Perché la quarta stagione di Black Mirror è una delusione

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L’ultimo regalo dell’anno appena trascorso è stata l’attesissima quarta stagione di Black Mirror. Dopo averla vista mi sono posto una domanda (che di solito mi ponevo dopo la fine degli episodi delle precedenti stagioni): perché tutto ciò? Di fatto Black Mirror ha cambiato totalmente l’impostazione narrativa. Le derive e le implicazioni derivanti dal progresso tecnologico e dal suo uso spasmodico sono diventati – da protagonisti principali quali erano – semplice elemento di contorno, per raccontare fatti ed eventi scontati e senza alcun coinvolgimento emotivo (fatta eccezione per un episodio su sei). Già durante la terza stagione avevamo assistito ad un calo di idee da parte dello sceneggiatore storico Charlie Brooker, con questa quarta stagione assistiamo al canto del cigno di una delle serie TV più rivoluzionarie dell’ultimo decennio. Andiamo ad analizzare nel dettaglio i singoli episodi.

 


USS Callister

Il primo episodio della nuova stagione si apre su di una navicella spaziale che ricorda in tutto e per tutto Star Trek. Ci risiamo, Netflix: revival nostalgico degli anni ’80 che va tanto di moda, Black Mirror non ne sarebbe di certo stato esente. La storia è semplice (e il congegno tecnologico già visto nella terza stagione): un uomo sviluppa un videogame che sfrutta la realtà aumentata, la sua alienazione nasce dai rapporti che ha sviluppato sul posto di lavoro quindi per vendicarsi e diventare chi non può essere nella vita vera sviluppa un’ulteriore versione del gioco dedicata alla sua serie TV (nostalgica) preferita: ***, rubando il DNA dei suoi sottoposti li costringerà a entrare nel gioco creando dei doppi pensanti anche all’interno del videogame, stanchi e vittime dei soprusi del loro capitano. L’intera storia si svolgerà tra i mondi creati dal videogioco e il mondo reale, il senso di alienazione e di isolamento non attraverserà l’emotività dello spettatore per diverse ragioni: l’ironia grottesca delle battute dei protagonisti e l’ambientazione revival che ha stancato, come se ci dovesse essere necessariamente una citazione agli anni ottanta affinché il prodotto sia valido (Black Mirror incontrò gli anni ’80 con l’episodio della terza stagione San Junipero, quella volta però il citazionismo risultò valido e vincente.)


ArkAngel

Diretto da Jodie Foster, il secondo episodio è sicuramente la delusione più cocente di questa stagione. Dal teaser trailer rilasciato qualche settimana prima del lancio (qui sopra), sembrava l’episodio più “umano” di questa stagione: premesse rispettate (male), perché è così umano che il dispositivo tecnologico viene a malapena accennato (e anche questa volta è un mix di cose già viste): una mamma apprensiva decide di impiantare nel cervello della figlia un dispositivo denominato Arkangel che le permette di controllare la bambina attraverso un tablet, così da poter bloccare le cose che reputa dannose per la salute della figlia (un cane che abbaia, la visione del sangue, ecc) e poter tenere traccia dei suoi spostamenti e delle sue condizioni di salute. La ribellione della ragazza è inevitabile – anche perché al mondo è l’unica cavia, di Arkangel infatti ne viene bloccata la commercializzazione (Perché? Questo non ci è dato sapere) – e da qui in poi l’episodio si trasforma in una storia finto-moralistica e piena di contraddizioni del conflitto tra madre-figlia. Non solo non lascia nessuna emozione allo spettatore, ha anche il difetto di concludere in maniera banale, un finale diverso (più tragico) avrebbe fatto acquistare un minimo di valore a questo episodio.


Crocodile

Questo episodio è strano ma non illudetevi, non è migliore dei precedenti. Un uomo e una donna investono un ciclista, lei inizialmente si lascia prendere dai sensi di colpa fin quando alla fine lui, convincendo la donna, decide di gettare il corpo in un lago ghiacciato per farne perdere le tracce. Tre anni dopo gli spettri del passo tornano a farsi vivi, una concatenazione di eventi farà si che le conseguenze risultino ancora più tragiche. Sì ma dov’è la tecnologia? Per quella dobbiamo aspettare metà episodio e il “protagonista” sarà un rammentatore di ricordi che funziona esattamente come al solito: un aggeggio posizionato sulla tempia che permette di proiettare i ricordi su di un monitor. Lo vediamo per un quarto di film, è totalmente marginale, il classico espediente narrativo utilizzato per legare insieme gli avvenimenti di un thriller. Nemmeno il finale – che cerca di essere il più spietato possibile – riuscirà a far estraniare lo spettatore.


