Quella volta che Gianluca Grignani è morto

Era il 1996, c’erano gli zaini dell’Invicta, le riviste cartacee di musica, MTV, le scarpe con la zeppa, le chiamate dalle cabine telefoniche, Friends, le foto analogiche, Trainspotting, le audiocassette che ci si scambiava con gli amici perché non c’era altro modo per scoprire nuova musica, ed in tutto questo, tra un compito in classe ed un’interrogazione, Gianluca Grignani era morto. Di overdose ovviamente.

Io e molti altri della mia generazione ne soffrimmo molto, eravamo giovanissimi e quella di Gianluca era la prima morte maledetta che ci riguardava da vicino, per noi Gianluca Grignani era una sorta di inconsapevole poeta generazionale, a dispetto di quelli che lo dipingevano come un cantante per ragazzine.

Ma andiamo per gradi.

Gianluca era spuntato fuori dal nulla l’anno prima, quando aveva cantato dissacrante dal palco dell’Ariston il fascino morboso del suicidio a mezza Italia, con addosso un paio di jeans sdruciti ed un maglione troppo grande per i quali Pippo Baudo non aveva mancato di storcere il naso, La mistificazione era cominciata già lì, col tentativo di travisare il pezzo facendolo passare per una canzone d’amore. Il pezzo in questione era il celeberrimo Destinazione Paradiso  e Gianluca, allora poco più che ventenne, non poteva accettare la cosa ed aveva cominciato a dare subitissimo i primi segni di irrequietezza; c’è su Youtube una prima intervista ad un giovanissimo Gianluca che risponde ad un’intervistatrice sorridente con un secco e spiazzante: “L’ho scritta perché volevo ammazzarmi”.

E dunque sì, tormentato era tormentato,  Gianluca, bello anche, e questo è risaputo essere il binomio perfetto per essere elevato a teen idol prima ancora di potersene rendere conto. Sia chiaro, che per il tenebroso Gianluca le scene isteriche si sprecassero era vero, noi ragazze degli anni ’90 lo amavamo e ci chiedevamo incredule chi fosse la pazza che aveva avuto il barbaro coraggio di andarsene con storia di lui tra le dita, mentre lui soffriva e noi tutte volevamo consolarlo.

Ma il punto è un altro: Gianluca era bravo. Le sue ballate inquiete raccontavano molto di più degli amori infelici: Gianluca era visionario, poetico, autentico e noi ci riconoscevamo in lui, nelle sue inquietudini, nei suoi tormenti interiori con quella forza d’immedesimazione e quel bisogno di riconoscersi che solo l’adolescenza conosce in maniera così dirompente. Il successo di Gianluca era stato fulmineo e lui ne era stato travolto. L’immagine che cercavano di cucirgli addosso ovviamente gli stava stretta, visto il temperamento del personaggio e la forza dei suoi vent’anni. Gianluca sembrava fregarsene delle regole ed ospite dei salotti televisivi non faceva finta di cantare nei microfoni spenti e così, tra l’imbarazzo generale, quei microfoni finivano spesso in tasca, a smascherare un playback che gli veniva imposto suo malgrado.

La sua era una vera e propria battaglia: non voleva essere etichettato come idolo delle ragazzine, non voleva cantare in playback, non voleva essere soggiogato dalla fabbrica di plastica che per lui era l’industria discografica, faceva stage diving al Festivalbar (sì, al Festivalbar!), aveva rifiutato di farsi produrre da Vasco Rossi per non subirne una filiazione artistica potenziale, litigava col pubblico ed era scontroso.

Rapito da quel  successo  esplosivo, mentre le sue ballads  risuonavano praticamente ovunque, i bagni di folla si susseguivano, le copie vendute diventavano migliaia, Gianluca sparì, per un po’ di lui non si seppe più nulla finché iniziò a diffondersi la leggenda metropolitana della sua morte. Per me e per una parte della mia generazione il senso di perdita fu spiazzante, la notizia circolava tra il passaparola generale finché iniziarono a riportarla alcune testate,  noi eravamo affranti, Gianluca aveva rappresentato realmente qualcosa per noi, pensavamo a lui come ad una sorta di Kurt Cobain all’italiana, ispirato, malinconico e tormentato ed ora era morto ed a questo non sapevamo rispondere che con lo sgomento.

La sua morte fu raccontata come quella di un giovane inquieto che non era riuscito a reggere il peso del successo, ma Gianluca per allontanarsi da quell’improvvisa popolarità che effettivamente non era riuscito a gestire, mentre noi ci disperavamo, era soltanto partito per la Giamaica dove nemmeno la sua casa discografica riusciva a rintracciarlo e così come era sparito, tornò. E tornò con un disco nuovo e spiazzante intitolato, appunto, La fabbrica di plastica in cui strizzava l’occhio al grunge e in cui lui aveva scritto, arrangiato, suonato, prodotto, per darci una prova definitiva che bello sì, ma bravo pure.

I rumors sulla sua presunta morte finirono col rappresentare per lui in realtà una rinascita artistica: Gianluca, recisi i capelli lunghi che, sì, noi tutte sognavamo di accarezzare, era tornato con i capelli sparati alla Sid Vicious ed un disco ruvido e molto bello. Abbandonati i panni del cantautore sensibile e malinconico per vestire quelli che più sentiva congeniali, era risorto con un disco incazzato, psichedelico, stridente, in cui se la prendeva con lo show biz, con l’industria discografica e per estensione con il mondo tutto.

In quegli anni, la metafora della plastica era molto in voga, era tutto un po’ di plastica, si indossavano le zeppe per sembrare più alti, gli antidepressivi si consumavano come le caramelle, si usavano strati e strati di creme antiacne e le droghe sintetiche andavano per la maggiore, in quel mondo prefabbricato, Gianluca non voleva omologarsi ed era tornato sbattendoci in faccia il suo mondo di plexiglass blu. Il disco chiaramente non replicò nemmeno lontanamente il successo di vendite del primo album, ma oggi è considerato un cult.

Credo che in questo Gianluca sia stato il più punk di tutti, non ridete, lo vedo che state inarcando il sopracciglio, ma in un mondo come quello musicale in cui tutti sognano di fare il salto e di passare dall’underground al mainstream, Gianluca ha avuto il coraggio di fare esattamente il contrario, di sputare in faccia al successo commerciale e fare un album di nicchia, solo perché voleva farlo (“Sai qual è il successo? Esser figlio di se stesso”, cantava  in una delle tracce dell’album) e lo ha fatto anche bene, perché La fabbrica di plastica è veramente un bel disco, tanto più per il panorama musicale italiano degli anni ‘90: ci sono dentro la rabbia, il rock alternativo, il coraggio di guardarsi dentro e farsi male, l’incoscienza, ci sono psichedelia e distorsioni, un sound acido misto ad una scrittura estremamente originale, tripudi di chitarre, estro creativo. La fabbrica di plastica  è un disco inquieto ed incompreso, come la maggior parte delle cose belle.

Ora accantonate il pregiudizio, ok, forse non è proprio un pregiudizio oggi, ma allora lo era sicuramente, e approfittate del fatto che non sono più gli anni ’90 e ci sono le piattaforme digitali, ascoltatelo e vedrete che guarirete dallo snobismo, che poi tanto lo so che avete tutti strimpellato alla chitarra La mia storia tra le dita con la scusa di conquistare le ragazze ai falò, ma sotto sotto.

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