Il realismo magico del primo film di Denis Villeneuve: Un 32 Août sur Terre

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Per un attimo – concedetemelo – lasciamo da parte i film ad alto budget del regista canadese più chiacchierato del momento, Denis Villeneuve. Lasciamo da parte Blade Runner 2049, Arrival, Sicario. Torniamo indietro nel tempo, abbandoniamo il XXI secolo, e catapultiamoci nel 1998, anno di uscita del lungometraggio d’esordio di Villeneuve: Un 32 Août sur Terre.

Un film sconosciuto ai più, quasi introvabile – specialmente in Italia dove non è nemmeno stato localizzato – che venne presentato alla cinquantunesima edizione del Festival di Cannes, nella categoria Un Certain Regard, dove ottenne un giudizio fortemente positivo e garantì al regista un’ottima vetrina nella quale mettersi in mostra.

Un 32 août sur terre è un film strano, semplice e allo stesso tempo complesso. Non un’opera di facile comprensione ma nemmeno di esagerata difficoltà interpretativa. Già dal titolo possiamo intuire il carattere onirico-fantastico della pellicola: un trentadue di agosto sulla terra. Sembra quasi un film fantascientifico, vero? Ebbene, non è così. È realismo; realismo magico.

La storia riassunta è concisa: incidente d’auto che apre il film, l’eccentrica donna coinvolta che sopravvive miracolosamente, Simone, cambia totalmente percezione del vivere la vita – decide che è tempo di dare una svolta totale – è tempo di avere un figlio e rinunciare a tutto ciò che la circonda: lavoro, viaggi, piacere. Il prescelto che dovrà donare la vita? Il suo migliore amico, restio nell’accettare e ancor più timoroso a scappare. Il luogo dove concepire, invece? Il deserto nei pressi del Gran Lago Salato nella contea di Salt Lake City, negli Stati Uniti. Volete sapere se ci riusciranno? Non voglio rovinarvi la sorpresa.

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“Ma tu non mi ami come ti amo io e se faccio l’amore con te… sono fottuto. Non è bello da dire ma è per questo che boicotto tutto e me la do a gambe, è pura autodifesa, tutto va in pezzi, è la fine di un’era, ti amo.”

Nella lettura qui sopra la storia non ha dei risvolti contorti, si dà il caso però che Villeneuve sia un abile croupier nel gioco cinematografico: mischia le carte in tavola continuamente. Tutta questa sua abilità è data da più fattori che – unendosi – creano un prodotto di pregevole fattura: la sua capacità registica e i movimenti di macchina – frenetici, quando bisogna mettere impazienza allo spettatore, lenti ed evocativi quando il racconto diviene pacato e placido – gli stretti primi piani compulsivi – i grandi campi lunghi, gioia per gli occhi. La forte componente dell’imprevisto e dell’intreccio nella sceneggiatura che – per quanto ne possa risultare scontato un uso eccessivo di entrambi questi due fattori – è in realtà la carta vincente della pellicola, che conferisce all’opera la peculiarità di una commedia dolcemente ricercata che fonde le basi con elementi al limite del favolistico. D’altronde – come intuibile dal titolo – la divisione giornaliera dei mesi non è quella reale: non esiste nel film il limite di 31 giorni, si procede per 32, 33, 34 e così via. Villeneuve annulla il tempo proprio come la protagonista annulla la sua vita per cercare di concepire un figlio: cosa rappresenta dunque il figlio e perché si lega alla nozione di tempo? La risposta principale è quell’incotrollabile voglia di lasciare ai posteri la proiezione di sé nel tempo, quello stesso tempo che annullandosi si dilata e procede senza che lo spettatore – abituato al reale – ne ottenga una vera e propria percezione realistica, così da farlo immergere in una sorta di visione onirica della realtà filmica.

Nouvelle-Nouvelle Vague, così definirei il genere della pellicola, un omaggio ai grandi registi francesi, e a Truffaut in particolare: non è un caso che molte tra le inquadrature ci ricordino uno dei film più belli (e discussi) del cineasta francese: Jules et Jim.

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Villeneuve prende un po’ di qua e di la, ci mette del suo, mescola il tutto e ci restituisce una commedia ricercata che – nonostante i limiti di budget e un cast senza nomi di livello come quelli al quale è abituato ora – non è un azzardo definire Un 32 août sur terre il suo lungometraggio più poetico e personale – con buona pace di chi conosce solo i suoi film da Prisoners in poi.

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