Anima Latina: le perle nascoste nel disco di Lucio Battisti

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C’è un disco meraviglioso, pubblicato nel 1974, che pur avendo venduto tantissime copie ed essendo rimasto al primo posto nelle classifiche per molto tempo, molti hanno dimenticato. Sto parlando di Anima Latina di Battisti, autore che tutti identificano con La canzone del sole, Non è Francesca o Acqua azzurra, acqua chiara. Certo, canzoni belle che hanno fatto storia, ma Battisti era molto di più e in questo album si ascolta una musica senza tempo, con un tono spirituale, misterioso e sperimentale troppo moderno per quei tempi, e forse anche per oggi.

Per inquadrare correttamente un disco di questo calibro, sono doverose alcune premesse: nel 1974, Lucio Battisti era già da quasi un decennio stella di prima grandezza del firmamento musicale italiano, un talento compositivo fuori dal comune, nonché un’impostazione vocale estremamente personale, quasi “afona”, come osserverà anni più tardi la critica, eppure viscerale e in grado di rovesciare sull’ascoltatore un diluvio di emozioni senza eguali. E così, erano piovuti festival e successi a non finire, grazie anche al florido sodalizio con Mogol. Insomma era già un monumento della canzone italiana.

E forse fu proprio l’enorme successo a soffocarlo e spingerlo a guardare fuori. Era giunto quasi a odiare se stesso per quello che era diventato, o meglio per quello in cui i mass media lo avevano identificato: il cantante ricco, bello e famoso, amato dal pubblico forse più per il suo bel faccino e i suoi riccetti, per certe furbizie roche della voce, che non per il reale talento musicale, l’unica cosa per la quale a lui interessava essere apprezzato. Durante un viaggio in Sud America rimane incantato da quel mondo in qualche modo selvaggio, che lui percepisce come “puro”. Ne rimane talmente affascinato da decidere di trasferire lì, per un certo periodo, la propria residenza.

Al ritorno in Italia, inevitabilmente, Lucio riversa tutte le nuove conoscenze nel suo capolavoro, l’esito più alto cui sia giunta la cultura pop italiana. Anima Latina è davvero qualcosa di unico: un album che rifugge in toto i ritornelli e le invenzioni melodiche più immediate, per esplorare sonorità e mondi nuovi. Un lavoro straordinario, che miscela la tradizione melodica del Belpaese con le intuizioni del recente exploit progressivo italiano, ammiccando al jazz nonché, soprattutto, alle inusuali trovate ritmiche e alle sfumature della musica brasiliana. Ma c’è molto di più…

Durante la sua esperienza brasiliana, Lucio raccontava di essere entrato in un locale e di aver trovato musicisti che suonavano in un clima di assoluta complicità e parità col pubblico. Era una forma di comunicazione musicale alla quale non era abituato. Lo colpì moltissimo.

“La mia lunga permanenza in Brasile, in Sudamerica in genere, mi ha fatto prendere coscienza di un’altra dimensione della musica: musica come vita, come possibilità di stare insieme, di ballare insieme, di protestare insieme. La musica brasiliana è una delle più vive oggi tra le musiche popolari nel mondo; non ha perso la sua funzione che è soprattutto quella di consentire al popolo di esprimersi, di comunicare, di stare insieme; soprattutto consente a chi è “in mezzo alla musica” di parteciparvi. Ed è un grosso fatto sociale oltre che musicale.”

E così in alcuni casi, ad esempio nel brano iniziale Abbracciala, abbracciali, abbracciati o in alcuni passaggi di Macchina del tempo, le parole sono volutamente difficili da ascoltare poiché la voce di Battisti è mixata a volume molto basso, oppure coperta da effetti sonori: un espediente che costringeva l’ascoltatore a porre maggiore attenzione, a concentrarsi maggiormente sul testo e sulla sua interazione con la musica, diventando in un certo senso coautore del brano.

“Quando uno parla in mezzo agli altri, non urla ma non tace neppure, se la sua voce interessa a chi ascolta, viene individuata in mezzo alle altre, magari con un po’ più di attenzione, e di fatica. Questo ho fatto con il mio LP: ho messo la mia voce in mezzo alla musica ed ho inteso stimolare gli altri a capire le parole, ad afferrare il senso o la sola sonorità; ho inteso stimolare chi mi ascolta a fare attenzione a ciò che sta succedendo, a ciò che accade nel momento in cui si ascolta un brano non perché questo sia piacevole, ma perché ascoltare significa qualcosa: e ascoltare con attenzione, magari rimettendo il disco daccapo perché non si è capito, magari facendo irritare chi non è riuscito ad individuare al primo ascolto una parola, è un’operazione stimolante, coinvolgente; è il modo che ho scelto per comunicare con gli altri, per essere presente in mezzo agli altri, per essere quello che dà il pretesto, lo spunto ad un’azione, ad un’operazione.”

