Star Wars: Gli Ultimi Jedi, quell’equilibrio precario tra tradizione e innovazione

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Non c’è nulla di paragonabile a Star Wars nel panorama cinematografico mondiale, ce lo dicono sia i dati concreti (gli episodi VII e VIII sono rispettivamente primo e secondo miglior week end d’apertura di sempre ai botteghini mondiali) che quegli altri dati, quelli che non si possono quantificare facilmente: il clima d’attesa spasmodica per ogni nuovo film, che culmina con enormi code davanti alle sale dove incontriamo tre diverse generazioni di spettatori, bambini con genitori e nonni, adolescenti in gruppo, ventenni e trentenni in gruppo o in compagnia dei genitori, i quali non si perdono un nuovo episodio dal ’77; tutti quanti accomunati dalla stessa frase prima di entrare: “Non voglio sapere niente!” (“Non spoilerare!” per i più giovani).

Questo perché, piaccia o non piaccia, Star Wars è ancora oggi, dopo oltre quarant’anni, il miglior esempio di epica contemporanea: ogni suo nuovo episodio è un evento, ogni sua nuova svolta è attesa e temuta allo stesso tempo, ed ogni nuova avventura è destinata a generare discussioni per un lungo periodo.

Un rito, una tradizione, e in quanto tale soggetto a schemi narrativi fissi e solidissimi: un universo fatto di personaggi buoni che devono essere buoni, di cattivi che devono essere cattivi, di simpatiche canaglie che devono divertire, di storie di maestri e allievi, di epici combattimenti nello spazio, di robot e di buffi animaletti alieni di ogni tipo (non dimentichiamo che il target centrale rimane quello preadolescenziale, e che occorre vendere gadgets).

Sarà forse per questo motivo che quando si è trattato di rilanciare questo franchise, dopo il ritiro di George Lucas e l’acquisto della sua Lucasfilm da parte del colosso Disney, la regia e la sceneggiatura del settimo episodio Il Risveglio della Forza vennero affidate al rassicurante e spielbergiano J. J. Abrams, che consegnò al pubblico lo Star Wars più rassicurante di sempre, da un lato una soddisfacente introduzione di nuovi personaggi, degni eredi dei vecchi eroi, ma dall’altro una riproposione senza particolari scossoni  degli schemi narrativi del primissimo film della saga.  Un film tecnicamente impeccabile in ogni suo aspetto ma anche decisamente freddo.

Due anni dopo è invece ora di cambiare, di trovare un nuovo equilibrio (equilibrio che è anche il tema portante del film) tra tradizione e innovazione, di ribaltare qualche schema cercando comunque di mantenere intatto lo spirito della serie, al fine di dare ancora senso all’esistenza di Star Wars e di non farlo invecchiare troppo. Via quindi Abrams (tornerà in cabina di regia per Episodio IX) e sotto con un regista della nuova generazione, Rian Johnson.

Dei sette registi che si sono cimentati fino ad ora con l’universo di Star Wars, Johnson è probabilmente quello dal percorso lavorativo più vicino a quello di Lucas. Classe 1973, ha infatti anch’esso avuto modo di crescere all’interno del cinema indipendente (molto interessanti, e consigliati, i suoi Brick – Dose Mortale e The Brothers Bloom) prima di raggiungere un grande successo di critica e pubblico nel 2012 col thriller fantascientifico Looper ed alcuni episodi di Breaking Bad nel mezzo.

Autore delle sceneggiature di ogni proprio film, quest’ultimo incluso (tranne i dialoghi della compianta Carrie Fisher, scritti dall’attrice stessa), Johnson è un regista che ama utilizzare cambi di prospettiva e svolte inaspettate nelle proprie storie: cose di cui inaspettatamente, pur con tutti i limiti e i paletti di una simile operazione commerciale, anche questo capitolo è pieno.

E così, se da un lato è vero che anche questo Star Wars riprende spesso e volentieri numerosi passaggi sia da L’Impero Colpisce Ancora che da Il Ritorno dello Jedi (parliamo di alcuni schemi e situazioni che si ripresentano nello stesso modo), dall’altro lato è quasi sorprendente il coraggio con il quale regista e produzione decidano poi un minuto dopo di distruggere tali schemi per creare svolte inedite all’interno della mitologia starwarsiana.

