Birdman: Iñárritu e l’amara critica al cinema di massa

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Questo articolo rivela la trama e la spiegazione dettagliata di Birdman, il film di Alejandro Iñárritu, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

“Come siamo finiti qui? Questo posto è orribile, puzza di palle sudate. Non possiamo vivere in questo buco di merda!”

Si apre con queste parole Birdman, il capolavoro di Alejandro González Iñárritu vincitore di 4 premi Oscar nel 2014 per il miglior film, miglior regia, migliore fotografia e miglior sceneggiatura originale. Un ingresso in scena probabilmente poco elegante ma necessario per centrare fin da subito il principale tema di fondo della pellicola, ribadito con una certa insistenza nel sottotitolo (o titolo alternativo) del film: “L’imprevedibile virtù dell’ignoranza”.

Per capire il messaggio del regista messicano è necessario ripassare brevemente la trama del film: il protagonista Riggan Thompson (Michael Keaton) è un ex stella del cinema americano, famoso per aver interpretato nel suo passato il supereroe Birdman (chiaro riferimento a Batman e in particolare alla pellicola del 1989 interpretata proprio da Keaton), che cerca di reinventarsi attore di teatro per dimostrare, in primis a se stesso ma anche al mondo, di essere capace di recitare veramente e legittimare la propria dignità di attore ed essere umano. Il protagonista vive in una crisi perenne, dove la sua identità personale è fusa e sovrapposta a quella del supereroe d’immaginazione, che lo obbliga a lottare con le due parti della propria personalità, in perfetto stile Dr. Jeckill e Mr. Hyde: da una parte il fantoccio amato dal pubblico e campione d’incassi al botteghino (Birdman) dall’altra l’artista che cerca legittimazione e combatte contro la mediocrità.

Riggan Thompson decide dunque di scrivere l’adattamento del racconto di Raymond Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, e dirigerlo e interpretarlo in uno storico teatro di Broadway alla ricerca del riscatto personale e professionale, dovendo affrontare i problemi legati alla figlia, all’ex moglie, alla nuova compagna e all’attore di punta della piéce teatrale, oltre che di tutta la rappresentazione in generale.

Alejandro Iñárritu mette dunque in scena un film-verità nel quale analizzare il declino artistico e l’impoverimento generale del cinema per le masse criticandone la gallina dalle uova d’oro degli ultimi 15 anni: i cinecomic, i film d’azione sui supereroi dei fumetti, pellicole in grado di entusiasmare il pubblico di massa in maniera inversamente proporzionale alla capacità di raccontare storie nuove e fare riflettere lo spettatore. La critica del regista messicano è innegabilmente potente e decisa ma viene vista paradossalmente come “positiva”, in quanto contrapposta al peso e alla sofferenza dell’attore che cerca di legittimarsi artisticamente, come sottolineato dal sottotitolo del film “L’imprevedibile virtù dell’ignoranza”: Riggan Thompson vive due personalità distinte, ha numerosi problemi nelle relazioni e soffre costantemente, schiacciato dal peso del suo passato che fatica ad accettare in quanto mediocre. Qui per Iñárritu arriva l’inaspettata virtù dell’ignoranza: abbandonare qualsiasi velleità artistica e rifugiarsi nel confortante “vuoto” dei film commerciali avrebbe probabilmente permesso al protagonista di trovare un proprio equilibrio e la via, se non della felicità, perlomeno della stabilità. Inutile porsi domande sulla vita, sull’esistenza umana, sul mondo: come apertamente detto nel film, il pubblico di massa non vuole riflettere o impegnarsi mentalmente, anzi si rifiuta con grande convinzione di farlo.

“People, they love blood. They love action. Not this talky, depressing, philosophical bullshit.”