Hang the DJ

Finalmente Black Mirror, è il caso di dirlo. L’episodio migliore è proprio questo, si respira l’aria delle precedenti stagioni e finalmente la tecnologia raccontataci si avvicina alle app di dating – come ad esempio Tinder o Badoo – dei giorni nostri. Ambientato all’interno di un futuro distopico, ogni essere umano all’interno di questo splendido resort ha in dotazione uno schermo portatile con un’I.A. (denominata Coach) che li guida a trovare l’amore della loro vita. Controindicazioni? Puoi stare con quella persona solo per il tempo stabilito dal sistema. Così che si vivano numerose esperienze che consentono alle persone di trovare il compagno della propria vita. I nostri protagonisti, ovviamente, si innamorano e sono costretti a sperare che il sistema li faccia incontrare, dubitano dello stesso e vogliono ribellarsi in nome di un amore più umano. In questo episodio funziona tutto: i tempi narrativi, l’ironia, la trama e in particolar modo – cosa fondamentale in Black Mirror – le implicazioni che ha sui protagonisti questo progresso tecnologico. Questa volta l’episodio spara dritto al sentimentalismo dello spettatore che finalmente può cogliere tutto quel disagio emotivo che ci lascia Hang the DJ.


Metalhead

Altra sorpresa positiva di questa stagione, Metalhead è un episodio particolare e bellissimo da vedere. Interamente in bianco e nero, è certamente l’episodio più sperimentale dell’intera serie di Black Mirror. In un futuro all’apparenza post-apocalittico, un gruppo di “ribelli” si intrufola in un magazzino per rubare qualcosa di cui non conosciamo propriamente l’esistenza. Le conseguenze sono tragiche perché, a fare da guardia a questa merce, è una sorta di cane robotizzato che: riesce a tenere traccia dei ladri tramite un localizzatore, può guidare le vetture tramite il sistema computerizzato ed è armato fino ai denti. Più che un episodio di Black Mirror sembra un mediometraggio exploitation, uscito direttamente dagli anni ’80 (e questa volta non mi lamento del revival perché è un episodio tecnicamente e qualitativamente perfetto). La gamma cromatica del bianco e nero, la giusta scansione dei tempi d’azione e la forte sperimentazione cozzano però con la durata striminzita dell’episodio (solo quaranta minuti) che sicuramente – essendo uno dei più “forti” – sarebbe potuto durare di più per poter rispondere a qualche domanda interessante (perché l’essere umano ha avuto bisogno di quel cane robotico così spietato?), ma ci accontentiamo lo stesso.


Black Museum

L’ultimo episodio stagionale si conferma – insieme ai precedenti due – tra i migliori della serie: benvenuti nel Black Museum di Rolo Harley o – se preferite – di Charlie Brooker. Già dal titolo infatti intuiamo che abbia a che fare col mondo dello stesso Black Mirror, il Black Museum racchiude tutta quella tecnologia (e le storie dietro di essa) che hanno contribuito a compiere gesti criminali: un vero e proprio museo dell’orrore tecnologico con a capo un ambiguo figuro, il tale Rolo Harley. La protagonista, altrettanto ambigua, sarà stranamente l’unica visitatrice del luogo. Mi fermo qui, anticipando che questo episodio è sì, molto fan service, ma allo stesso tempo rappresenta una sorta di metanarrazione nell’universo di Black Mirror, azzardo anche dicendo che forse – arrivati ad un punto morto (di creatività) con questa quarta stagione – Black Museum possa rappresentare la fine ideale per l’intera serie, più che per la singola stagione.

 


Conclusioni

Questa quarta stagione, nonostante le premesse, si è rivelata una grossa delusione che innalza la qualità solo dal quarto episodio in poi, forse la formula a sei (prima erano tre episodi per stagione) portata avanti da Netflix dalla terza stagione non funziona poi così tanto; per la serie meglio pochi ma buoni. Indubbiamente questo calo – non tecnico – ma a livello dei contenuti, era già iniziato con la terza stagione: qui invece la direzione sembra essere totalmente cambiata, Black Mirror lasciava innanzitutto a disagio, raccontava del progresso tecnologico e di come esso modificasse la vita dell’essere umano, ci spaventava a morte anche se parlava di un futuro distante. Ora invece ci fa osservare la tecnologia (e chi la utilizza malamente) con distacco ed apatia, se dapprima era un prodotto che raccontava con lucidità la cinica distopia scatenante dall’uso delle macchine tecnologiche, ora racconta storie di semplicissima fantascienza.

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