Il genio nascosto di Raffaello: la Liberazione di San Pietro dal carcere

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Quando nel 1508 papa Giulio II lo convocò per affrescare le stanze in Vaticano, Raffaello aveva solo 25 anni. Nel fermento del rinascimento italiano, era considerato uno dei talenti più puri della generazione giovane. Si era formato lavorando a stretto contatto col Perugino, e si raccontava che ne aveva assorbito così bene gli insegnamenti che non era più possibile riconoscere i dipinti dell’allievo da quelli del maestro. Poi il trasferimento a Firenze, dove maturò il proprio stile e affinò le tecniche a contatto con Michelangelo e Leonardo. Nello scegliere Raffaello, il Vaticano rendeva onore al prestigio degli ambienti artistici fiorentini, e nello stesso tempo confermava una selezione che sapeva alternare anziani e giovani nel modo migliore.

La Liberazione di San Pietro dal Carcere è nella seconda delle Stanze dipinte da Raffaello, la cosiddetta Stanza di Eliodoro. Dopo aver lasciato nella precedente stanza della Segnatura alcuni dei suoi lavori più celebri, Raffaello iniziò i lavori alla seconda Stanza con una precisa indicazione dal parte di Giulio II: lì si doveva affermare il potere della fede e della chiesa cristiana sulle altre autorità terrene. Il papato era impegnato in quegli anni in un conflitto con la Francia, per il controllo delle terre a Nord di Roma, ed era importante lanciare un messaggio circa la legittimazione temporale e culturale dell’autorità religiosa sul mondo. Raffaello aveva dunque un messaggio da trasmettere. È per questo che le pareti della seconda stanza presentano toni ben più drammatici e dinamici della prima. Per questo, e forse anche per la maggiore presa di coscienza di una certa competizione percepita col maestro Michelangelo, che nel frattempo, a pochi metri di distanza da quelle stanze, stava realizzando un’altra ambiziosa serie di affreschi che resteranno nella storia del Rinascimento italiano: quelli sulla volta della Cappella Sistina.

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Non c’è dubbio che le altre opere realizzate da Raffaello in Vaticano abbiano stimolato le analisi storiche e artistiche più della Liberazione di San Pietro. Eppure, in quella generale sensazione di sopraffazione che si subisce girando oggi i Musei Vaticani, quell’affresco realizzato intorno alla finestra della parete più piccola riesce a colpire come un’opera differente dalle altre, caratterizzata da una modernità più spiccata. La protagonista è la cella al centro dell’opera, con quelle sbarre scure così geometriche che risaltano sul resto, a realizzare la prospettiva di ciò che lo spettatore osserva. Dietro alle sbarre, la scena descritta negli Atti degli Apostoli: un Angelo luminoso intercede nella notte sull’autorità degli uomini, aiutando un San Pietro debole e incatenato ad uscire dalla cella, mentre le due guardie ai lati dormono. A sinistra e a destra di quella scena, i fatti si svolgono quasi fosse la sceneggiatura di un film: prima l’agitazione delle guardie che si prodigano in gesti, coi volti dominati da un reticolo di reazioni quali sorpresa, timore, rabbia, orrore; poi l’uscita di Pietro dal carcere, retto dall’Angelo.

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I libri di storia dell’arte non si sono mai risparmiati nell’esaltare il potere della luce in quello che va considerato uno dei primi notturni dell’arte italiana. Le fonti di luce nella Liberazione di San Pietro sono molteplici: la luna, la lanterna, la luce emanata dalle due figure dell’Angelo e la stessa, reale finestra intorno al quale si sviluppa l’opera. Le armature delle guardie brillano in ogni angolo di tale tripudio di luci dirette e riflesse, con un livello di dettaglio in cui molti hanno visto il largo anticipo di ciò che più avanti faranno Caravaggio e Rembrandt. L’attenzione ai riflessi, insieme ai tratti realistici della cella, moltiplicano l’effetto che l’affresco ha sullo spettatore, portato così a percepire con più forza la responsabilità della propria posizione di osservatore: siamo così costretti a ragionare su ciò che stiamo guardando, a prendere atto dello scompiglio portato dalla dimensione divina sull’uomo. L’osservatore è allo stesso tempo la guardia terrorizzata, il Pietro liberato e senza forze e la potenza della fede che lo salva. Ne vive il messaggio in tutti e tre gli atti, e cogliere le sfumature di ogni scena diventa un dovere.

Credibili o fantasiose che siano, le interpretazioni alternative sul significato dell’opera sono molteplici: non vi è dubbio che il volto di Pietro abbia le sembianze dello stesso papa Giulio II, morto proprio durante i lavori. La liberazione diventa così quella dalle catene terrene, verso la vita dello spirito. Più complessa invece la figura dell’angelo, che per molti mostra tratti femminini, in cui qualcuno vede l’auspicio di una nuova posizione della donna nella società, capace di salvare (o essere salvata) dal controllo degli uomini. Il numero delle guardie invece serve a moltiplicare il messaggio: noi osservatori possiamo rifletterci su ognuna delle emozioni impersonificate dalle guardie, portandoci a rendere più probabile l’identificazione con una di loro. Le guardie sono l’elemento più numeroso dell’opera, prendono più spazio, ma la veemenza delle loro reazioni le pone di fatto nel ruolo di chi subisce, accrescendo così la potenza della vera autorità, quella di chi lascia la cella nonostante il volere degli uomini.

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Riflettendo sulla posizione e sulle dimensioni della parete della Liberazione rispetto alle altre opere delle Stanze Raffaello, d’istinto viene da pensare a quei pochi metri intorno alla finestra come a un anfratto nascosto che Raffaello ha dovuto riempire con la sua arte. Ma è nell’unicità di quell’opera “nascosta” che emerge il vero genio di Raffaello: quello di saper coniugare modernità e classicismo, forma e contenuto, coraggio di osare e devota fedeltà. Aveva solo 25 anni, e molti artisti maggiori che lo precedevano in prestigio. Forse fu quello a farlo arrivare alla verità trasmessa dalla Liberazione di San Pietro: anche chi resta nell’ombra, di una cella o della statura di chi lo precede, può ergersi nella luce dei più grandi.

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