Consumismo, finto benessere e male di vivere: la condizione dell’uomo 2.0

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Saffo: Ma tu lo senti questo tedio, quest’inquietudine marina?

Schiuma d’onda, Cesare Pavese

Esiste un’espressione usata nel linguaggio comune, quella del “tutto e niente”, utilizzata perlopiù per giustificare il tono di uno stato d’animo indecifrabile – una sorta di limbo catatonico agglomerato nello sterno – a cui non si è in grado di conferire un’esatta definizione.

C’è quel qualcosa, non ha un nome, eppure è, lo respiriamo, lo inghiottiamo assieme al cibo e non lo digeriamo; è un sentimento microscopico, un flusso intangibile, invisibile, di materia vergine, molecole distinte che riflettono l’unicità e l’autenticità. È come un dolore sordo, temperato, che consuma a poco a poco, di lieve impatto nel breve periodo, una fibra di amianto nel tessuto spugnoso dei polmoni che attende, silenziosa.

Ci si sente proprio come quel tutto e niente insignificante, esseri ameboidi dagli occhi vitrei, incapaci di confondersi con la realtà e divenirne parte attiva. Viene difficile, insomma, sentirsi vivi. Si sta lentamente sgretolando l’interesse a infiammare la vita propria, a illuminarla di luce e vanità, a correggerla di amor proprio.

Eppure, noi contemporanei, viviamo nel periodo più florido e ricco che si sia mai conosciuto, non rischiamo di morire per una tonsillite, bene o male il pane quotidiano ce lo portiamo a casa tutti (se non si è così sfortunati da nascere nel terzo mondo, chiaro), e possiamo vantare di un’aspettativa di vita lunga e prosperosa.

Abbiamo libero accesso a un catalogo infinito di film in streaming, possiamo scaricare centinai di dischi al giorno e ascoltarceli a tutto volume da un paio di casse Bose mentre ci accendiamo una Chesterfield sorseggiando te verde ghiacciato. Possiamo connetterci a Internet ogni secondo, restare in contatto con tutto e tutti, leggere i quotidiani online, mandare messaggi, audio, video, foto, catalogare la nostra vita per filo e per segno e condividerla con il resto del mondo – usanza megalomane tipicamente consumistica.

Londra, Berlino, Tokyo, Tenerife, Praga, Amsterdam: tutte mete raggiungibili senza nessuna fatica. Occorre solamente pagare il costo del biglietto e ci si può imbarcare su un aereo che atterrerà su terre straniere, sconosciute, tutte da godere.

Abbiamo i ristoranti: cinesi, messicani, indiani, giapponesi, italiani, di cucina tipica, di cucina sperimentale; e i cinema e le sale giochi e i musei gratis e le mostre e le iniziative culturali.

Non siamo, noi contemporanei, i più fortunati di tutte le generazioni che ci hanno preceduto su questo meraviglioso pianeta popolato da una fauna e una flora sorprendentemente ricca e variopinta? Diciamocelo tutti in coro: sì.

Ebbene, il mal di vivere, quel disturbante tutto e niente, l’asprezza d’animo, sono tutti sentimenti condivisi nel tempo da milioni di persone. L’arte e la letteratura di ogni epoca si sono soffermate spesso e volentieri sull’insoddisfazione dell’uomo, sulla cronica malattia interiore generatrice dei più profondi quanto irrisolti quesiti: chi siamo, perché viviamo, da dove veniamo, cos’è la vita? Sono secoli che l’uomo si tormenta su questioni di questo genere senza uscirne vivo.

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Edvard Munch, Malinconia, 1891

Il punto focale, però, è un altro: non si tratta di soffrire; si tratta di come si soffre.

Le modalità con cui l’uomo del ventunesimo secolo prova intima sofferenza e tedio e assenza di vitalità sono da ricollegare al contesto che lo circonda, e più nel dettaglio, alle migliaia di stimoli, influssi, condizionamenti, pulsioni che lo bombardano quotidianamente nell’interezza della sua esistenza.

Le persone hanno tutto, e tutto continuano a desiderare, a ricercare. È una tendenza maldestra e improduttiva per l’accrescimento personale, poiché arreca unicamente insoddisfazione. L’individuo insoddisfatto protrae la sua insoddisfazione al di fuori di sé, la fa circolare come fosse un bene comune, come fosse l’acqua e il pane, beni ordinari di prima necessità. X paga per l’oggetto Y spinto da un senso di incompletezza, a causa della triste smania di salvaguardare il suo umore traballante in forza di qualcosa che lo possa appagare nell’immediato. E il consumismo altro non fa che alimentare spropositatamente questo circolo vizioso.

