Martin Scorsese, il blues e Roy Buchanan: la scena finale di The Departed

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In alcuni momenti la musica, così come ogni forma d’arte, può essere quasi una esperienza religiosa, per dirla come una formula famosa di David Foster Wallace, perché se ci fermiamo un attimo, interrompiamo la nostra quotidiana inerzia, sgomberiamo la mente e ci riflettiamo su, scopriamo con meraviglia che è quasi assurdo che un insieme di suoni ci possa comunicare qualcosa di talmente profondo, struggente, significativo.

Roy Buchanan, insieme ad altri artisti superbi, ha la capacità di colpire dritto al cuore, con la sua Telecaster e farci vivere questa esperienza mistica: basti pensare alla ballata Sweet Dreams, scelta da Martin Scorsese (che è sempre stato un appassionato di blues: lo dimostrano i suoi documentari di ricerca delle origini di questo modo di “sentire” musicale e le sue raccolte di Best Of dei grandi bluesman), per chiudere drammaticamente il film The Departed ed accompagnare l’uccisione dell’infiltrato Colin Sullivan (interpretato da Matt Damon).

Il topo che nell’ultima scena appare sulla finestra della casa di Sullivan sembra voler mostrare che il “marcio” può essere presente anche in un organo civile che dovrebbe garantire la giustizia, ovvero il Dipartimento di Polizia.

Buchanan non poteva che essere l’artista più adeguato per chiudere la pellicola: la sua chitarra alterna brevi scambi ripetuti, lenti, con note quasi eteree, ad altri in cui siamo travolti dalla straordinaria velocità e tecnica con cui le dita di questo uomo si muovono sulla tastiera della chitarra. Ed ancora più evocativo è il suono simile ad un lamento, ad un pianto simbolico, che ottiene manipolando la rotella del volume, emulando un violino tirato al massimo delle sue possibilità. La sua chitarra è una voce: è un corpo vivente che parla ed ascolta. “Ascolta cosa?”, giustamente ci chiederemmo. Ascolta la vita, nella sua drammaticità, nel suo pathos che alterna momenti gioiosi, commoventi (il riff iniziale), ad altri caotici, in cui siamo intrappolati dalla rapidità del vivere quotidiano (l’inerzia di cui parlavo nell’introduzione).

Sweet Dreams è tutto questo e molto di più: non è possibile racchiuderla, come ogni grande opera d’arte, in una descrizione oggettivante e totalizzante. Sarebbe anche inutile, perché perderemmo la magia: la meraviglia che scaturisce dal fatto che il mondo è così come è, e che l’uomo è così come è: sensibile.

 

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