C’era una volta il post-punk: Three Imaginary Boys dei The Cure

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Se vi chiedessimo di dirci i primi tre nomi che vi vengono in mente pensando alla new wave, scommettiamo che uno di questi sarebbe i Cure. Robert Smith e la sua banda hanno lasciato un segno indelebile nella storia di quel genere e di tutta la musica, lui stesso è diventato un’icona con i suoi capelli neri cotonati, gli occhi truccati e le labbra dipinte di rosso. Chiunque ascoltasse brani post-punk si vestiva e si truccava come lui, ragazzi e ragazze, e per certi versi è tutt’ora così.

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The Cure, anno 1979

Il movimento dark in Italia è arrivato un po’ dopo rispetto, ad esempio, all’Inghilterra, (come tutte le cose d’altronde). Diciamo che è approdato nel Bel Paese verso gli anni ’80 e la sua capitale era sicuramente Firenze. All’epoca c’erano le “lotte musicali”, le persone si dividevano in 4 grandi fazioni: i Paninari, i Punk, i Metallari e i Dark. Da allora ad oggi c’è stata una precisa evoluzione, che sia positiva o negativa non spetta a noi dirlo, ma per dirla in maniera semplice: i Paninari sono passati dai Duran Duran a Rihanna, il Punk è morto (no, i Blink 182 non fanno punk), il Metal si è ammorbidito un bel po’ e la New Wave vive ancora dei fasti dell’epoca. Per questo i The Cure sono attualmente importantissimi per coloro che hanno fatto parte o fanno parte del movimento.

Possiamo dichiarare senza ombra di dubbio che i loro lavori più famosi e importanti sono racchiusi nella Trilogia diventata qualche anno fa, nel 2003, un cofanetto di dvd live. In Trilogy troviamo Pornography (1982), Disintegration (1989) e Blooflowers (2000). Secondo il buon Robert, questi sono gli album più dark della band. Secondo noi, sono semplicemente tre capolavori. Oggi però vogliamo tornare un passo indietro, prima dei loro dischi più celebrati, fino a quello che è il primo lavoro dei The Cure, del ’79: Three Imaginary Boys, che, a parer di molti, è decisamente il più cupo (e che molti preferiscono agli altri più blasonati dischi). Ristampato nel 2004, è stato rimasterizzato e ampliato con vari brani inediti da studio e dai live che includono inoltre le canzoni Boys don’t Cry e Killing an Arab già presenti nella prima versione americana.

In Three Imaginary Boys ci sono due delle più belle canzoni in assoluto del panorama musicale, cioè Subway Song, brano che una donna non deve mai ascoltare mentre cammina da sola, di notte, in vie buie e desolate, e Fire in Cairo, decisamente più pop e orecchiabile. Meritevoli anche la title track, Accuracy (che vede l’assenza delle chitarre dando così modo al basso di diventare molto più che uno strumento ritmico) e Another Day, decisamente malinconica, molto wave e poco punk.

Three Imaginary Boys quand’è uscito non ha avuto una grande considerazione da parte del pubblico, mentre la critica lo ha accolto a braccia aperte un po’ ovunque. Anche se in America Killing an Arab era stato preso come un brano estremo, razzista e fascista, cosa poi smentita dagli stessi Cure, artisti decisamente dalla parte degli uomini siano essi bianchi o neri, gay o etero e dalla parte della salvaguardia dei Pianeta Terra.

Il primo lavoro dei Cure è una pietra miliare della dark music e non. Un album che può essere amato da chiunque, sia da chi ascolta il punk, il grunge o il rock più classico. Un lavoro importante tanto quanto Disintegration, da scoprire e riscoprire. E da celebrare ancora oggi, per quegli ascoltatori che non sentono ancora il tempo che passa per un certo tipo di musica.

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4 comments

    1. E se ti dicessi che ascolto allo stesso modo e con la stessa passione sia i Duran Duran che i Cure, dove mi inserisci? un dark-paninaro? un panin-dark? un gothic-panozzo? un pandark? 🙂

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