Guida ragionata al fenomeno Liberato

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Da diversi mesi il fenomeno Liberato ha assunto una piega particolare nel panorama musicale italiano. Se ne parla tanto, come sempre accade per i fenomeni mediatici, e se ne parla in ogni modo, dall’amore senza limite dei fan (che in lui vedono la vera novità dell’underground locale) agli attacchi rabbiosi dei detrattori (che ritengono tanta popolarità il solo frutto di una semplice mossa di marketing, ossia quella di usare il dialetto napoletano per una musica giovane e moderna). Personaggio dall’identità che resta sconosciuta, eppure in grado di radunare ventimila persone per il concerto di Napoli dello scorso 9 Maggio, e capace già di registrare il sold out per il  prossimo concerto  di Milano, il 9 Giugno. Insomma l’hype è ancora alle stelle, sebbene diversi mesi siano passati dalla sua prima apparizione.

Possiamo definire Liberato un progetto sospeso tra marketing e orgoglio locale, tradizione e contemporaneità, internazionalismo e regionalismo, una sorta di valorizzazione delle specificità napoletane. La sua melodia è  semplice e impetuosa, la voce è in fondo dolce e chiara. La sua produzione, una sorta di crocevia tra trap e r’n’b  che controbilancia le parole con un tono più tradizionale – un lamento d’amore nel dialetto partenopeo.

Dando uno sguardo ai suoi testi risulta chiaro e indiscutibile la radice napoletana, ma rivisitata in chiave moderna. Come si sa il linguaggio si evolve e tra i giovani e tra i quasi giovani spesso la trasformazione, l’evoluzione dettata dalla presenza ormai quotidiana della tecnologia è obbligatoria. Nelle sue liriche vi è questa fusione tra dialetto napoletano e inglesismi. Ad esempio Into Street, come l’ha reso lui, è simpatico, orecchiabile, fruibile: il concetto è l’essere “in difficoltà” ma la traduzione letterale in inglese è “in strada”, un accostamento che ben rappresenta il carattere spigliato di Liberato, e il motivo per cui al pubblico piace.

Nella più recente Me staje Appennenn’ Amò canta: “M‘ê ‘ppicciato ‘o core / E po’ te ne vaje / ‘N’ata vota ancora / But don’t ask me why / M’ê mannat’ ‘a fore / Stongo tutt’ I love you / È ‘na croce d’oro”. Le parole “vaie” e “why” che fanno rima come “ancora” e “a fore”, la cosa funziona così bene che quasi non distingui fra napoletano e inglese. Secondo qualcuno c’è del genio, e chissà che non si sbagli.

Nel suo primo video Nove Maggio, invece, ritroviamo termini molto particolari ed è difficile tradurli con esattezza, “sfunnato” e “sciarmato” delineano uno stato di profonda tristezza, perché lei “turnave ‘nzieme a ‘n’ato“. L’immagine è quella di una persona completamente disarmata, incapace di potersi riscattare. Liberato mostra dunque anche una certa profondità cantautoriale, sicuramente maggiore di canzoni pop contemporanee, italiane e non.

I suoi testi riescono comunicativi anche per coloro che non parlano la lingua napoletana. Liberato sembra aver attinto da fuori Napoli una musica fresca, per poi rielaborala con parole e voce neomelodica, riuscendo a stabilire un perfetto equilibrio tra locale e globale.

Vedremo cosa accadrà a Milano, ma una cosa è già certa: il personaggio piace, le canzoni sono fruibili. E il suo messaggio è di schiettezza e semplicità. Come ha dichiarato in quella bizzarra intervista rilasciata a Rolling Stone, “je tutt’ stu bisogn’ ‘e mettr n’etichett’ ‘ngopp’ ‘e ccos’ nunn’o ‘tteng…si si’ sincer’ puo’ essere rapper, neomelodico, cantant’, chell’ ch’ ‘bbuo’ tu’, sinumostr”. Insomma lui “vuole solo fare musica”. Senza etichette, senza strategie, cercando di trasmettere ciò che lui, apparentemente, è in maniera del tutto naturale.

Anche dietro queste parole può esserci strategia, ovvio. Ma in fondo non importa, come non importa quale sia il suo viso o la sua vera identità. Quel che il pubblico vede è un artista che trasmette emozioni in maniera efficace, parlando d’amore e difficoltà, usando suoni moderni e un linguaggio che fino a poco tempo fa i giovani associavano solo e soltanto alle produzioni neomelodiche. E quel che il pubblico vede, che sia architettato o meno, esiste, ed è davanti a noi.

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