Non è uno Spider-Man per vecchi: la nostalgia, la globalizzazione, lo scarto generazionale

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Quando si capisce di essere obsoleti e superati? Se lo chiedono i quarantenni soprattutto, ma la domanda è mal posta: non quando, ma dove. In una sala cinematografica per esempio. Scegliendo un cinecomic: possibilmente Marvel. L’esperienza può essere vissuta con Spider-Man Homecoming, il primo ragno cinematografico targato Marvel Cinematic Universe (presentato con un ruolo minore in Captain America: Civil War).

Tecnicamente ben costruito e coerente con gli scopi di produzione, risulta in realtà uno Spiderman tanto adeguato all’universo Avengers da storcere la propria natura: sta di fatto che per tutto il film, mentre Peter/Tom Holland saltella irrequieto e confuso tra i caseggiati del Queens o battibecca con il suo costume ipertecnologico come Tony Stark con l’armatura di Iron Man, ci si sorprende a pensare “questo non è Spiderman, questo non è il mio Spiderman”, increduli e disorientati. Seccati.

Salvo poi, a freddo, riconsiderare il tutto con imbarazzo: la sala gremita di bambini e ragazzini. Certo che non poteva essere il nostro Spiderman, non quello che la nostra generazione ha conosciuto. Perché questo, ricordiamolo, è il ragnetto di casa Avengers, galassia Disney.

Lo spostamento delle coordinate entro cui ci siamo appassionati al personaggio, dai primi fumetti Corno fino alla trilogia immortale di Sam Raimi (cinecomic d’autore), già si lasciava intravedere nello scialbo Amazing Spiderman di Marc Webb, che tentava un adattamento realistico e meno fumettistico del franchise, sulle orme di Nolan ma senza essere Nolan. Ma è con Homecoming che si concretizza il vero balzo quantico, la rottamazione e nascita di un canone nuovo e terribile – per la sensazione che rimane di sentirsi derubati del proprio immaginario: uno Spiderman pensato per chi non lo ha mai conosciuto, per paesi nuovi ed emergenti, per un pubblico di bambini e adolescenti – non esclusivamente occidentali, preferibilmente asiatici – che si affaccia all’epopea del tessiragnatele attraverso l’universo cinematografico degli Avengers.

Diventano allora comprensibili le scelte registiche e di produzione che riavviano il franchise e creano un cortocircuito con le incarnazioni precedenti, su cui vale la pena soffermarsi.

  1. La presenza invadente di armamenti tecnologici, che tra un decennio magari sarà desueta e ci farà sorridere – ricordo che nei film di Raimi non si vede neanche un cellulare.
  2. La sottotrama tediosa e irritante da college movie, degna di una sitcom su Disney Channel.
  3. La presenza ossessiva di Tony Stark – deus ex machina dell’universo Marvel – mentore di Peter nella sua veste amicale; custode di Spidey in quella imprenditoriale.
  4. La scomparsa dell’antefatto sulle origini del nostro, giusto per mollare la zavorra della tradizione.
  5. La zia May procace Milf: un update utile a distribuire il peso della fascinazione erotica su fasce generazionali diverse, prima affidato solo alla reginetta adolescente della scuola.
  6. L’amico (più) sfigato di Peter che lo assiste e gli dà manforte, come in un qualsiasi brat pack anni ‘80.
  7. Il bullo del college Flash Thompson, originariamente Wasp e campione di football, sostanzialmente detestabile, qui etnico e poco bullo, un character totalmente fuori fuoco e non funzionale al racconto: quando le forzature del politically correct (o esigenze di marketing, o entrambe) possono essere controproducenti.

In conclusione, risulta così faticoso immedesimarsi nelle gesta al limite del comico di questo bimbominkia mascherato, esagitato e logorroico, che la mente corre subito allo Spider-Man di Sam Raimi e Tobey Maguire, che solo un decennio prima erano riusciti a far rivivere l’eroe della nostra infanzia con una miscela di classicità atemporale, effetti speciali e lirismo: ma lì il piglio era autoriale come si è detto, lo sguardo romantico e la trasposizione fedele e zeppa di riferimenti al cinema classico – vedi la portentosa interpretazione gotica di Octopus o quella steinbeckiana dell’Uomo Sabbia.

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Tobey Maguire in Spider-Man di Sam Raimi

La vera rivelazione del film è giusto questa: che il nastro del tempo sta diventando scivoloso anche per la nostra generazione, che un mondo così largo e multiforme ci disorienta non appena si avvicina al nostro personale Pantheon e tocca le icone del nostro immaginario, in barba a tutti i proclami di openmindedness con cui facciamo spocchia.

Cominciamo a non sentirci più sintonizzati con il presente e allora cerchiamo rifugio nella stanza degli specchi deformanti di questo gigantesco Luna Park che è la società dello spettacolo. Siamo pronti a denigrare un diciottenne come fosse un automa eterodiretto dal marketing ed egli, noi, come patetici dinosauri che ignorano il meteorite in arrivo; siamo tutti orgogliosamente Umberto Eco, sprezzante con il web poiché popolato da idioti (e se fossimo noi stessi?); fedeli a quella legge del tempo e dell’anima per cui Pelé è stato il migliore secondo nostro padre, Maradona per noi e Messi-Ronaldo per nostro figlio; fuorviati da trappole psicologiche che bypassano il senso critico – la nostalgia e il ricordo innanzitutto, appigli emozionali al passato e antidoti all’invecchiamento; e poi la deprecatio temporum, una sorta di rifiuto del presente indirizzato alla mitizzazione e trasfigurazione dei tempi che furono – poiché abbiamo urgenza di rassicurare il nostro ego e la nostra identità messi in discussione dal novitismo che avanza, travolti dal flusso inesauribile dell’iperinformazione.

Adesso possiamo vederli, i millennials della porta accanto e i nuovi nerd del lontano oriente: ci deridono, guardano in cielo e simulano l’impatto di un asteroide gigantesco. Quello che è appena arrivato.

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