Difficile dare torto all’idea di Iñárritu: Hollywood ha concesso e sta concedendo sempre maggiore spazio a questa tipologia di film, come dimostrato dall’ormai infinita serie di film, franchise, sequel e prequel di casa Marvel e DC ma non solo. Su questa scia si è mossa anche la Dysney con i nuovi Star Wars ma possiamo affermare che in generale tutto il cinema americano stia ristagnando a livello di idee, come dimostrano i continui remake e reboot proposti (Ocean’s Eleven, Jumanji e Ghostbusters, giusto per citarne alcuni, anche se la lista non si ferma certo qui). Il successo commerciale può giustificare la produzione di queste pellicole ma è inevitabile notare una inversione di tendenza negativa nelle sceneggiature che limita ancora di più l’originalità e l’intelligenza nella scrittura dei film.

In Birdman viene mostrato non solo il dramma dell’artista ma anche le difficoltà del settore soprattutto per chi ha velleità artistiche: il mondo dello spettacolo è crudele e spietato, e i sogni dei coraggiosi di sfondare e di fare successo possono andare in frantumi con una semplice e superficiale critica su un giornale. È il pubblico che sancisce il successo di un regista e del suo cast, portando i protagonisti alla fama o condannandoli all’oblio. Non a caso in Birdman, attraverso dei maestosi piani sequenza che danno l’illusione di vedere tutto il film in una singola ripresa, viene mostrato il “dietro le quinte”, il mondo di finzione che c’è dietro ogni spettacolo: ogni attore, oltre il travestimento che indossa per rappresentare il suo ruolo, ha i suoi problemi e i suoi demoni da combattere.

Iñárritu non cede totalmente al vittimismo (in fondo come potrebbe, lui che ha vinto 5 Oscar?) e chiude il film con un finale aperto di libera interpretazione, lasciando ogni giudizio allo spettatore che ancora una volta diventa il protagonista del film, essendo chiamato (in contraddizione con i cinecomic) a scegliere cosa vedere e come interpretarlo.

Il protagonista della pellicola infatti giunge al limite dell’esasperazione nel finale e decide di spararsi veramente durante l’ultima scena dell’interpretazione teatrale, chiudendo con un soffocante bang la propria vita e la recita tra gli applausi entusiasti del pubblico in sala. Riggan Thompson tuttavia si risveglia in ospedale, il tentativo di suicidio non è andato a buon fine in quanto è “soltanto” gravemente ferito al naso. Indimenticabile lo scambio di battute con il suo agente Jake (interpretato da Zach Galifianakis, sicuramente molto più noto per i suoi ruoli comici), felice ed euforico per l’ottima recensione della critica nonostante il tentativo di suicidio dell’attore.

E tu sei felice per questo?
Già… Felice? Cazzo, di più, sono euforico, questo è il tipo di recensione che trasforma una persona in una leggenda!
Si è sparato via il naso dalla faccia!
E gli abbiamo fatto fare un naso nuovo! E se questo non gli piace gliene facciamo fare un altro! Chiamiamo il chirurgo di Meg Ryan, chi se ne frega!”

Una volta rimasto solo Riggan Thompson rivede Birdman, seduto sulla tavoletta del cesso che lo guarda in silenzio. “Addio e fanculo” dice l’attore al suo alter ego prima di aprire la finestra e gettarsi di sotto.

Nonostante questa scena, il film lascia molti dubbi sulla sua effettiva morte, in quanto la figlia Sam (Emma Stone) torna di corsa per controllare il padre e si accorge della finestra aperta ma quando controlla sembra non vedere nulla in basso e al contrario si volta verso l’alto e inizia a ridere, come se Riggan Thompson volasse come Birdman per i cieli di New York.

Iñárritu mostra nel finale un maggiore ottimismo con la rinascita morale e in parte fisica del protagonista, capace tramite la tragedia e il dolore di cancellare la sua identificazione con Birdman ma allo stesso tempo di accettarlo come una parte della propria vita che gli ha permesso di tornare a volare alto e raggiungere i suoi desideri. Non è un caso che sia proprio la figlia a riuscire a vedere la trasformazione e riconoscere nel cielo Riggan Thompson/Birdman, adesso facenti parte di un’unica identità, finalmente in pace con se stessi, e capaci di volare insieme verso il futuro tanto desiderato.

E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, comunque?
L’ho fatto.
E cosa volevi?
Poter dire a me stesso che sono amato, sentirmi amato qui sulla Terra.

Raymond Carver, Late Fragment

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