Quella volta che Tony Iommi dei Black Sabbath esordì solista (e disse no ad Eminem)

Definire, o peggio riassumere in breve, l’attività di quasi mezzo secolo di carriera di Tony Iommi è un qualcosa di arduo. La banalità è dietro l’angolo quando ti riferisci alla “mano sinistra” che ha praticamente dato alla luce il Metal da un incidente in fabbrica che gli fece perdere un paio di falangi. Una menomazione diventata arma leggendaria grazie agli insegnamenti della musica di Django Reinhardt (che suonava praticamente con solo indice e medio) e un paio di protesi fabbricate autonomamente. Il semitono più basso e l’immancabile Gibson, sono diventate un trademark emulato da migliaia di talenti a sei corde in tutto il mondo.

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I Black Sabbath nel 1970: Geezer Butler, Tony Iommi, Bill Ward, Ozzy Osbourne

È stato uno dei fondatori dei Black Sabbath e l’unico membro sempre presente nella band dagli esordi ad oggi, ma nonostante ciò, mediaticamente si fa ancora difficoltà ad emancipare il logo dei Black Sabbath dall’egida di Ozzy Osbourne. Al singer infatti il fato ha sempre sorriso, complice una moglie abile a fabbricare spesso la strategia giusta per mantenerlo sulla cresta dell’onda: tra gruppi spalla (ad esempio i Metallica di Master of Puppets) e gregari talentuosi, un festival creato ad hoc con le giuste presenze (Ozzfest) e un celebre reality show su Mtv. Il principe delle tenebre ha sempre potuto fare un ricambio generazionale, abbeverandosi di un sangue constantemente “giovane”. Iommi vive il paradosso di essere stato il “vero” Sabbath (l’unico presente in ogni album della band), perdendo però i riflettori nonostante diversi ottimi lavori post 1978.

Nel 1986 ci va vicino a realizzare il suo esordio solista, ma la Warner Bros si impunta a farlo uscire con il moniker della sua band d’origine per ragioni monetarie, nonostante la lineup fosse oramai sfaldata. Quattordici anni dopo, nel 2000, il chitarrista decide di riprovarci: la sfida è quella di prendere dieci cantanti per altrettanti brani, imbastendo un disco che suoni omogeneo, grazie a quelle sei corde, chiamate a fare da collante in un perimetro che andasse dall’ugola di Billy Idol, passando per Dave Grohl, circumnavigando Skin.

Scegliere gli interpreti non fu facile, il chitarrista fu costretto a scartare un brano con Scooter Ward (dei Cold), declinare all’ultimo la candidatura di Kid Rock e, notizia proprio di pochi giorni fa (confessata a Ryan J.Downey al Musicians Institute), nientemeno che Eminem.

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Eminem nel 2000

Il biondo artista di Missouri in quell’anno stava godendo il successo planetario grazie al The Marshall Mathers LP, che finirà per vendere oltre 20 milioni di copie nei successivi 5 anni. Eppure, nel periodo di gestazione dell’album Metal, Tony non conosce l’artista, al punto da dire no all’offerta del giovane rapper sin dal principio. Probabilmente Iommi era anche rimasto scottato dalla precedente featuring verso quei territori musicali, che aveva portato nel 1995 alla poco fortunata collaborazione con Ice T e soci per il penultimo (e probabilmente peggiore) disco dei Black Sabbath. Da allora solo una fugace apparizione assieme ai Wu-Tang Clan per la compilation meteora Loud Rocks, che di fatto calava un po’ il sipario anche in generale sui matrimoni tra Metal/Hard Rock ed Hip Hop, lo stesso stile sonoro stava oramai naufragando nelle band facenti parte del trend Nu Metal. Tony Iommi voleva iniziare il millennio sfruttando le armi che aveva già nella sua faretra e così fece.

L’apertura venne affidata al mattatore Henry Rollins, artista da sempre imbevuto nel Sabba fin all’ultimo periodo metallico dei Black Flag sino ai più “crossoveristi” Rollins Band. La sua Laughing Man (In the Devil Mask) evidenzia una potente sinergia allievo/maestro e un efferato mordente. Il secondo brano rappresenta più una scommessa che può farci un pò sorridere oggi, perché la guest al microfono è Skin, che noi italici ultimamente identifichiamo più vicina ai suoi rilanci di carriera come giudice di X-Factor che per la qualità dei suoi presenti Skunk Anansie. Ma la band, negli esordi, aveva dato discrete prove di un sound asciutto ed alternative, cattivo quasi quanto un disco dei Rage Aganist. In Meat appunto la vocalist sorprende, vestendo i panni di una plumbea interpretazione con tanto di semi acuti a la King Diamond. Segue forse il brano più scarico della raccolta, nonché singolo, Goodbye Lament con alla voce Dave Grohl, che non riesce del tutto a non “Foo Fighterizzare” il pezzo, mancando anche del giusto piglio insidioso ed ispido dei suoi colleghi: paradossalmente la sua prova come batterista del pezzo risulta molto più efficace di quella dietro al microfono.  Risulta invece perfetta Time Is Mine con un granitico Phil Anselmo: un vero tifone che ringhia sui riff sferraglianti di Iommi. Volendo immaginare un tassello da inserire nei Black Sabbath tra Forbidden e 13, fantasticherei con la presenza dell’ex Pantera per una ipotetica lineup davvero divina. Altri due pezzi vennero composti con lui nelle session, ma venne alla luce solo Inversion of the Saviours in qualche canale di file sharing.

