Exile on Main St.: la fuga e la gloria del capolavoro dei Rolling Stones

È alquanto strana la genesi di Exile on Main Street, il decimo album della band capitanata dal duo Jagger/Richards, un’opera venuta fuori da cinque fuggiaschi in cerca di climi più miti (chi non scapperebbe a villa Nellcôte, in Costa Azzurra), prevalentemente per evitare la galera (il fisco Britannico non è mai stato troppo benevolo, sooprattutto con le star. Giusto qualche anno prima ne parlò un altro inglese doc come George Harrison).

Tutto iniziò proprio in Francia, nella cantina della villa che Keith Richards aveva affittato per incidere il disco e dove in pratica si era istaurata una sorta di comune tra amici, parenti e pusher che dalla vicina Marsiglia accorrevano per soddisfare gli appetiti di un Richards in una forma artistica smagliante e che nonostante tutto si comportò da professionista impeccabile. Quello che ne verrà fuori saranno diciotto tracce dal sapore rock and blues con qualche venatura country (Sweet Virginia) ma anche soul e gospel (I Just Want to See His Face, Loving Cup), ed uscirà in Inghilterra il 12 Maggio del 1972.

Ironia della sorte, fu lo stesso giorno in cui uno dei più grandi critici discografici della storia del rock, Lester Bangs, personaggio ricorrente nei sogni e negli incubi di molte band, si pronuncerà definendo il rock morto e sepolto, affibiandogli l’etichetta dell’industria del più figo del marketing ad ogni costo. Ovviamente stroncò l’album, pentendosi in seguito e omaggiandolo in un secondo momento, così:

Exile on Main Street è uscito solo tre mesi fa e praticamente mi sono fatto venire l’ulcera e anche le emorroidi cercando di farmelo piacere in qualche modo. Alla fine ho lasciato perdere, ho scritto una recensione che era una stroncatura quasi totale ed ho cercato di levarmelo dalla testa. Un paio di settimane dopo sono tornato in California, me ne sono procurato una copia per vedere se per caso era migliorato col tempo, e mi ha fatto cadere dalla sedia. Ora penso che forse sia il disco più bello degli Stones in assoluto.”

Un album con questa storia non poteva che avere dietro persino nella copertina lo spirito che contraddistingueva gli Stones in quel periodo. Proprio per questo il lavoro fu affidato ad uno dei fotografi più dotati del Novecento: Robert Frank. Frank conobbe Mick Jagger a Los Angeles, dove gli Stones stavano limando le ultime sfumature dell’album, e gli chiese di rappresentarli come dei fuorilegge in fuga: la copertina a suo parere avrebbe dovuto riflettere l’isolamento ma anche l’entusiamo per qualcosa di nuovo in quei giorni francesi, ma anche di beffa nei confronti di un presente avverso.

All’inizio il fotografo aveva pensato di ritrarli in fuga verso le sordide strade di Main St. a L.A., solo che un collaboratore degli Stones, John Van Hamersveld, incaricato di mettere insieme il booklet del disco (vantava tra gli altri collaborazioni con i Beatles e Jimi Hendrix), notò alcuni scatti che Frank aveva fatto per l’America che ritaevano Beatnick, emarginati e fenomeni da baraccone. D’altronde anche lui stesso era un uomo che viveva lontano dalla sua terra d’origine, la Svizzera, e poteva comprendere appieno lo spirito di emarginazione. In seguito Van Hamersveld seguì la band in tour e girò anche un breve documetario per la band, Cocksucker Blues, mai pubblicato ufficialmente perché considerato troppo osceno.

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La copertina

Col senno di poi, il disco non può definirsi canonicamente rock ma quasi un rito pagano, un canto popolare che crea con l’ascoltatore un’atmosfera ruvida ed onirica allo stesso tempo. Sarà stata la fuga o la brutta esperienza di Altamont di qualche anno prima, ma con quest’opera gli Stones si consegnarono all’eternità con uno degli album più belli degli anni settanta.

Come tutte le opere d’arte che si rispettino, il disco ha avuto molti estimatori che ci hanno tenuto a rendergli omaggio. Uno fra tutti, un grande fan degli Stones come Martin Scorsese, che in The Departed inserisce una scena dove Bill Costigan manda a Madelyn Madden una e-mail con oggetto Exile on Main St., dov’è presente una registrazione compromettente di Colin Sullivan che parla con il boss malavitoso Frank Costello. Oppure la serie tv ideata da Tom Kapinos Californication, dove il primo episodio della quarta stagione ha proprio come titolo il nome dell’album.

Alla veneranda età di oltre 45 anni, Exile on Main St. ha ancora lo smalto di sempre.

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