualmente, ed è naturale incontrare resistenze all’inizio. Ma il messaggio dell’Inno di Mameli, e il motivo per cui rappresenta così bene il patriottismo del nostro paese, è ottimista. Le resistenze verranno vinte e il popolo sarà unito nel segno di un’unica Italia in cui identificarsi.

Il resto del testo segue gli stessi principi, insieme alla musica realizzata da Michele Novaro. È il graduale atto di persuasione del popolo italiano in nome della nazione unita. Il testo completo è qui sotto, mentre una valida spiegazione delle parti restanti è stata scritta da Focus, qualche tempo fa.

Fratelli d’Italia,
L’Italia s’è desta;
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma;
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
L’Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
L’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci;
L’unione e l’amore
Rivelano ai popoli
Le vie del Signore.
Giuriamo far libero
Il suolo natio:
Uniti, per Dio,
Chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
L’Italia chiamò.

Dall’Alpe a Sicilia,
Dovunque è Legnano;
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core e la mano;
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla;
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
L’Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute;
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
L’Italia chiamò.

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