Ready Player One è la prova che Steven Spielberg è ancora il più grande

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Dal romanzo cult di Ernest Cline e dallo sceneggiatore Zack Penn, il 28 Marzo scorso viene distribuito nelle sale italiane l’ultimo film di Steven Spielberg, Ready Player One. A ben sedici anni di distanza da Intelligenza Artificiale il regista statunitense torna a collaborare con Warner Bros e magicamente (ma alla fine nemmeno molto) tira fuori dal cilindro un piccolo capolavoro moderno.

Non è necessario essere Caprara per comprendere l’importanza di Steven Spielberg e di come i suoi film abbiano costituito il perno fondante della moderna fantascienza, ma è determinante rapportare questa sua ultima fatica ai suoi classici senza tempo per giungere ad una netta considerazione: Steven Spielberg riesce sempre a stupire.

In un distopico 2045, con il genere umano prossimo al collasso, la simulazione interattiva virtuale Oasis – un infinito universo parallelo concepito dal genio James Halliday (Mark Rylance) – sembra costituire l’unica alternativa o via di fuga all’altrimenti apocalittica e desolante realtà. Lo stesso creatore Halliday disporrà che dopo la sua morte la sua immensa fortuna venga destinata ad un prescelto che per primo troverà un “Easter Egg” all’interno di Oasis. La gara o caccia che ne scatutirà avrà dimensioni planetarie e vedrà come protagonista il giovane Wade Watts (Tye Sheridan) e la sua nemesi Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn), il capo del più grande internet server  provider al mondo, IOI (Innovative Online Industries).

La voce narrante del protagonista Wade Watts, guanti aptici e visore alla mano, ci introduce allo spettacolare universo di Oasis e i ritmi già dalle battute iniziali sono elevatissimi. Il passaggio dalla realtà al virtuale sotto il profilo visivo ricorda la stessa transizione di Matrix o di 2001 Odissea nello Spazio (con la massima prudenza nello stabilire paragoni di tale portata, ovviamente).

Spielberg ha il grande merito di riuscire nell’impresa di ricreare un mondo virtuale praticamente infinito e perfetto in ogni suo dettaglio. Nonostante nella storia del cinema siano stati a più riprese trattati temi di doppie dimensioni o realtà alternative, con Ready Player One la sensazione è quella di una nuova esperienza, maggiore e ancora più esaustiva delle precedenti.

Se per almeno una decina di minuti iniziali il grande pacchetto visivo rischia di sovrabbondare per la velocità e la mole di informazioni contenute, comprese quelle riguardanti il linguaggio nerdiano di ultima generazione, il film cambia subito di passo trovando il giusto equilibrio tra le sequenze nella realtà e quelle svolte in Oasis. La pellicola ha diviso critica e pubblico mondiale a metà tra chi lo considera un insieme troppo moderno e veloce di effetti speciali e citazioni nemmeno troppo approfondite e chi invece lo considera un altro splendido tassello nel cinema del Maestro Spielberg. Gli elementi che fanno propendere per la seconda ipotesi sono molti e sicuramente maggiori rispetto a quelli che non hanno convinto, e visto che questi ultimi sono pochi è opportuno analizzarli subito.

Forse i personaggi principali avrebbero meritato una caratterizzazione più approfondita, cosi come lo sviluppo dell’amore tra Wade “Parzival” Watts e la sua Samantha “Art3mis” Cook. Sulla distanza non si percepisce quel necessario cambiamento o progressione che rende a sua volta il personaggio più complesso. Il messaggio centrale secondo il quale la realtà è sempre più importante del virtuale arriva ed è efficace, anche se il modo quasi adulto e arrogante di esprimerlo da parte di “Parzival” sembra quasi voler prendere le distanze dal concetto di nerd duro e puro (come in fondo è il suo creatore Ernest Cline). Per il resto il film è puro cinema emozionante e straordinario, nel rispetto di uno dei compiti principali della settima arte: emozionare, appunto.

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Lo spettatore ha la possibilità di assistere ad un’opera d’arte visivamente maestosa e il modus con il quale vengono introdotte le centinaia di citazioni è arte a sua volta. La camera non indugia mai troppo su un particolare e il regista sceglie il tempo perfetto per mostrare un dettaglio. Ad alcuni questa scelta ha fatto storcere il naso, con l’impressione di assistere a citazioni numerose e proprio per questo superficiali e confusionarie. Il punto però è un altro e si chiama ancora una volta arte, quella di saper trovare il giusto equilibrio in una sequenza magari senza ripetersi o soffermarsi troppo su un particolare.

