Quando Nelson Mandela conobbe Shakespeare: la Bibbia di Robben Island

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La storia di cui parleremo prefigura l’incontro – avvenuto tra le sbarre di un carcere con la forza espressiva del linguaggio – tra due personaggi divenuti i simboli – seppur per ragioni diverse – dei rispettivi secoli d’appartenenza: William Shakespeare e Nelson Mandela.

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Il premio Nobel per la pace trascorse un terzo della sua esistenza nelle carceri sudafricane, vittima dell’apartheid – la segregazione razziale istituita dalla popolazione bianca del Sudafrica rimasta vigente fino al 1991 – e di cui proprio Mandela, insieme ad altri innumerevoli attivisti, si rese protagonista della sua cessazione. Il periodo trascorso in carcere fu di 27 anni, nel quale si distinguono tre periodi: il primo – quello di cui ci occuperemo, nonché snodo cruciale per la filosofia ideologica di Mandela – durò 18 anni e si svolse a Robben Island, isola davanti Cape Town; il secondo, lungo un terzo del precedente, vide Mandela “ospite” del carcere di massima sicurezza di Pollsmoor e il terzo – soprannominato da Mandela “Gabbia Dorata” – si svolse per un anno a Victor Vester dove si consumarono gli ultimi dialoghi con il regime che portarono alla revoca dei dogmi dell’apartheid e alla conseguente liberazione di Mandela nel 1990.

Il periodo di Robben Island – come già affermato – sarà fondamentale per il Mandela-pensiero, questo grazie alla lettura delle opere del più famoso drammaturgo inglese,  vissuto oltre due secoli prima di Mandela. Come fu possibile leggere le opere di Shakespeare in un carcere dove i giornali e anche le lettere dei propri cari erano vietate? Con un inganno quasi Shakespeariano, oseremmo dire.

Il libro, contenente una raccolta completa di opere Shakespeariane – conosciuto oggi come La Bibbia di Robben Island – fu introdotto clandestinamente da Sonny Venkatrathnam, anch’egli prigioniero politico, che riuscì astutamente a ingannare le guardie carcerarie mascherando il volume con una rappresentazione della Diwali o volgarmente “Festa delle luci” – tra le più importanti feste indiane – che, forse non è un caso, simboleggia la vittoria del bene sul male. Grazie a questo escamotage, Venkatrathnam convinse i suoi carcerieri che stesse introducendo una semplice bibbia: questo errore di valutazione dei sottoposti del regime si rivelerà cruciale per lo sviluppo – non è azzardato dirlo – di un pensiero universale sulla leadership lungo oltre due secoli, portato avanti dalle opere di Shakespeare e ripreso da Mandela.

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La bibbia di Robben Island, tra il 1975 e il 1978, passò di mano in mano tra i prigionieri politici che avevano nel frattempo sviluppato una tradizione comune: annotare, con tanto di data e firma a testimoniare, i passaggi più importanti individuati nel testo, parole legate da tematiche comuni anche a distanza di secoli: l’ingiustizia politica e la voglia di rivalsa. Queste frasi, messe su carta per allietare gli spettatori dei teatri londinesi, sono diventate, dopo essere state prese in prestito e assimilate, le parole di un intero popolo.

Billy Nair evidenzia la frase “Quest’isola è mia” che – letta a posteriori – è tinta di una frustrazione repressa molto simile a quella del personaggio che la pronuncia, Caliban – lo schiavo de La Tempesta – che desiderava ardentemente possedere l’isola su cui era prigioniero: il linguaggio di Shakespeare, senza tempo né luogo, si rivela universale.

Il linguaggio del drammaturgo si rende ancor più universale quando leggiamo la frase evidenziata da Mandela in data 16 Dicembre 1977, questa volta tratta dal Giulio Cesare, un’opera che ben si adattava alla lotta al regime portata avanti dai prigionieri politici.

I codardi muoiono molte volte
Prima della loro morte; i coraggiosi
Gustano la morte una volta sola
Di tutti i prodigi di cui ho sentito
Il più strano mi sembra il timore degli uomini
Nel vedere che la morte, una fine necessaria,
Verrà – quando deve venire.

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Queste parole, non solo lasciano trasparire una determinazione in Mandela pari a quella di Cesare nella tragedia Shakesperiana, ma si collegano a doppio filo con un’esperienza personale, quella della quasi-esecuzione a cui scampò negli anni ’60 il leader Sudafricano. Nella sua autobiografia leggiamo parole simili pronunciata ancor prima di leggere il Giulio Cesare: “Ero preparato per la pena di morte. Per essere veramente preparati a qualcosa, bisogna aspettarselo”.

Evocativa è anche la data in cui Mandela firmò il passaggio dell’opera di Shakespeare, oggi infatti il 16 dicembre si festeggia in Sudafrica il giorno della riconciliazione, festa dedicata all’unità nazionale di tutte le etnie.

È incredibile come il linguaggio Shakespeariano abbia influenzato una delle personalità più importanti dei nostri giorni, che nelle sue opere ha ritrovato la tematica della leadership buona e cattiva, il giusto e lo sbagliato, il complotto e la congiura. Abbiamo dunque la prova definitiva che l’uso delle parole da parte del commediografo inglese è universale – non conosce unità di tempo e di luogo – ne è una dimostrazione il Giulio Cesare, ambientato nell’antica Roma, scritto nel XVII secolo e divenuto colonna portante della rivoluzione nazionale Sudafricana partita dalle carceri.

Non è profano affermare che questa raccolta rappresenti – a modo suo – una bibbia a tutti gli effetti, fonte di ispirazione laica per gli eroi Sudafricani.

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