Alta Fedeltà: uno spaccato di vita di intere generazioni

Questo articolo rivela elementi importanti della trama di Alta Fedeltà, il film di Stephen Frears del 2000. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

La musica, quella cara compagna di viaggio che ci osserva ma non ci giudica, che contraddistingue tutti i momenti della nostra vita, consolandoci nei momenti bui ed esaltandoci in quelli buoni: queste le considerazioni di Rob Gordon, uno che vive anche grazie alla musica attraverso il suo Vinyl Championship, un negozio frequentato da tipi improbabili contraddistinti dalla loro unicità e da una passione immensa. Perché cos’è in fondo che contraddistingue un appassionato di musica da uno del porno? Quasi nulla, e mi dispiacerebbe sfruttarli se ehm… non fossi uno di loro.

Con questi presupposti Stephen Frears intavola un filmetto di inizio millennio in cui tutte le generazioni dai trent’anni a salire si rispecchiano, perché chi è cresciuto con lo schricchiolio dei vinili o l’odore della copertina di un cd appena aperto comprenderà che non è solo “banale musica” liquida che si ascolta distrattamente dallo smartphone da pseudoautori fighetti confezionati a puntino dalle major. Al contrario, è qualcosa che ha rappresentato moltissimo, soprattutto nelle periferie, dove si attendeva nell’unico e solo negozio di dischi del paese la novità delle ultime band meteora di fine anni Novanta.

In seguito c’era l’ascolto, poi il secondo collettivo ed infine la copia passata all’amico che magari non poteva acquistarlo. Certo si potrebbe pensare chissà quanto tempo perso nella odierna reperibilità instantanea, non era affatto così: era una occasione per aggregarsi, scambiare idee ed impressioni e conoscere anche il gentil sesso.

Questo ci ricollega direttamente a Rob, che grazie alle sue top five riesce anche ad analizzare il suo stato sentimentale, cercando di capire perché tutte le donne che incontra lo mollano inevitabilmente. L’ultima della lista è la biondissima Laura, avvocato di successo nella Chicago di inizio Millennio, di cui Rob si innamora durante una serata al “Double door”, posto in cui lavorava come disc jockey, e dopo anni di convivenza improvvissamente anche lei mette fine alla loro relazione. Tutto ciò farà ritornare Rob su i suoi passi, riavvolgendo come un’audiocassetta tutta la sua storia con Laura, e ci porterà ad un finale tenero quanto inaspettato.

Personalmente credo che la cosa che all’inizio potrebbe far storcere il naso a chi ha letto il libro di Nick Hornby (da cui è tratto il film) è lo spostamento della location da Londra a Chicago. In realtà la cosa risulta ininfluente ai fini della storia cinematografica, perché il regista è riuscito pienamente a dare credibilità ai personaggi. L’amalgama contribuisce a crearla sicuramente il protagonista, co-sceneggiatore e produttore John Cusack, ma non soltanto: il resto del cast è certamente di livello con attori del calibro di Jack Black, Joan Cusack, Tim Robbins, Catherine Zeta-Jones e Lisa Bonet.

Il tono morbido e malinconico della storia è in grado di farci trascorrere le quasi due ore della pellicola in maniera appassionata, così il circuito amoroso di Rob sfrutta bene il trucco dei monologhi recitati da un Cusack rivolto verso lo schermo che dialoga con il pubblico, sullo stile di Michael Caine in Alfie (1966), grazie ai quali i risvolti empatici si fanno svelti ed istantanei, rendendo più ordinati anche i diversi flashback che contraddistinguono la prima mezz’ora. Una libertà registica che concede i giusti tempi e spazi agli attori, con una cura minuziosa per i dettagli che ci conduce con forza dirompente in una Chicago affascinante, che si tratti del negozio di dischi o delle serate al pub preferito da Rob.

Il romanticismo, di cui è permeata l’opera, manipola alcuni tratti ed acquista maggior dirompenza grazie alla musa femminile, con il volto della radiosa Iben Hjejle, voluta fortemente dal regista che l’aveva notata l’anno precedente nello stravagante Mifune (1999) di Søren Kragh-Jacobsen. A completare la riuscita di questa incantevole ed intonata commedia, credibile e mai smielata, ci pensa una ispirata colonna sonora, che conta la presenza di quasi sessanta pezzi pop/rock che hanno fatto la storia della musica, includendo pure un fugace cameo “onirico” di un grandissimo come Bruce Springsteen che funge da padre spirituale per il tormentato Rob.

Con le canzoni che accompagnano i titoli di coda invece, e che assumono con chiarezza un significato di narrazione nella narrazione, si concludono le avventure del nostro protagonista, adattate dal libro con una semplicità quasi disarmante da parte del regista. Frears ci trasporta con naturalezza nelle vicende sentimentali di Rob, fissato nel classificare ogni cosa, dai film ai dischi fino alla relazioni amorose, e ce lo rende più umano e palpabile, grazie ai dialoghi senza peli sulla lingua, facendosi figura empatica ed interessata di un’opera nel quale la sfera affettiva e la musica viaggiano entrambe sullo stesso binario.

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