Lucky dei Radiohead: come salvarsi dal mondo che ti annienta

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«Music is power» canta più volte Richard Ashcroft in un famoso omonimo brano dell’album Keys to the world, il terzo della sua carriera solista, dopo il successo con i Verve in piena Britpop era.

Scriveva il filosofo Martin Heidegger, commentando un quadro di Van Gogh, che l’opera d’arte (e dunque perché non una musicale) schiude un mondo: quello dell’artista, che si mostra davanti allo spettatore.

Aggiungeremmo che non solo rivela il mondo di chi la progetta e realizza, ma anche di chi ne fruisce, permettendo addirittura un confronto, un incontro (percependo un vissuto comune, comuni esperienze ed emozioni, oppure un profondo distacco) tra tali mondi.

Così alcuni brani presentano dei messaggi, ci dicono qualcosa (talvolta esplicitamente, altre volte meno), che possono renderci consapevoli per cambiare noi stessi, e magari (almeno un po’!) anche il mondo.

Questa è la potenza della musica, che ha la particolarità di essere una forma artistica immediata e diretta, di cui parla Ashcroft. Può farci immaginare, attraverso la voce di John Lennon, un mondo diverso, quasi angelico, fatto di pace e di valori degni di essere chiamati umani.

È su questa linea interpretativa che poniamo Lucky dei Radiohead: pezzo situato alla fine dell’album Ok Computer, collocazione molto probabilmente non casuale.

Leggendo il testo emerge l’idea dell’amore come via d’uscita dalla monotonia solipsistica, data dalla quotidiana dialettica produzione-consumo, di ciò che chiamiamo il postmoderno che l’album, con una incredibile genialità creativa, descrive accuratamente. L’album dunque riserva alla fine la possibilità di un cambio di rotta.

Le cose non sono però così semplici: questa svolta può ucciderti («Kill me Sarah, kill me again with love»), ma questo rischiare è ciò che da significato e rende la vita degna di essere vissuta, pur restando appesi ad un filo («we’re standing on the edge»).

E così la persona amata può, come abbiamo visto, ucciderci, ma anche, e soprattutto, salvarci («pull me out of the aircrash, pull me out of the lake»). E non possiamo limitarci a ricevere, ad aspettare l’altro, ma dobbiamo essere attivi in primis, pronti per colmare la finitezza che rende necessario il confronto con l’alterità («‘cause I’m your superhero»).

Il famoso detto «L’unione fa la forza» vale adesso più che mai, in un mondo che tende ad alienarci e a renderci automi, ingranaggio di una macchina che non vogliamo, ma che non abbiamo la forza di combattere. Questo ciò che nasconde la strofa che segue il primo ritornello: «the head of the State (il “potere”) has called for me by name, but I don’t have time for him, it’s gonna be a glorious day».

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