La Galleria di Stampe di Escher, il dipinto che solo un computer riuscì a terminare

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Maurits Cornelis Escher fu un genio con pochi eguali nella storia dell’arte moderna, per diverse ragioni. Annoverabile tra uno dei grandi ispiratori dei rompicapo visivi e degli effetti ottici contemporanei, la sua è un’arte che colpisce in maniera immediata anche lo spettatore carente di alcuna preparazione artistica o conoscenza pregressa. In questo senso è pop art anche più che Andy Wahrol e Roy Lichtenstein, in quanto apprezzabile senza la necessità di studiarne le intenzioni o le filosofie. Nel caso di Escher, la filosofia coincide col risultato visivo: rappresentare l’infinito, lo scherzo ottico, la metamorfosi, la combinazione degli opposti, l’impossibile, attraverso l’uso di costruzioni essenziali, per le quali non servono quasi mai i colori.

Le sue opere più celebri sono anche quelle in cui l’effetto visivo e concettuale dietro all’intuizione appare chiaro e diretto: Relatività, Mano con Sfera Riflettente, Incontro, Mani che Disegnano, Cascata, quadri che avvolgono lo spettatore perché rappresentano prospettive, coincidenze o concetti impossibili, disegnati tramite trucchi al limite dell’incredibile. C’è un quadro, però, che sebbene abbia un impatto immediato minore rispetto ad altre sue opere, sottende una complessità e un’ambizione molto più grande e include dei concetti matematici avanzati, di cui persino Escher stesso non aveva conoscenza completa al momento della realizzazione. È la Galleria di Stampe, del 1956.

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M. C. Escher, Galleria di Stampe, 1956

L’idea dietro a questo dipinto è di rappresentare la proiezione infinita dell’immagine. Il protagonista è il ragazzo sulla sinistra, che osserva una raffigurazione in una galleria d’arte. La scena marittima che osserva contiene a sua volta l’ambientazione in cui lui e la galleria stessa esistono. A rendere il concetto ancora più complesso, Escher ha applicato una trasformazione geometrica che contorce il quadro facendolo esplodere nella parte destra, in modo da tornare in continuità con la galleria in cui è presente il protagonista. Il giovane osserva la scena che contiene il giovane stesso. Al centro di questa trasformazione impossibile, Escher ha lasciato uno spazio bianco con la propria firma. Secondo la leggenda, non era stato di fatto in grado di completare quello spazio, e non era nemmeno sicuro che fosse possibile.

Il mito storico vuole che Escher non fosse particolarmente brillante, né nelle discipline artistiche (diceva spesso di “non saper disegnare granché”) né in quelle scientifiche e matematiche. Eppure l’attività artistica intrapresa dopo la scuola lo mise sempre più a contatto coi matematici contemporanei, e mentre era in vita scopriva spesso di star usando principi geometrici che lui non conosceva nemmeno. Si racconta che il quadro qui sopra gli diede diversi mal di testa. Una volta finito, il dibattito passò a quelli che sembravano essere i veri destinatari di questa rappresentazione: i matematici.

Il più completo degli studi a posteriori sulla Galleria di Stampe di Escher fu pubblicato nel 2003 da due matematici dell’Università di Leida, in Olanda. Lo trovate qui: 12 pagine di analisi, scomposizioni, griglie e formule matematiche, che analizzano in dettaglio il processo che diede vita all’opera e la struttura geometrica che ci sta dietro. Una volta precisata la matematica delle leggi che governano quell’opera, il passo successivo è stato il colpo di scena: grazie a un software sviluppato da uno degli studenti dell’Università, la scienza è finalmente riuscita a riempire lo spazio bianco. Con una ripetizione ricorsiva della stessa immagine, contorta su sé stessa e contenente sé stessa, all’infinito. Il cosiddetto “effetto Droste”, in cui un’immagine contiene al suo interno una copia infinita di sé stessa. Esattamente come l’avrebbe voluta Escher.

Anni dopo, il Parco della Scienza di Granada pubblicò questo video su Youtube, che riuscì a spiegare la geometria impossibile di Escher anche ai non-scienziati. Una ricostruzione tutt’ora proiettata all’Escher Museum de L’Aia, che dà sempre una sensazione di capogiro ogni volta che lo si vede. E che ti fa fare diverse domande su quanto il genio sia in grado di arrivare là dove i suoi stessi limiti gli impediscono di comprendere.

 

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