Il saper fare economia di dialoghi stucchevoli, di scene ridondanti, di esercizi visivi non richiesti è un altro talento riservato a pochi eletti e purtroppo è qualcosa che non arriva a tutto il pubblico. Nel film vi sono continui riferimenti anni ’80 ed il concetto di poter vedere un personaggio di un famoso videogioco, accanto ad una macchina di un famoso telefilm, con un famoso passaggio musicale, assume nel corso delle azioni un importante valore aggiunto, perché vi è una funzionalità intrinseca che cammina di pari passo all’estetica. Nei 140 minuti di visione effettivamente le nozioni di cultura pop cui si è piacevolmente sottoposti sono innumerevoli e allo spettatore arriva la bellezza, l’emozione e il divertimento di poter cogliere quello che si riesce a riconoscere o vedere, a seconda delle proprie conoscenze. E questo meccanismo non condiziona assolutamente lo svolgimento della storia, che procede senza soste o rallentamenti.

Ci sono dei momenti che pongono Ready Player One in una condizione di non critica, dei veri e propri jolly che Spielberg ha riservato a chi il cinema lo ama profondamente. Giunti quasi alla prima metà del film, durante una concitata sequenza di azioni, viene lanciato un  “cubo di Zemeckis”, cubo di Rubik nella realtà. Il gadget, indovinate un po’, ha il potere di riportare indietro il tempo di sessanta secondi. In una sola sequenza viene menzionato Robert Zemeckis, regista di Ritorno al Futuro, e durante l’esatto passaggio del lancio si percepisce il tema musicale del suo film, concepito da un certo Alan Silvestri, che è compositore anche per Ready Player One.

Ecco, è proprio di questo che il cinema moderno necessita: emozione e bellezza. Un sorriso di gioia e nostalgia esplode nel viso, il cuore batte per la citazione-tributo alle avventure di Marty McFly. Ma non solo: sulla calandra dell’iconica automobile è presente un particolare di un’altra leggenda, Kitt di Supercar e in particolare il led rosso frontale che lampeggia. Sono molti i riferimenti nei riferimenti. Questa è la quintessenza della cinematografia, ed è veloce, non si ripete né è fine a se stessa.

E quando si è pienamente soddisfatti, capita che arriva quel che non ti aspetti. La sequenza viene introdotta dall’enigma “un creatore che odia la sua creazione”, che proviene da Shining di Stephen King. Gli “altissimi cinque”, il gruppo di giocatori di Ready Player One diventano protagonisti all’interno della riproduzione esatta del set di Shining, l’Overlook Hotel. La stessa musica del film accompagna le azioni dei ragazzi, che scendono dalla stessa iconica scalinata dalla quale saliva Jack Nicholson. La pavimentazione, la stanza 237, la pallina da tennis, le gemelle, il labirinto. Steven Spielberg conobbe Stanley Kubrick nello stesso periodo delle riprese di Shining e proprio lo stesso set dell’Overlook hotel venne poi successivamente smantellato per la  realizzazione di alcune scene de I Predatori dell’Arca Perduta. L’impressione è proprio quella di un abbraccio pieno e viscerale a Kubrick, in un sapiente e altissimo linguaggio.

Ready Player One supera a pieni voti un esame difficile, quello per un regista ormai affermato che ha ridisegnato nel corso della sua illuminata carriera i concetti del cinema di fantascienza. Supera a pieni voti la riproposizione di un tema che effettivamente nuovo non è, quello delle doppie dimensioni. Ridefinisce nuovamente tutti gli schemi estetici e ritmici alzando ancora il livello. Perché dopo le WachowskiNolan e Snyder, andare oltre è quasi impossibile. Da Emmerich a Bay a Besson, tutti autori di grandi opere e dal lessico visionario, nessuno riesce ad avvicinarsi a Spielberg. Da Shining fino al progetto di Intelligenza Artificiale, Kubrick aveva in Spielberg un collega con il quale comunicare un linguaggio comune, come se fosse il solo a comprenderlo.

Ecco perché Spielberg ancora oggi è avanti a tutti. Questo è un film necessario, un fondamentale trait d’union tra due o tre diverse epoche culturali. E la loro fusione è un prodotto perfetto.

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