In-A-Gadda-Da-Vida degli Iron Butterfly: il lato oscuro del flower power

Posted by

Cinquant’anni fa usciva In-A-Gadda-Da-Vida, l’album che portò agli onori della ribalta gli Iron Butterfly, fino ad allora gruppo di spalla di Jefferson Airplane e Doors. Milioni di copie vendute per un disco – registrato in studio ma abilmente confezionato per sembrare un live – che ha per cover una foto della band in concerto completa di light show e scritte in carattere Chwast Art Tone verde e fuxia: per i detrattori, una vera e propria operazione di branding in chiave hippie.

Eppure, nonostante sia passato mezzo secolo, l’album conserva un fascino ambiguo, perfettamente in linea con il nome stesso del gruppo, quasi un fastidioso ossimoro. A restare scolpito nella memoria è il famigerato lato B, lato oscuro del disco nonché, a ben vedere, del flower power in genere.

Dopo Heavy, In-A-Gadda-Da-Vida viene annunciato come un album più butterfly che iron, ma in realtà la sonorità si fa più decisa, complice la nuova formazione che vede, oltre agli storici Doug Ingle (organo) e Ron Bushy (batteria), Erik Brann alla chitarra e Lee Dorman al basso. È evidente che i tempi stanno rapidamente cambiando e lo slancio psichedelico, persa da tempo l’eccitazione naïf, sembra prendere due strade: da un lato si istituzionalizza, diventando grosso modo una commercializzazione di cliché hippie, dall’altro tende a rivelare in maniera sempre più evidente un fondo di cupo pessimismo o addirittura di violenza.

La prima facciata del disco oscilla continuamente tra i due poli, ossia tra una rielaborazione di formule note e vibrazioni sinistre, così come tra sonorità soft e hard. Di sicuro abbondano i prestiti, già da Most Anything You Want, con un organo da Light My Fire e qualche pattern alla Jerry Garcia. In generale, i testi delle canzoni sono scarni e tendono allo slogan, basti pensare a Flowers and Beads, ma non mancano gli oscuri presagi (Termination). Se l’organo di Doug Ingle, con le sue variazioni ecclesiastiche, può arrivare a creare un clima contemplativo (My Mirage), ovunque serpeggia il basso sfrenato di Lee Dorman a fare da contrappunto al suono di Erik Brann, perlopiù sporco e ruvido, specie in Are You Happy.

A questo punto inizia la cerimonia. Il lato B è interamente occupato dalla title track di oltre 17 minuti, il cui nome, secondo la versione più accreditata, corrisponde a “in the garden of Eden” storpiato in un giardino di fiori mefitici. Parte del fascino di In-A-Gadda-Da-Vida è dato dalla registrazione imperfetta e proprio per questo più genuina, realizzata a partire da una prova in studio, prima ancora del first take.

Come di solito accade, la lunghezza atipica, meglio tollerata nei live, è il segno della precisa volontà di contribuire all’utopia di una musica psicoattiva, che accompagni o simuli l’esperienza lisergica con un collasso spazio-temporale. Tuttavia, diversamente dai brani di altri gruppi dello stesso periodo, l’agognato allargamento della percezione non è ricercato con una virata verso l’avanguardia o la sperimentazione, anzi. Il quartetto si tiene a debita distanza tanto dal rumorismo apocalittico quanto dal virtuosismo, sia esso esplorazione timbrica, tecnica o ritmica/poliritmica.

Il risultato, di indubbia efficacia, è una liturgia intrisa di religiosità deviante, in cui un riff vigoroso passa dal basso alla chitarra per poi ritornare come schema per le linee strumentali. Su un ossessivo ritmo binario si innesta il brivido del pastiche: oltre all’impianto complessivamente rock-blues c’è il barocco dell’assolo polifonico dell’organo, il primitivismo della batteria e persino un proto-metal, con l’escursione su una scala minore ungherese appesantita dal raddoppio strumentale. Spicca la voce scura di Doug Ingle, capace di trasformare un testo idilliaco in una sorta di minaccia.

Con la sua struttura simmetrica, il brano suggerisce l’idea di un viaggio a ritroso nel tempo e nella psiche: si procede per sottrazione fino al nucleo centrale che contiene lo splendido assolo di batteria, in un percorso simbolico che dai codici musicali della società civilizzata porta al tribalismo del movimento puro, per poi ritornare al punto di partenza.

Per quanto possa sembrare una scelta banale, la forza di In-A-Gadda-Da-Vida è data dalla ripetitività, come in un rituale da setta in bilico tra il superamento della coscienza e il controllo sociale, un procedimento che, per estensione, getta luce su un’allarmante resa alla produzione in serie e al consumismo che gli hippie si piccavano di respingere.

Proprio la ripetitività è il centro dell’accusa mossa a suo tempo dai critici, ennesima variazione sulla vecchia polemica ereditata dal mondo accademico: Adorno contro Stravinskij, ancora oggi dura a morire, di volta in volta rispolverata per il minimalismo, la rave music e chissà cos’altro. È ovvio che la complessità di Stravinskij non può essere certo paragonata agli Iron Butterfly, tuttavia in entrambi i casi c’è l’aspirazione alla conquista di una percezione puramente fisica e il tentativo di oltrepassare l’ordine temporale per mezzo della ripetizione tribalistica. Sarà anche un accostamento azzardato, ma il fascino del ritorno all’origine resta una pulsione essenziale a livello musicale, non solo per il rock, non solo per gli anni Sessanta. In-A-Gadda-Stravinsky, concluderebbe Frank Zappa.

In a gadda da vida, honey
Don’t you know that I’m lovin’ you
In a gadda da vida, baby
Don’t you know that I’ll always be true

Oh, won’t you come with me
And take my hand
Oh, won’t you come with me
And walk this land
Please take my hand

No votes yet.
Please wait...

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.