Il termine coraggio non è usato a caso, nonostante vada letto senza perdere di vista l’oggetto di questa analisi, perché dopo il film di Abrams così intriso di puro fanservice era davvero difficile immaginare un sequel che del fanservice in senso stretto fosse (quasi) l’esatto opposto, che arrivasse a spazzare via in pochi istanti gli ultimi due anni di fan theories sulla saga e che si prendesse volontariamente la responsabilità di NON rivelare al proprio pubblico alcuni snodi che nel precedente capitolo sembravano fondamentali.

Una scelta coraggiosa, in quest’ottica, perché nonostante l’enorme successo di pubblico già raggiunto in pochi giorni, Gli Ultimi Jedi ha sollevato non poche proteste all’interno della fanbase (si parla addirittura di petizioni di fan per farlo rimuovere dal canone) e non sono mancate critiche a dir poco feroci da parte di una folta schiera di fan storici.

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Ma quindi il film com’è? Sicuramente meno omogeneo rispetto a Il Risveglio della Forza, che gode di una regia più virtuosa e di un montaggio più pulito, ma decisamente superiore sotto tutti gli altri aspetti. La storia prosegue con l’approfondimento dei nuovi personaggi, in particolar modo dei due protagonisti: Daisy Ridley (Rey) e Adam Driver (Ben Solo/Kylo Ren) si confermano due scelte di casting felicissime, lei eroina ideale per il cinema d’intrattenimento moderno (corre, suda, combatte ed è dilaniata da mille dubbi come gli eroi maschili di qualche anno fa) lui finalmente un villain di spessore, ben scritto e interpretato (per la prima volta da anni non si riesce ad intuire in anticipo il suo arco evolutivo).

Johnson in cabina di regia è lievemente meno raffinato di Abrams ma compensa il tutto con una serie di trovate visive, grandi e piccole, finora inedite nella saga e ben diluite lungo tutta la durata del film, evitando quel fastidioso senso di deja vu che si potrebbe manifestare giunti a questo punto.

Il resto del film, esclusi i tanto criticati siparietti comici (in realtà sempre in linea con l’umorismo tipico della saga) è tutto sulle spalle dello storico protagonista Mark Hamill, qui all’interpretazione migliore di tutta la sua carriera: il lavoro fatto sul suo Luke Skywalker è tutto quello che mancava al precedente episodio per convincere davvero, e fa toccare (questa volta seriamente) al film quelle vette di epicità che solo la trilogia classica aveva raggiunto, il ché è paraodossale perché è proprio il personaggio di Luke a creare la maggiore discontinuità col passato.

Complici un trucco azzeccatissimo, una caratterizzazione del personaggio sulla falsariga dei migliori eroi riluttanti del cinema western (fonte d’ispirazione primaria per la serie) e alcuni dialoghi strappalacrime con qualche vecchia e nuova conoscenza, Hamill riesce dove aveva fallito Harrison Ford, regalando al pubblico un personaggio molto distante rispetto alle aspettative iniziali e consegnando egregiamente il testimone alla nuova generazione.

In fondo è questo il senso del film: la rottura col passato e un passaggio di consegne generazionale che a lungo andare possa riportare il tanto a lungo cercato equilibrio nella Forza e in tutta la galassia. Un passaggio di consegne anche metaforico, tra altre due generazioni: quella dei fan dinosauri, che sono usciti dalla sala indignati al grido di “Hanno distrutto Star Wars!” (frase che chi scrive sente ripetere con diversa intensità da almeno cinque episodi) e quella dei bambini, ma soprattutto e finalmente delle bambine, che usciti dalla sala vorranno comprare una spada laser o il pupazzo di un porg (simpatiche creature new entry della serie) e saranno pronti a desiderare nuove avventure tra le stelle. Quei bambini sui quali si chiude questo film, e sempre sui quali probabilmente si aprirà la già annunciata nuova trilogia che proprio Johnson ha iniziato a sviluppare.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi è un film che farà discutere a lungo gli appassionati, che scatenerà divisioni, ma che una volta inquadrato alla luce dei futuri sviluppi di questo nuovo corso starwarsiano, sarà anche riconosciuto come un grande punto di svolta per la serie e chissà, forse potrebbe ottenere anche un posto sul suo podio.

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