Serj Tankian, tra le nuove scelte selezionate, è forse il vocalist più vicino alla timbrica acuta da Banshee alla Ozzy, anche per questo, la sua Patterns svolge abbastanza il compitino, parti recitate escluse. Billy Corgan ripesca le lezioni già assimilate soprattutto in Siamese Dreams e Gish, confezionando con Tony una misteriosa quanto luciferina Black Oblivion. Il pezzo è il più lungo del lotto, avvalendosi di diverse incisive sezioni strumentali bagnate di Stoner, Grunge ed Heavy Metal, in alchimia con il batterista Kenny Aronoff, che aveva già suonato con lui nel tour di Adore.

La settima è un tennistico doppio con un altro grande artista che, in quegli anni, aveva perso il sorriso della dea mediatica: Ian Astbury, che con i suoi Cult si era smarrito tra fascinazioni alternative rock e disilluse reunion, in Flame On però si comporta bene, azzeccando il ritornello catchy e lasciando a Iommi tessere la giusta atmosfera funerea. L’indimenticato frontman dei sarcastici Type 0 Negative, Peter Steele, impreziosisce l’ottava traccia, Just Say No to Love, forse la più raffinata e sofferta, con tanto di presenza di drum machine e alcuni archi. Tony era rimasto molto impressionato dalla sua cover di Black Sabbath (presente in Nativity in Black: Vol 1 del 1994), nella sua autobiografia descrisse Peter come un bravo ragazzo che si era letteralmente scolato una bottiglia di liquore alla goccia prima di incidere le sue parti vocali.

Se fossimo in un telefilm, per descrivere la nona performance Who’s Fooling Who, sarebbe facile utilizzare scherzosamente il termine di “Fan Service”, perché celebra una sorta di reunion Sabbathiana senza Geezer Butler. Come gli inediti presenti come bonus tracks nella raccolta live Reunion di due anni prima, parliamo di un bel pezzo un po’ puttana, cioè che sa dove spingere per ottenere ciò che vuole (soprattutto pensando alla seconda parte della composizione). La prova di Ozzy è sicuramente all’altezza, riconsegnandogli un pathos che con i suoi dischi solisti aveva a mano a mano smarrito. Bill Ward invece decisamente più in ombra, mancandogli quello swing un po’ Jazz che aveva reso le sue pelli così preziose nel suono divenuto leggenda. Il batterista che meglio interpreta il mood dell’opera è probabilmente il Soundgarden, Matt Cameron: nel Drum Kit per quasi mezzo disco, sempre con il giusto piglio e personalità. Di certo la sua band d’origine era già un bel biglietto da visita per orientarsi bene in questo lavoro. La sua esperienza fornisce una marcia in più all’epilogo, Into the Night, in cui partecipa il suo collega Ben Shepherd e un eccezionale Billy Idol, altra rivelazione positiva quasi inaspettata in questi contesti. Il terzetto è un altare perfetto in cui ergere un totem sonoro come Iommi, al quale in generale andrebbero molti plausi per questo brillante esordio 2.0.

È facile per un vocalist conservare l’identità in una carriera solista da dietro al microfono, mentre con il jack da collegare all’amplificatore è più raro: chiedere a Page, Slash e a tanti suoi colleghi che per anni hanno provato ad ottenere un equilibrio che riuscisse a bilanciare il lato qualitativo senza minare il proprio trademark. Il papà del Metal ci riuscì a 52 anni compiuti, riprendendo in mano il timone della sua carriera, nonostante gli incassi non furono esagerati (solo 129 nella classifica Billboard) e una reperibilità attualmente difficile del titolo, andato criminosamente fuori catalogo e senza una doverosa remastered, nonostante la palese quantità di materiale delle session rimasto fuori la porta. Intanto resta questa firma indelebile nella storia: quel IOMMI scritto a caratteri imponenti nella copertina, senza ulteriori dettagli che distraggano l’ascoltatore.

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