Cinema, critica e giudizio: che cos’è un capolavoro?

All’indomani di un’uscita cinematografica, per chi frequenta i social network, è difficile non essere sommersi da una vastissima ondata di opinioni più o meno autorevoli riguardo a un film. Sia chiaro, chiunque, anche chi non conosce propriamente il linguaggio cinematografico, può dire la sua su una pellicola, a patto che cerchi un’adeguata argomentazione. Il problema invece sorge nel momento in cui ci si lascia andare a veri e propri vizi linguistici e culturali. Il mantra che ascoltiamo è sempre lo stesso: “Questo film è un capolavoro”. Spesso addirittura “Assoluto”.

Anzitutto, diciamolo preliminarmente per non dar luogo a fraintendimenti: la parola capolavoro viene adoperata male e totalmente a sproposito. Si tratta, come già detto sopra, di un abuso linguistico e culturale che non fa nient’altro che impoverire il dibattito e la discussione intorno a un prodotto artistico. Provando a immaginare una bilancia, potremmo dire che il peso sia totalmente sbilanciato o verso un braccio o verso un altro: si crede ormai che un film possa essere definito soltanto o capolavoro o ciofeca (vale qualsiasi altro sinonimo dispregiativo). I nostri nonni direbbero: “Non esistono più le mezze stagioni”.

Durante l’ultima festa del cinema di Roma si è svolto un dibattito fra critici e teorici del cinema in cui si è discusso dello stato attuale della critica. Una dei partecipanti all’evento è stata Annette Insdorf, docente di Film Studies, che già parecchi anni fa si era posta il problema di una definizione del concetto di capolavoro provando a darne una formulazione attraverso una griglia valutativa tripartita.

Possiamo definire una pellicola un capolavoro se:

  • Il racconto è coinvolgente, ben strutturato in base a ciò che il film vuole proporre sullo schermo;
  • Lo stile del film è adeguato a ciò che si intende raccontare;
  • Il linguaggio filmico adoperato porta lo spettatore a ricordare e apprezzare la pellicola anche dopo molto tempo

Si tratta chiaramente di una griglia che non può essere definita assolutamente oggettiva o scientifica ma che mette ben a fuoco la questione. Se proprio dovessimo usare la parola capolavoro dovremmo farlo consapevoli di riferirci a un film che rispetta a pieno questa unione fra forma e contenuto (i primi due punti della griglia) a cui però va aggiunta una dimensione storico-temporale (il terzo punto della griglia).

Facciamo alcuni esempi per comprendere meglio questa griglia valutativa.

Alien ebbe dei responsi misti appena uscito: ci furono pareri ampiamente positivi ma la rivista Time Out scrisse che il film era privo di potenza immaginativa, nonostante i buoni espedienti tecnici messi in scena dal regista.

Apocalypse Now soffrì di un’accoglienza molto simile, tant’è che Frank Rich del Time scrisse che “mentre gran parte delle scene tolgono il fiato, Apocalypse Now è emotivamente ottuso e intellettualmente vuoto”.

Shining fu stroncato dalla rivista Variety, che accusò Kubrick di avere rovinato completamente tutto ciò che aveva sapientemente costruito Stephen King.

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Stanley Kubrick

Alla luce di questi esempi, possiamo capire meglio quanto sia necessario operare una nuova declinazione del concetto stesso di capolavoro.

Possiamo usare questo termine soltanto all’interno di una prospettiva storica intendendolo come capo-lavoro: un’opera che rappresenta un nuovo inizio, una nuova strada all’interno della storia del cinema. Non è quindi il critico che deve utilizzare questo termine ma lo storico del cinema che, a posteriori, studiando un periodo, una tecnica, un autore, ne individua degli iniziatori, dei progenitori che hanno creato un fondamento, un sostrato su cui si sono costruite molteplici narrazioni cinematografiche. Uno storico opera sul passato che ci è giunto attraverso una serie di stratificazioni, di numerose visioni, di incontri-scontri tra varie strade e tradizioni artistiche. Ci restituisce questo passato per ciò che è, operando un ripensamento ed eliminando le varie incrostazioni linguistiche e culturali che si sono inevitabilmente formate nel corso del tempo.

Spesso nei dibattiti ci sentiamo dire quella fatidica frase: “de gustibus non est disputandum”. Questa frase ammazza completamente il dialogo, rappresenta la pietra tombale di ogni discussione. Certo i gusti personali non si discutono, ma il compito del critico – nella sua accezione più ampia – è quello di aprire e sezionare la pellicola, mostrandoci ciò che essa effettivamente è. L’opinione soggettiva permane sempre ma questa deve essere anticipata da una presa di posizione su ciò che effettivamente il film mette in scena. Non bisogna dunque lasciarsi abbandonare a ciò che l’opera non è, a ciò che dovrebbe essere, a ciò che noi vorremmo che fosse in base alle attese e ai pregiudizi che abbiamo. Per questo la sfida per il critico, come scrive magistralmente Anthony Scott, non coincide con il “rimanere a proprio agio nei nostri pregiudizi o confondere giudizi automatici con un’operazione di sensibilità”. Anzi, esattamente all’opposto, il confronto con un prodotto artistico è un’occasione straordinariamente unica per mettere in crisi il proprio preconcetto non solo verso tale prodotto, ma anche verso chi ascolterà o leggerà la nostra opinione a riguardo.

Ognuno oggi può farsi critico e il pluralismo della società in cui viviamo ci spinge altrettanto a farlo: stelline, voti, sondaggi sui social network sono un lampante esempio. Il critico sarebbe quindi una figura totalmente anacronistica. Ma le cose non stanno esattamente così. Se quotidianamente siamo abituati a far valere la nostra opinione attraverso una prevaricazione del nostro gusto su quello dell’altro, il critico non può che farci da guida nella battaglia contro una certezza vista come assolutamente granitica e che tale non è.

Cover image: Viale del Tramonto, di Billy Wilder, 1950

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