Un disco in cui il tema della sessualità è predominante, in Due mondi, forse l’unico tema orecchiabile e cantabile del disco, è cantato in duetto con Mara Cubeddu, la disinibita amante del protagonista lo invoglia ad andare a far l’amore nelle vigne, nella successiva Anonimo, i due giovanissimi protagonisti (due bambini) scoprono i loro piaceri nascosti. Non che Lucio Battisti o Mogol si conquistino il titolo di autori rivoluzionari solo per aver parlato di sesso in alcune canzoni, ma nell’Italia di quel tempo, tutta Rai e Democrazia Cristiana, un artista seguito come Battisti poteva non aver voglia di rischiare di toccare temi “scabrosi”. Ma a lui e Mogol, di accontentare il pubblico proprio non interessava tanto che c’è anche spazio per un po’ di autoironia: se volete farvi una risata, andate a 6′:36″ di Anonimo. Riconoscerete sicuramente quel tema goffo e buffo suonato dalla banda.

Con Gli Uomini Celesti, Lucio rivela la fallacità di molte illusioni dell’epoca (“Ti faranno fumare / Per farti sognare”), cogliendo le debolezze strutturali e il carattere modaiolo di alcune posizioni anni ’70. Sotto il profilo musicale, il brano è fra i più originali della discografia dell’artista; una chitarra acustica muove le danze, prima che subentrino una corposa sezione ritmica latino-americana e le tastiere, in un tripudio di sonorità e atmosfere, come da titolo, celestiali. È interessante notare come nella prima strofa la voce di Battisti sia effettata, quasi “inscatolata”, con un sottofondo molto discreto, pieno di pause e note lunghe, lasciate andare, a sottolineare la “speranza spezzata” del protagonista.

Nella seconda strofa, dove si “incriminano” le false soluzioni, il clima diventa più movimentato, con una chitarra acustica usata in funzione ritmica e l’altra che stride grattando le corde all’altezza della paletta. La voce, all’inizio nuovamente “inscatolata” sembra entrare e uscire dall’effetto, per chiudersi definitivamente in esso sulle parole “copra ogni tormento”: un’evidente metafora musicale del tentativo di scrollarsi di dosso i falsi miti, che la presa di coscienza della loro erroneità implica e stimola. E qui, colpo di scena sonoro. Dopo un accordo di chitarra synth, c’è una nota bassa, forse di synth o sempre di chitarra effettata, quasi la sirena di una nave, in Do, una nota che non c’entra assolutamente nulla con la scala usata nel brano, anzi è una dissonanza. E si prolunga per sei battute, ma non in 4/4, come è il resto della canzone, ma in 6/4.

Ma se tu rifiuterai di giocare all’attore
Forse un libro scriverai come libero autore.
E tu forse parlerai di orizzonti più vasti
Dove uomini celesti portandoti dei figli
Ti diranno: “Scegli!” ben sapendo che ridendo tu
Tu a loro ti unirai…

Ora la voce è libera dall’effetto “inscatolamento” e su “orizzonti più vasti” si circonda di un riverbero che sembra squadernarceli davanti, questi orizzonti. L’accompagnamento fluisce libero, senza timori, stop o pause: è il fluire libero della vita, il prenderne in mano consapevolmente le redini, il risorgere della speranza.

Ma chi sono gli “uomini celesti” che portando dei figli alla protagonista e le diranno “scegli” ben sapendo che lei, ridendo, a loro si unirà? UFO? Chi può spiegarlo?

Mogol dichiarò: “Comunque qualcosa di ideale, sono gli uomini che farebbero arrivare un mondo migliore.” Celeste, qui, indica sicuramente una provenienza dal cielo (quello in cui volavano liberi i colombi, d’altro canto), inteso come ideale. Ma al tempo stesso, giocando sul suo doppio significato, è ricollegabile a una simbologia precisa che nelle canzoni di Giulio Rapetti hanno il celeste e le sue sfumature: purezza e passione.

Anima Latina resterà una perla unico nella discografia battistiana, un lavoro da cui una miriade di artisti tenterà di prendere spunto, ma che risulterà di fatto ineguagliabile anche per lo stesso Lucio, un’alchimia perfetta di spunti e tradizioni musicali, esperienze di vita, il frutto forse più maturo e personale di tutto il panorama musicale italiano.

Un disco che ancora oggi merita un ascolto e comunque rappresenta un’altra occasione per riconfermare, se ancora fosse necessario, che Battisti è stato uno dei pochi veri cantautori italiani a “fare musica” senza nulla o poco invidiare ai colleghi stranieri.

Una piccola curiosità: nei crediti del disco, i sintetizzatori e gli archi elettronici sono accreditati a “Gneo Pompeo”. Ancora oggi non è ben chiaro chi si celi dietro questo pseudonimo. Alcuni affermano che si celi un musicista di fama internazionale che però non ha mai voluto rivelarsi.

Un album totale, misterioso, da ascoltare e non da cantare. Musicalmente è avanguardia pura. Il personnel è da brividi, la migliore selezione di musicisti italiani dell’epoca: Gianni Dall’Aglio, Ares Tavolazzi, Vince Tempera, Karl Potter, Tony Esposito, Alberto Radius. In sala prove armeggia con le prime macchine per riprocessare il suono: phaser (usato moltissimo con il basso), flanger, delay e soprattutto il «bidet», ovvero una piastra bianca multi effetto della Mu-Tron così ribattezzata perché simile a un sanitario.

Un disco epocale per la musica pop italiana.

 

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