L’uomo occidentale, a differenza di quello orientale – tendente alla spiritualità e al minimalismo della vita – è al pari di un essere sovrappeso che persiste a inghiottire cibo spazzatura ben consapevole di nuocere alla sua salute. Ma il paradosso sta nel fatto che, a ogni specchiata, l’obeso, con lo sguardo triste e rassegnato, contempla gli spessi e flaccidi rotoli di grasso che si addossano l’uno sull’altro tragicamente. Si riveste, si affaccia alla dispensa e ricomincia a mangiare con più frenesia di prima, annegando la sua frustrazione nel cibo.

E lo stesso discorso vale per l’uomo contemporaneo. Vive in costante debito di vita. Vivacchia disperatamente le giornate accomodandosi su valori superflui, arrovellandosi il cervello su questioni che non meriterebbero importanza, si distacca dai nuclei sociali, si chiude in se stesso, i rapporti crollano, è sempre più difficile e complicato riuscire a ritagliarsi il proprio spazio e trovare, ma soprattutto scegliere, la propria strada. Ed è ecco che ci si rifugia nel mesto consumismo, si cade nella trappola congegnata da qualche dio perfido appositamente per alleggerire il peso delle anime turbate dal niente che affligge l’epoca attuale.

L’uomo medio contemporaneo torna a casa la sera dopo aver lavorato una giornata svolgendo una mansione considerata da quest’ultimo stimolante e produttiva per se stesso e per gli altri; se è fortunato al suo ritorno ci sarà qualcuno con cui cenare mentre ci si racconta la giornata o più banalmente con cui guardare quelle quattro facce da cazzo che compaiono sullo schermo della televisione. Magari, dopo cena, si stenderanno sul divano Ikea a quattro piazze e sceglieranno assieme un bel film o l’ultima stagione di Narcos su Netflix – abbonamento mensile da 9,99 euro compreso di HD e trasmissione in contemporanea su ben tre dispositivi. Sennò si farà l’amore sul letto matrimoniale comprato da Mondo Convenienza. Si sentiranno stanchi dopo le giornate estenuanti che hanno trascorso e spegneranno l’abat-jour arrivata direttamente a casa loro dai magazzini di Amazon.

Si sveglieranno la mattina in una bella casa confortevole, compresa di tutti gli accessori e i comfort possibili. Che vita meravigliosa.

Respiralo il tedio.
Respira.
A gran boccate.
Respiralo.

Cover image: Edvard Munch, Sera sul viale Karl Johan, 1892

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3 comments

  1. occorre fare molti, troppi distingui: sul male di vivere “esistenziale”, quello legato ai “macro o micro-avvenimenti” intorno a noi, quello “dentro di noi / di natura psico-patologica” (indipendente da fattori esterni o esteriori) e quelle legati al modus vivendi o atteggiameneto del vivere concreto, su cui possiamo e dobbiamo “a-gire” (nel senso nobile del termine). Discorso quindi articolato non possibile da ricondurre al fazioso concetto di capitalismo: i soldi servono eccom: per poter scegliere o avere la forza di NON scegliere.

  2. Analisi interessante che in parte condivido. La cosa piú interessante peró, una volta riconosciuto questo sentimento di tedio che contagia sempre piú uomini contemporanei, sarebbe cercare di delineare una possibile seppur difficile via di uscita, che ci conduca a ritrovare la nostra umanità. Riconoscere un problema é il primo passo verso la sua soluzione, ma prenderne coscienza e continuare a sottolinearlo senza sforzarsi ad indagarne e/o discuterne un’eventuale soluzione alla lunga credo risulti essere una pratica sterile e/o un mero esercizio di stile da intellettualli.. mi ritorna in mente l’uomo sovrappeso davanti allo specchio.. riconosce il suo malessere e ne conosce le cause ma nonostante questo riprende ad abbuffarsi di cibo spazzatura con rinnovata foga.. una volta riconsciuto il problema, la domamda é: come uscire dal loop? È a questa domanda che gli intellettuali in primis dovrebbero sforzarsi di rispondere.. al momento in molti sappiamo riconoscere che il paziente é malato ma chi prova ad individuare una possibile cura o perlomeno tentar di illuminare la via? Abbiamo un disperato bisogno di ció per tenere viva la speranza e non rassegnarci a una vita fatta di lavoro, netflix, relazioni superficiali e una peropdica specchiata prima di rienteare nel loop.

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