Hitchcock, Dalí & Rósza: quando le tre arti definirono l’estetica del sogno

Fu uno di quei rari momenti in cui le tre forme d’arte dal respiro più popolare si unirono insieme, rappresentate da tre personalità eccellenti del tempo, a lavorare insieme a qualcosa che poi passò alla storia. Musica, cinema e pittura. Rósza, Hitchcock e Dalí. Il tetto che li riunì fu il film Io Ti Salverò, anno 1945, che tra gli altri vantava anche la presenza di Ingrid Bergman e Gregory Peck attori protagonisti. Un film che divenne famoso soprattutto per aver partorito una delle rappresentazioni più affascinanti di sempre della sfera onirica. E tre personaggi dal carattere forte, che riuscirono a limare il proprio orgoglio individuale in nome dell’arte.

Da un lato Miklós Rósza, vero e proprio compositore classico, ungherese di nascita, formato in Germania e stabile negli Stati Uniti per oltre 50 anni. Uno che aveva già il suo discreto successo coi suoi concerti di musica classica in giro per l’Europa (si racconta che Richard Strauss lo apprezzasse molto), ma che a un certo punto della sua vita decise di dedicarsi alle colonne sonore dei film hollywoodiani. Tra gli anni ’40 e i ’50 scrisse le musiche per alcuni dei film noir e drammatici più importanti del tempo (Ben-Hur, La Fiamma Del Peccato, Il Ladro Di Bagdad, Doppia Vita). Eppure non era stata la prima scelta di Hitchcock per Io Ti Salverò. Ripiegò su Rósza solo dopo aver preso atto che il suo storico collaboratore Bernard Herrmann non avrebbe avuto tempo. Rósza produsse una colonna sonora coraggiosa e molto suggestiva, aggiunse il tocco sperimentale dell’uso del theremin e contribuì a dare al film quell’aria instabile e psichica che lo rese tanto affascinante. Eppure né Hitchcock né il produttore David Selznick apprezzarono il suo lavoro, contestandone anzi l’eccessiva autonomia rispetto al film e provando più volte a imporre le loro indicazioni. Per Rósza non fu un’esperienza piacevole, e non collaborò mai più né con Hitchcock né con Selznick. Ma con quella colonna sonora ci vinse l’Oscar.

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Salvador Dalí – Scenografia per Io Ti Salverò – 1945

Salvador Dalí fu chiamato in causa in quanto massimo esperto nella rappresentazione figurativa del materiale onirico. A quei tempi era già una celebrità, per via di quel mix irripetibile di talento personale e capacità di self-marketing che lo ha reso uno degli artisti in assoluto più amati del novecento. Il surrealismo stava tutto lì: raffigurare i contenuti dell’inconscio, quasi come fosse un flusso di coscienza proveniente direttamente dal materiale che popolano i sogni. Senza filtro, senza censure. E il momento cardine del film di Hitchcock era proprio un sogno: quello descritto da Gregory Peck agli esperti psichiatri che lo stavano aiutando a recuperare la memoria perduta. Hitchcock intuì il momento e chiese a Dalí di disegnare le scenografie per quella sequenza di tre minuti. Sequenza che divenne cult: occhi che spuntavano dalle pareti e dai tendaggi, uomini senza volto e oggetti dai bordi contorti. Allo spettatore sembrava di stare dentro uno dei suoi dipinti. A dare maggior fascino all’intera scena l’aspetto psicologico: tutti gli elementi del sogno hanno un significato ben preciso, che verrà poi svelato in fase di psicanalisi e costituiranno la svolta finale del film. L’arte dell’inconscio sottoposta per la prima volta al processo di interpretazione scientifica. L’arte di Dalí non poteva ricevere legittimazione migliore.

A confezionare il tutto fu ovviamente il regista, Alfred Hitchcock, in uno dei tanti momenti di picco creativo avuti lungo una carriera che durò quasi sessant’anni. Non era ancora nel suo momento di massima celebrità (quello sarebbe arrivato negli anni ’50), ma aveva all’attivo già alcuni di quelli che poi saranno considerati capolavori del cinema in bianco e nero (Rebecca, L’Ombra Del Dubbio, I 39 Scalini, L’Uomo Che Sapeva Troppo, Il Sospetto). Sulla carta Io Ti Salverò poteva essere un successo annunciato, grazie soprattutto a  un cast che comprendeva personaggi molto celebri e alla presenza di Dalí e Rósza. Il tema però non era esattamente popolare: un film ad alto contenuto psicologico, ambientato per lo più in una clinica psichiatrica, con l’ambizione di rendere accessibili al grande pubblico delle nozioni allora considerate accademiche. Lui ci riuscì, giocando da maestro sul mistero, lasciando per tutto il film allo spettatore la curiosità di scoprire cosa si nasconde dietro ogni personaggio, mutandone la caratterizzazione, alimentando i sospetti e sfruttando i colpi di scena. Alla fine fu un bel successo, di critica e pubblico, con Rósza vincitore dell’Oscar per le musiche e Ingrid Bergman migliore attrice protagonista. Anche Hitchcock fu candidato come miglior regista, ma si sa, quell’Oscar non lo vinse mai. Un altro elemento che contribuì ad accrescere l’aura mitica intorno al suo personaggio, riferimento principale per le generazioni di cineasti a venire.

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